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LAVORO INTELLETTUALE E LAVORO MANUALE
di Marco Tabellione
Che la cultura da sempre sia uno strumento di potere è ormai cosa pacifica, ed è, inoltre, elemento di differenziazione di classe, di status sociale, e di tenore di vita. Questo almeno per quanto riguarda quelle forme culturali che sono riuscite ad improntare di sé la realtà economica e sociale, fino ad assumere un controllo sulle attività economiche, al di là dei meriti stessi della cultura. Stiamo naturalmente parlando della cultura dei professionisti, di quella cultura cioè che nel tempo è riuscita a imporsi sulla scena economica delle società, fino a creare una vera e propria leader-sheap. Naturalmente non si sta trattando dell’intellettualismo al margine che caratterizza tanta attività culturale, anche in Italia, ma che evidentemente non riesce ad incidere sulla realtà non solo economica, ma financo sociale del paese. Stiamo invece parlando di quella divaricazione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale che finisce per offrire il dominio e la forma più appariscente di potere al primo a discapito del secondo. La presenza di questo autoritarismo culturale, che dunque non va confuso con l’intellettualismo critico, oggi caratterizza in maniera determinante ogni aspetto e ambito della nostra società soprattutto a livello economico e professionale. Ormai l’attività intellettuale ha preso il sopravvento sul lavoro manuale, e anche se è quest’ultimo che in fin dei conti regge gran parte della nostra vita e il soddisfacimento della maggioranza dei nostri bisogni, l’immaginario collettivo continua a deprezzare questa dimensione del fare umano, e a considerare più importante il lavoro del pensiero.
Vi è dunque un autoritarismo da parte di coloro che svolgono mansioni di tipo intellettuale e direttivo, imposizioni autoritarie che si riversano su quanti invece professano mestieri legati ad una maggiore manualità. Ma chiariamo subito un punto. Ovviamente qui non si sta contestando la necessità di responsabilità direttive nella realizzazione soprattutto di progetti complessi, come quelli industriali o altro. Ciò che si sta contestando è la disparità a livello di compenso economico che si arriva a notare tra chi dirige e chi è diretto, tra chi usa la testa e chi invece è costretto ad usare le braccia. Innanzitutto occorrerebbe chiedersi i motivi di questa sperequazione, che spesso viene spiegata in termini di assunzione di responsabilità, per cui più responsabilità ci si accolla, più si ha diritto a vedere enumerato il proprio impegno lavorativo. A dire la verità questo della responsabilità appare piuttosto un pretesto che altro. Ma dietro la scusa della responsabilità si nascondono angherie, la legittimazione di un autoritarismo che invece non ha ragione di essere.
Del resto la falsa idea della superiorità della mente sul braccio rientra in un percorso pregiudiziale che è tipico dell’Occidente. Nella cultura occidentale il predominio della ragione ha portato al disconoscimento dell’integrità dell’essere umano. Grazie allo sviluppo determinatosi a partire dall’illuminismo, nella cultura umana occidentale si è instaurata una discrasia tra corpo e mente, una separazione che va ad incidere negativamente sulla totalità dell’essere umano. L’universo umano, in effetti, è il risultato di interazioni fra elementi che mantengono tutti pari dignità, in quanto partecipano tutti alla costruzione della personalità, intesa nei suoi stati interiore ed esteriore, fisico e spirituale. Il prevalere della ragione sulle altre facoltà umane, e in definitiva il prevalere della mente sul corpo, e dunque il distaccamento delle funzioni mentali da quelle fisiche, hanno portato ad un ingigantimento dell’importanza della mente rispetto al corpo, con tutte le ripercussioni che in ambito sociale ha avuto questo fenomeno per così dire di specie.
La società occidentale, dunque, non è riuscita a liberarsi dalla differenziazione classista, tra coloro che utilizzano la mente e monopolizzano il potere, e coloro che di prevalenza utilizzano il corpo e sono costretti ad una posizione subalterna. Questa differenziazione è quanto mai grave, dal momento che fa perdurare l’antica e incivilissima divisione delle classi sociali tra liberi e schiavi. Ciò vuol dire che il razionalismo occidentale, figlio dell’illuminismo, se da una parte mostrava la crudeltà di certe gerarchie sociali, inneggiando a valori come l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, in realtà nelle strutture più profonde del pensiero tendeva a riconfermare la divisione sociale e l’assoggettamento di alcune categorie a vantaggio di altre.
Del resto questa interpretazione coincide con una vecchia teoria, quella di Adorno e Horckeirmer, che videro nella diffusione della società illumininistica l’affermarsi di una nuova forma di dominio che caratterizzerebbe l’età moderna e contemporanea (ci si riferisce al celebre volume Dialettica dell’Illuminismo). Ma al di là di questi riferimenti filosofici, rimane l’idea di una ingiustizia perpetrata ai danni dei lavoratori diciamo così manuali. Un’ingiustizia tanto più grave quanto meno palese. Un’ingiustizia che si nasconde dietro una differenziazione sociale ed economica che ormai il senso comune ha fatto propria, una differenziazione nei confronti della quale capita raramente di sentire esprimere dei dubbi.
Credo che questo sia un nuovo orizzonte problematico su cui lavorare: occorre ridare dignità ai lavori della manovalanza, al lavoro operaio, riconsiderarlo dal punto di vista della sua essenzialità, della sua necessità, e dunque permettere ad esso di recuperare una dignità e un’importanza significative nei confronti del più blasonato, ma non per questo più utile, lavoro intellettuale.
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Ho per tetto un’oasi di stelle
per culla il mare.
Immoto il tempo.
Col suo raggio la luna
rimbocca la marea
come una coperta.
Lasciato dalla risacca
sulla riva, un granchio
si sotterra e dorme.
Anch’io dormo e sogno:
sono una ninfa,
una ninfa del mare.
E’ la Terra il Paradiso Perduto
e, in eterno movimento,
il mare, il Lucifero dell’ Azzurro,
l’Angelo caduto per farsi luce.
Tra luci fibrillanti,
ed aria lustra,
sono ora nel grembo materno
e sorrido beata.
Elena Sprecacenere
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Tal vez yo protesté, yo protestaron
Forse io protestai, io protestarono,
forse dissi, dissero: ho paura.
me ne vado, ce ne andiamo, io non sono di qui,
non nacqui condannato all'ostracismo,
chiedo perdono ai presenti,
torno a cercare le penne del mio vestito,
mi lascino tornare alla mia gioia,
all'ombra selvaggia, ai cavalli,
al nero odore d' inverno dei boschi,
gridai, gridammo, e malgrado tutto
le porte non s'aprirono
e restai, restammo
indecisi,
senza vivere né morire annichiliti
dalla perversità e dal potere,
indegni, ormai, espulsi
dalla purezza e dall'agricoltura.
Pablo Neruda
presentato da Simona