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Il materialismo è l'idolatria del nostro tempo (prima parte) di Giuseppe Bifolchi
Appunti e riflessioni sull'articolo... di Piero Lanaro
Adriano Celentano e la giunta di Pescara di Antonio Mucci
La crisi della democrazia parlamentare di Antonio Mucci
Un libro di denuncia sugli orrori... di Fabrizio Legger
Salviamo la legge sui beni confiscati alle mafie Presentato da Michele Meomartino
Il teatrino dei Pescaresisti di Giacomo D'Angelo
Questa breve e spero chiara lettera... di Davide D'amario
Il diritto alla pigrizia... di Antonio D'orazio
Metro? di Stelio
Il materialismo è l'idolatria del nostro
tempo…
Potere, ricchezza e successo sono false religioni
Questo il messaggio che il Papa ha voluto mandare ai fedeli accorsi in Piazza San Pietro per ascoltarlo e ai padri
sinodali riuniti in Vaticano.
Quasi contemporaneamente ha suscitato polemiche la legge in via di approvazione al Parlamento secondo la quale
scuole private, strutture alberghiere per pellegrini e cliniche di proprietà della Chiesa non pagheranno
più l'ICI. Infatti l'articolo 6 del decreto, approvato il 5 ottobre in Senato, estende le agevolazioni previste
per le chiese cattoliche a tutti gli immobili dove si svolgono attività connesse a finalità di culto
anche in forma commerciale. In pratica se finora l'ICI non doveva essere pagata per i luoghi di culto, la nuova
legge allarga l'esenzione a scuole private, case di cura, ristoranti e foresterie appartenenti alle istituzioni
cattoliche, e non ad altre confessioni religiose. Il danno economico calcolato dall'Anci per le casse dei Comuni
è di almeno 300 milioni di euro.
Allora…
Un po' di storia
Il fisco benedetto
Nel corso del tempo la Chiesa Cattolica ha ottenuto con i vari concordati il riconoscimento di una serie di diritti
che, liberamente garantiti dallo Stato Italiano, comprendono soprattutto le agevolazioni tributarie. L'art. 29
del Concordato del 1929 (Patti Lateranensi) mentre conferma le esenzioni tributarie del periodo precedente in favore
della Chiesa, abolisce la cospicua legislazione dei gravosi tributi speciali a carico degli enti ecclesiastici.
Inoltre lo stesso articolo equipara sotto il profilo tributario gli enti ecclesiastici agli enti di assistenza
e istruzione. È utile precisare come la giurisprudenza dell'epoca applicasse il regime tributario previsto
dall'art. 29 anche ad attività diverse dal culto o dalla religione purché diretti o strumentali alla
realizzazione di tali finalità. Chiaramente questo criterio della strumentalità permetteva ampi spazi
di elusione fiscale. Con l'entrata in vigore della costituzione repubblicana nasce l'esigenza di adattare i rapporti
tra Stato e Chiesa ai nuovi principi anche sotto il profilo fiscale.
Soltanto nel 1984 vengono sottoscritti gli accordi per la revisione dei Patti Lateranensi. Ma non si può
dire che la revisione in materia di fisco attui il principio costituzionale previsto dall'art. 53 secondo il quale
tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Infatti l'art. 7 del nuovo concordato ribadisce solennemente l'equiparazione del fine di culto e di religione al
fine di beneficenza e istruzione. Ciò consente agli enti ecclesiastici di beneficiare dei numerosi privilegi
fiscali concessi agli enti di assistenza e di istruzione. E proprio in base all'art.7 anche il settore religioso,
come evidenziato da un rapporto Secit, può dissimulare rilevanti aree di elusione fiscale. Uno dei metodi
più usati per eludere il fisco è ancora oggi la costituzione di false associazioni religiose.
Ed ecco in breve quali sono i principali privilegi fiscali che attuano un regime favorevole alla Chiesa Cattolica:
- riduzione della metà dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche;
- il reddito dei fabbricati di proprietà della Santa Sede è esente da imposta locale sui redditi
e dall'imposta sul reddito delle persone giuridiche,
- l'incremento di valore dei fabbricati della Santa Sede non è soggetto all'imposta comunale sull'incremento
di valore degli immobili,
- i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto non vengono considerati produttivi di reddito a
prescindere dalla natura del soggetto che li possiede,
- non si considerano produttive di reddito imponibile le cessioni di beni e prestazioni di servizio compiute anche
dietro pagamento di corrispettivi, in favore di associati o di altre associazioni che operino nello stesso settore,
- sono deducibili dal reddito complessivo tutta una serie di oneri indicati dall'art. 10 (ad esempio canoni, somme
corrisposte ai dipendenti, spese per manutenzione o restauri beni, spese per attività commerciali svolte
dall'ente o da membri dell'ente),
- per le persone alle dipendenze dell'ente religioso è deducibile un importo pari al minimo annuo previsto
per le pensioni Inps, il che comporta l'utilizzo di membri non religiosi, in quanto per i religiosi, in mancanza
di un rapporto di lavoro subordinato non sono previste deduzioni.
Per quanto riguarda l'ICI, questa tassa che riguarda tutti proprietari di immobili (anche se si tratti della casa
di abitazione) il DL 30 dicembre 1992 n. 504 istitutivo dell'ICI ne ha disposto all'art.7 comma 1 lettera d) l'esenzione
per tutti i fabbricati degli enti ecclesiastici destinati all'attività di culto e loro pertinenze (oratori,
casa del parroco ecc.)
Ma alla lettera i) del suddetto art. 7 si dispone anche che sono esenti dall'ICI gli immobili utilizzati dagli
enti non commerciali destinati unicamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie,
ricettive, culturali, ricreative e sportive nonché delle attività dirette all'esercizio di culto
e alle cure delle anime, alla formazione del clero, alla catechesi, all'educazione cristiana.
In pratica in base a questa norma tutti gli immobili appartenenti ad enti ecclesiastici e religiosi vennero considerati
esenti dal Fisco, il quale ritenne che le attività sanitarie (ospedali), didattiche (scuole) ricettive (alberghi)
culturali (teatri) ricreati e sportive (campi di gioco, palestre, piscine) godessero di tale privilegio, purché
l'ente proprietario non figurasse come ente commerciale, il che sottintendeva che l'esenzione permanesse anche
per gli enti non commerciali che di fatto esercitassero una attività commerciale o imprenditoriale.
Piccolo e ricco
Città del Vaticano è il più piccolo stato del mondo, ma anche il più rispettato. Si
tratta, caso davvero unico, di una "monarchia assoluta" elettiva.
Grazie al carisma del Papa, all'organizzazione piramidale e non democratica ed all'esercizio delle attività
di apostolato e di beneficenza, la Santa Sede amministra i suoi beni e le sue società in tutto il mondo.
I suoi beni immobili (beni ecclesiastici) situati in altri Stati, godono in numerose nazioni, tra le quali l'Italia,
di regimi privilegiati ed in alcuni casi di extraterritorialità che consentono l'esonero da imposizione
di tasse. Per questi regimi speciali, che valgono anche in tema di commerci, di contratti e di donazioni, nonché
per l'opacità della sua finanza, Città del Vaticano, pur con le debite differenze, è stata
spesso paragonata alle "giurisdizioni offshore" (paradisi fiscali).
In Italia in particolare si intrecciano proprietà immobiliari, attività bancarie e di credito, imprese
industriali, finanziamenti diretti e indiretti a carico del bilancio dello Stato Italiano e di Enti pubblici. Ciò
crea una posizione di quasi monopolio del vasto mondo dell'assistenza, una presenza costante in tutte le iniziative
a favore della gioventù, della gestione di cliniche e di enti ospedalieri. Con il condizionamento operato
dalla Chiesa sul Parlamento nella produzione legislativa, necessaria a creare una indispensabile cornice istituzionale
e strutturale e soprattutto un confacente regime di privilegio tributario.
Per mantenere indenne il potere temporale della Chiesa, il Sacro Soglio e le sue propaggini diocesane, non scomunicarono
mai le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli occhi di tutti fino a diventare sistema di
governo e di sottogoverno. Non è mistero per nessuno ed anzi ormai storicamente accertato che l'episcopato
italiano fu cieco e sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era perfettamente consapevole
e spesso direttamente beneficiario. Come accadde, tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del
vero e proprio "sacco di Roma", che durò dagli anni Cinquanta a tutti i Settanta nel corso dei
quali, appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione estensiva, furono manipolati per favorire Ordini
religiosi, grandi famiglie papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinare, dentro
una rete di compiacenza di marca vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa di un pollo.
(continua nel prossimo numero...)
Giuseppe Bifolchi
Leggendo l'articolo ho apprezzato il concetto di libertà, di dare una penna a tutti, del pluralismo e
il principio della democrazia di base.
Ma subito mi sovvengono delle riflessioni, i principi sono giusti. Ma sono attuati e come?
E' reale l'affermazione che Il Sale concede uno spazio a tutti per intervenire?
Il cittadino, la gente, il popolo scrive (e leggono) veramente su Il Sale?
Ritengo, purtroppo che a queste domande si debba rispondere di No.
Non vi scrivono e tanti non hanno nemmeno la conoscenza e gli strumenti per esprimersi.
I Mass-media non hanno particolari problemi a confondere il cittadino, tanti non leggono i giornali, o leggo-no
giornali di intrattenimento e qui in Italia abbiamo le percentuali più basse, in Europa, fra chi legge almeno
un quotidiano.
Il problema dell'istruzione, per cui il cittadino può essere interessato all'informarsi, rimane un problema
centrale e vediamo con quanto accanimento questa politica cerca di modificare la scuola, in peggio.
Voglio adesso fare alcune riflessioni sul principio del PLURALISMO.
A Il Sale può bastare aver raggiunto una specie di pluralismo o non bisognerebbe porsi il problema di chi
su Il Sale non può scrivere, perché non ne conosce l'esistenza, perché per la sua cultura
non ne è interessato o non possiede gli strumenti per intervenire.
Occorre ancora scrivere di pluralismo o non bisognerebbe porsi il problema di come renderlo più efficace.
Andare oltre.
Si tende a confondere lo strumento (il pluralismo) con il fine - il cambiamento sociale, in realtà e con
un ini-zio di cambiamento sociale, per quanto riguarda l'istruzione e l'informazione che si potrebbe arrivare ad
un maggiore pluralismo.
Per questo non si comprendono le critiche sul livello qualitativo del giornale; senza negare i valori di fondo
e i sentimenti di alcuni articoli o poesie possiamo affermare che queste non mirano esplicitamente ad un cambiamento
della società; alcuni articoli invece sì, perciò e su questi articoli che bisogna concentrare
la nostra riflessione, se siano o meno efficaci, per cui l'articolo individuale o cumulativo (volantino...) può
essere qualitivamente inefficace sulla base di una proposta di cambiamento sociale.
La società non viene modificata soltanto con il Pluralismo riflessivo ma con il saper fare delle
scelte in modo pluralistico, perciò bisognerebbe che la riflessione andasse avanti nel pensare strumenti
politici "plurali-sti" per guidare e condividere le scelte, non soffermandoci solo su giornali, discussioni,
assemblee...
Ci si dimentica, talvolta che per raggiungere il pluralismo, in quanto principio, occorre conquistare altri prin-cipi,
l'istruzione, la qualità della vita, il lavoro e il suo orario come mezzi per accedere nel tempo e negli
strumenti alla partecipazione civica.
Un conto è il permettere la libertà di decidere il proprio autogovernarsi, altro è come rispondere
a questa si-tuazione qualora le scelte fatte siano contro la gente (per cui bisognerebbe scegliere di allontanarsene),
e ca-pire come agire per modificare ciò in modo positivo.
La società borghese, oltre a non diffondere alcuni principi, nasconde i principi costituzionali (tanti principi
sono ampliamente elusi) o cerca di trasformarli in modo negativo; non dimentichiamoci che uno di questi ri-guarda
la realizzazione dell'essere umano, non mi sembra che si stia realizzando; il problema non è che non lasci
risolvere o meno le questioni alla gente, ma che non permette nemmeno che la gente abbia gli strumenti per intervenire
sulle scelte.
Cos'e veramente lo STATO? Tante volte continuiamo ad usare questa parola, criticandone l'operato, ma non riflettiamo
più su cosa sia e diamo per scontato che sia cosa negativa.
Lo Stato non è quello strumento che si prefigge di governare con diversi strumenti la convivenza umana?
Se è così non dovremmo negare il principio dello STATO, ma criticare soltanto questo o quel governo
e le sue scelte politiche. Se una scelta fosse positiva la neghiamo perché viene da questo Stato? Perché
vi sono forze politiche che scelgono di sostituirsi al governo? Forse intendono gestire il bene comune in modo
differente, non dimentichiamoci che vi sono correnti del movimento anarchico che intendono la modificazione dello
STATO in modo socialista per poi arrivare ad una società di autogoverno.
E' vero che alle nostre riunioni lo Stato non c'è e non se vi sarà un percorso politico differente
lo "Stato", in-teso come gestione della convivenza, non ci sarà mai nemmeno come volontà
di darsi una forma di regole.
Molte volte tendiamo a sostituirci alla tanto decantata gente, quando si tratta di fare delle scelte politiche
(in questo caso alle donne sul considerare la Procreazione Assistita come un "problema molto secondario"),
di-mentichiamo che noi siamo quella gente, quel popolo, quel cittadino e che soltanto un percorso di vita ci ha
portato ad avere maggiori conoscenze e strumenti, che la scelta di come riempire il contenitore della politica
deve essere fatta da tutti, e non possiamo decidere noi quali siano le scelte primarie; possiamo certamente ri-flettere
sul come perfezionare le regole di convivenza e dire anche la nostra sui vari temi, ma certamente con più
oculatezza. Qui, certamente, entra in gioco la concezione delle avanguardie e dei leader, se si beano di esserlo
o se scelgono di modificarne le cause e darne a tutti la possibilità, per cui in questo ne scompare l'utilità.
Voglio ribadire, alfine, che il pluralismo può trovare la migliore realizzazione quando si confronta con
le scelte reali, con la modifica reale della società, soprattutto nel dare gli strumenti per la partecipazione
di tutti e la riflessione sul pluralismo dovrebbe avvenire nel migliorare le norme della politica e nel riflettere
sui suoi contenuti, questo, penso, potrebbe essere il percorso de "Il Sale" per farlo crescere a livello
qualitativo.
Essendo d'accordo sulla autogestione delle scuole, dei quartieri, dei posti di lavoro, mi chiedo, anche, come Il
Sale possa essere artefice di ciò se non intende crescere veramente.
Talvolta si può essere pluralisti nel lasciare la libertà di scrittura e di parola, ma poco interessati
a farlo crescere e a verificarlo nella prassi politica e poco pluralisti nella capacità di ascoltare!
Piero Lanaro
(pierolanarosorprendere.it)
ADRIANO CELENTANO E LA GIUNTA DI PESCARA
Qualche giorno fa mi è capitato di riascoltare una canzone di Adriano Celentano, il cui finale mi sembra
cantato per la Giunta Pescarese:
non so, non so perché,
perchè continuano
a costruire, le case
e non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
eh no,
se andiamo avanti così, chissà,
come si farà,
chissa ....
Questa è una canzone famosissima di Celentano, "Il ragazzo della via Gluck", uscita
in circolazione 40 anni fa, ma mi sembra attualissima in riferimento alla Giunta di Pescara, scatenata nella cementificazione
della città.
Il ritornello dice 4 volte "Non lasciano l'erba!": infatti a Pescara si costruiscono palazzoni dappertutto
e si distruggono piante con una leggerezza impressionante, come se si vivesse in mezzo ad un bosco. La Giunta ha
dichiarato guerra alle piante!
Io mi chiedo e, nello stesso tempo, giro la domanda alla Giunta: perchè non si rifanno Viali come quelli
di Via Regina Elena, Via Regina Margherita oppure Via De Amicis?
Si segue la politica dei parchi, come quello della Pineta, Villa Sabucchi ecc. ma, al di fuori di questi, c'è
la "Tabula rasa" del territorio .... non viene lasciato un filo d'erba. Dove prima c'era una casetta
abbandonata di soli due piani, al suo posto si alza un palazzone di 7?8 piani come è avvenuto in Viale L.
Muzii. Ci sono centinaia di casi del genere in tutta la città. Per non parlare di quei mostri di palazzoni
costruiti nella zona del Tribunale nuovo, dietro l'Università.
Di questo passo sta diventando impossibile la vita a Pescara per l'aria inquinata e per i rumori.
Il Sindaco dice che la città è "completamente rinnovata nell'eleganza delle vie, dei viali...".
Mi chiedo: A che serve l'eleganza se poi si vive in piena nevrosi e si muore asfissiati?
Perchè non si discute pubblicamente ed apertamente con tutti i cittadini di queste cose e del futuro della
città? "Il popolo di sinistra" perchè non protesta? Forse sta aspettando che venga la Giunta
di Destra? Forse è contento? Gli va bene così? Beato lui!
Comunque invito a riascoltare la canzone di Celentano perchè è sempre piacevole, mette allegria
ed invita a pensare che il ragazzo della via Gluck aveva ha ed avrà sempre ragione fino a quando non si
realizzerà una città umana, cioè che viva in armonia e rispetto della natura e non che le
dichiari guerra tutti i giorni, come fa la Giunta attuale.
Antonio Mucci
Il fenomeno dei non votanti si allarga sempre di più mondialmente, come dimostrano i seguenti dati:
- Elezioni in Polonia del 25/9/05: la percentuale dei votanti è stata del 39,25%. E' stata la più
bassa dal 1989, cioè da quando c'è stato il crollo del Socialismo Reale.
- Elezioni in Afghanistan del 18/9/05: la percentuale dei votanti è stata di poco superiore al 50%.
- Elezioni in Egitto del 7/9/05: la percentuale dei votanti è stata soltanto del 23%. 1 Mass Media hanno
praticamente nascosto questo dato impressionante, mentre hanno dato molto risalto all'elezione a presidente di
Mubarak con 11,88%. Naturalmente questa percentuale si riferiva ai soli votanti. In pratica Mubarak è stato
eletto da un "pugno" di persone in quanto quasi tutti gli Egiziani non erano andati a votare.
- Elezioni in Inghilterra del maggio 2005: la percentuale dei votanti è stata del 61%. Sono state le elezioni
politiche in cui c'è stata la rielezione di Blair.
- Elezioni dell'Unione Europea del 16 giugno 2004 per formare il nuovo parlamento europeo, con l'ingresso di 10
nuovi Paesi, arrivando ad un totale di 25. La media dei votanti in tutta l'Unione è stata del 45,3% e, nei
Paesi nuovi entrati, del 26,4%. Questi popoli non dimostrano proprio nessun entusiamo per la "nuova democrazia".
- In Italia attualmente la percentuale dei votanti si aggira intorno al 70% (Elezioni Regionali 3?4 aprile 2005?
71,5%). Rispetto alle percentuali sopra citate indubbiamente è all"avanguardia (o alla retroguardia?
.... Dipende dai punti di vista!). Però, se si esamina questo dato in modo storico, si può vedere
che c'è una forte diminuzione della quantità dei votanti perchè, nelle elezioni degli anni
"50, le percentuali si aggiravano intorno al 90% e le superavano anche (Nelle Elezioni Politiche del 1948
la percentuale dei votanti è stata del 93,7%).
Questi dati dimostrano chiaramente una grossa crisi della democrazia parlamentare. Il fatto che il popolo non va
a votare sta a dimostrare che non crede più nelle persone che lo governano, nè nella possibilità
di cambiarle e metterne di migliori, nè nelle Istituzioni attraverso cui queste persone agiscono.
I Mass-media parlano di "disaffezione" del cittadino al voto ma, in realtà, secondo me, si tratta
di una crisi ben profonda di tutto l'impianto della democrazia parlamentare che si è dimostrata incapace
di sviluppare la partecipazione dei cittadini, i quali si sentono esclusi dalle decisioni del paese. Per questo
motivo reputano inutile andare a votare.
Tale fenomeno dei non votanti, con la crisi mondiale che "galoppa" e con lo sviluppo del neo-liberismo,
è destinato a ingrandirsi sempre di più.
La democrazia parlamentare borghese è in via di estinzione in quanto non è più la classe borghese
che comanda, ma sono piccoli gruppi finanziari al suo interno che detengono il potere reale e decidono su tutti
i settori della società. La democrazia parlamentare borghese dovrà cedere il campo gradualmente alla
tirannia ed alla dittatura da parte di queste oligarchie. Questo è ciò che sta avvenendo!
Il fatto che la gente si reca sempre meno a votare crea e creerà sempre di più le condizioni
obiettive per potere agire al di fuori e contro le Istituzioni, rispettando coloro che vi credono.
Antonio Mucci
SALVIAMO LA LEGGE SUI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE
La legge Rognoni - La Torre, che consente da oltre vent'anni di aggredire le ricchezze accumulate dalle mafie nel
nostro Paese, è in pericolo. Rischia di essere approvato dal Parlamento, infatti, un disegno di legge che
tra i molti aspetti discutibili prevede la possibilità di revisione, senza limiti di tempo e su richiesta
di chiunque sia titolare di un "interesse giuridicamente riconosciuto", dei provvedimenti definitivi
di confisca. In nome di un malinteso garantismo, insomma, si compromettono definitivamente il lavoro e l'impegno
di quanti, dalle forze dell'ordine alla magistratura, dalle associazioni alle cooperative sociali, sono oggi impegnati
nella difficilissima opera di individuazione e riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.
Nessun provvedimento di confisca, di fatto, sarà mai definitivo. Nessuna assegnazione di beni confiscati
avrà un futuro certo. Altri avrebbero potuto essere gli strumenti con cui risarcire, anche dal punto di
vista economico, eventuali vittime di errori giudiziari, sempre possibili, nell'iter che va dal sequestro preventivo
dei beni alla loro definitiva confisca.
Se dovesse essere approvato, invece, quanto previsto dal comma 1 lettera "m" dell'art. 3 del disegno
di legge AC 5362 recante "Delega al Governo per il riordino della disciplina in materia di gestione e destinazione
delle attività e dei beni sequestrati o confiscati ad organizzazioni criminali", tutti i beni confiscati
(dai terreni coltivati da coraggiose cooperative di giovani agli immobili trasformati in sedi di servizi sociali
o in caserme delle forze dell'ordine, solo per fare alcuni esempi) finirebbero in un limbo di assoluta incertezza.
Ovvero esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario oggi.
Le mafie, infatti, hanno da tempo affinato i meccanismi con cui riciclano i proventi delle loro attività
illecite e nel nostro Paese si registra, negli ultimi anni, una consistente flessione del numero di beni confiscati.
Una situazione che richiede normative efficaci e scelte concrete in grado di far crescere la fiducia di chi è
impegnato ogni giorno nella lotta alle mafie.
E' per queste ragioni che l'associazione Libera (che raccoglie più di 1200 associazioni nazionali e locali,
scuole, cooperative) e i sottoscritti familiari delle vittime delle mafie, attraverso questo appello, chiedono
un serio e approfondito ripensamento, in sede di dibattito parlamentare, del disegno di legge delega AC 5362, soprattutto
per quanto riguarda la possibilità di revisione dei provvedimenti definitivi di confisca, affinchè
deputati e senatori di tutte le forze politiche sappiano trovare la giusta misura, il corretto equilibrio tra la
tutela dei diritti di chi subisce i provvedimenti di confisca dei beni e la necessità di sottrarre alle
organizzazioni mafiose gli immensi patrimoni che accumulano ogni anno, nell'illegalità e nel sangue. Trasformando
questi beni, come sta avvenendo faticosamente oggi, in segni tangibili di legalità e giustizia.
Luigi Ciotti
Rita Borsellino
Giovanni Impastato
Claudia Loi
Daniela Marcone
Viviana Matrangola
Debora Cartisano
Margherita Asta
Maddalena Rostagno
Monica Rostagno
Elisabetta Roveri
Dario Montana
Paolo Siani
Per aderire all'appello: libera@libera.it www.libera.it
Tel. 06/69770301
Proposto da Michele Meomartino
Non sono contro il teatro, ci mancherebbe altro. Parte dei miei sessant'anni- il lettore perdoni il lacerto autobiografico-
l'ho trascorsa annusando la sua polvere. Da giovane per dieci anni abbonato al Piccolo di Milano, ma frequentavo
anche il Durini (con Carmelo Bene mingente sugli spettatori), i vari spostamenti di Dario Fo (dalla Palazzina Liberty
all'ex-dormitorio nei pressi di piazzale Lodi), i Legnanesi al Manzoni, Piero Mazzarella al Fossati, il Piccolo
Teatro Tascabile di Bergamo in una cave senza luce, il cabaret di Walter Valdi e altri al Derby Club, Franco Nebbia
in via Canonica. Amico di un attore calabro-abruzzese, Aldo Allori, mi accadeva spesso di passare serate con Tino
Carraro, Buazzelli, Lino Troisi e altri attori al Santa Lucia, al Brum, in trani anonimi. Spesso ad Avignone per
la rassegna annuale, quasi ogni anno al festival di Spoleto. Tra spettacoli e letture teatrali quanti anni di confidenza
con quel mondo. Nemico del teatro? Non scherziamo. Ma non sopporto la chiacchiera sul teatro, gli stereotipi luogocomunisti,
l'iperbole strapaesana, il folklore parrocchiale, il birignao dialettale di chi ne straparla con forsenneria delirante.
Nel pomeriggio del 30 settembre, nella sala del fantasmatico museo Vittoria Colonna, un'improvvisata compagnia
di guitti ha sciorinato una colluvie di bavardage da bar dello sport. Una pescaresiade dello strapaese all'insegna
del leitmotiv: Pescara über alles, Pescara umbilicus mundi, Pescara alma mater deliciarum. Una slavina di
retorica campanilistica come nemmeno ai tempi del Pescara in serie A, l'impressione di assistere a una beckettiana
sfilata di nonsense, per il tono surreale e recitato di ciò che veniva detto. Ma i comici non erano la D'Origlia-Palmi
cara ad Arbasino, solo una filodrammatica da oratorio.
Il tema: un teatro per Pescara. Promotrice un'associazione culturale (sembra che a Pescara ne pullulino ben 500,
larvali ma iscritte all'ECA) di aerofagia margheritina con aliti diessini. Come buttafuori-presidente il senatore
Nevio Felicetti, un tempo incubo per la piccola borghesia bottegaia della città, costretto oggi a far garrire
il suo "pescaresismo" (uno strafalcione inventato con licenza semantica dal "grande" Tonino
Giorgetti e somministrato a mo' di elisir agli indifesi spettatori). Un senile labaro di cortile dopo la bandiera
dell'internazionale degli anni verdi.
Hanno cicalato vaniloqui in molti, ma la sorpresa più straziante è venuta da Nicola Mattoscio, docente
di economia, presidente della Fondazione Caripe. In tanti anni di partecipazione a dibattiti pubblici cittadini,
non mi era mai capitato di ascoltare una congerie così scompisciante di cascami concettuali e lessicali,
di ampollosità insensate, di paroliberismo paleofuturista, di sovrattoni da tifoso. Pescara -ha buccinato
per tre quarti d'ora (una lungagnata interminabile) l'asciutto presidente- deve avere un teatro, "monumentale"
(come il cimitero di Milano?) perché "capitale" (ma de che?), come Stoccolma e Washington, con
scialo di didascalie da Baedeker. Il teatro sarà un'impresa "eversiva e rivoluzionaria" (bum!),
un evento epocale di "cultura" (quanti delitti in suo nome) e di "crescita civile" della città
(ma i monumenti si fanno a civiltà raggiunta). I soldi? Nessuna preoccupazione, ci sono io a garantire,
io mi assumo la responsabilità, io…solo io…sempre io…Una cateratta di patriottismo borghigiano da anni '30,
una dégringolade nella mitomania più autoreferenziale, un'esibizione clownistica da far impallidire
i Fratellini cari a Fellini. Veniva spontaneo, mutatis mutandis, fargli la domanda che il cardinal Ippolito D'Este
fece all'Ariosto: "Messer Ludovico dove ha pescato tante castronerie?". Conosco Mattoscio da una vita,
da quando era impiegato invisibile al Banco di Napoli ma lucidava i muscoli per la sua ascesa di grimpeur sociale,
lo ricordo militante dell'ultrasinistra che presenta a piazza Salotto l'"insigne" (non dimenticherò
facilmente quell'aggettivo così fuori posto) compagno Mario Capanna, poi con l'iscrizione al PCI la carriera
universitaria ma soprattutto quella vertiginosa di banchiere, addirittura presidente di Caripe e Fondazione. Non
si ha memoria di suoi studi scientifici meritevoli di attenzione (forse ne ha cassetti pieni), ma la dorata cadrega
di Fondarolo-fondista la riempie con quell'inebriante voluttà gluteica che infonde il Capitale quando lo
si è avversato, per così dire, in mattane giovanili cancellate dalla memoria. Da presidente di una
cornucopia pubblica, ha dapprima centellinato risorse, il rischio non gli appartiene (tranne quello del ridicolo),
ma poi ha preso l'abbrivo. Esploso in questa esagitata promozione per il teatro. In vista di che? Per ora, del
laticlavio. Agricincinnatosi il pauperista "compagno" Viserta, il più inutile dei sottosegretari
nostrani (Sospiri al confronto è un gigante), la comoda poltrona senatoriale sarà per lui. Sotto
l'ala protettrice di Melilla o del Di Matteo? Questo o quello per il banchiere-mecenate sono pari.
Dopo il logorroico collega di Antonio Fazio (anche lui postillerà a notte tarda le opere dell'Aquinate?),
un Borghezio adriatico, un fool in parossismo celoduristico-aternino, uscito da Jarry o dal Ruzante, che ha rovesciato
sugli astanti una stroscia di peana municipali, di trulli sonori, culminati nel falsetto: "la costruzione
del teatro a Pescara sarà celebrata nei secoli, nei secoli, nei secoli!". Un brivido ha percorso la
platea, composta di molti vegliardi (eorum ego) già onusti del secolo passato. Quel predicatore irrorante
uligini di pescaresità richiamava il Messia di Cappelle, don Oreste de Amicis, che accese la fantasia di
Flaiano.
Ma Pescara, dopo il delitto del Pomponi, come si è riscattata? Monumenti di orripilante kitsch (Paolucci,
D'Acquisto, Flaiano, la fontana di Cascella), biblioteca e archivi di Flaiano emigrati a Firenze e a Lugano, raccolta
Cappellini di "telefoni bianchi" della Titanus volata a Urbino, i libri donati da Federico Caffè
a bagno e poi in un armadio sigillato, l'arredo di casa d'Annunzio rifatto con ciaffi da rigattiere, mai un acquisto
di autografo di un'opera del Poeta o del Satiro (se non ci fosse stato Tiboni, a Pescara sui due scrittori ci sarebbe
stata la damnatio più annichilente), la biblioteca provinciale langue da anni (ma l'Ente è prodigo
con falsi editori, con certami pseudo-editoriali da abbuffata per compari, con direttori generali ultrapagati e
finiti in salassanti contenziosi, con ex-sindaci riciclati come dirigenti-digerenti).
(continua nel prossimo numero...)
Giacomo D'Angelo
Questa breve e spero chiara lettera è indirizzata al cospetto dei
tanti pseudo circoli, gruppi e comitive che in questa regione
si riempiono la bocca con la parola RESISTENZA. In particolare ai
tanti "alternativi" che, ben remunerati dal capitalismo regionale
e nazionale, gestistono quella che chiamano "cultura no-global".
ARCI, certe Associazioni di volonariato, officine dello sballo e
del talebanismo rosa, settori anti-operai annidati nel Sindacato,
partiti di governo e mai di lotta quali PRC e COMUNISTI
ITALIANI, e le miriadi e pompose diramazioni della Sinistra istituzionale...
Oboli, prebende, stipendi, vi hanno annichilito e reso sterile il
senno....Non vi rendete più nemmeno conto che quella
Tolleranza di cui continuamente cianciate, è sinonimo poi nella
realtà quotidiana di corruzione morale e razzismo.
Il vostro "hippysmo" nuovo di zecca è lontano anni luce
dall'originalità di quello passato...Ha già annacquato il già
scarso senso solidale, senza far menzione del mai recepito
Spirito Socialista.
Negli anni siete divenuti, da opposizione A Sua Maestà, all' opposizione
DI Sua Maestà, "ingrassando" alla sua ombra...
La Resistenza Irachena all'aggressione imperialista, non sa che
farsene del vostro...perenne tentennare!!!
DAVIDE D'AMARIO
MOVIMETO POPOLARE DI LIBERAZIONE regione Abruzzo.
LEGITTIMA DIFESA.
IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA, L'ATTO D'ACCUSA DI LAFARGUE
CONTRO IL CAPITALISMO
Lavorare stanca, anzi uccide
"Una strana follia possiede le classi lavoratrici delle nazioni in cui regna la civiltà capitalistica.
Questa follia porta con sé miserie individuali e sociali che, da secoli, torturano la triste umanità.
Questa follia è l'amore per il lavoro, la passione morbosa per il lavoro, spinta fino all'esaurimento delle
forze mentali dell'individuo e della sua progenie. Invece di reagire contro questa aberrazione mentale, i preti,
gli economisti, i moralisti hanno sacro-santificato il lavoro. Uomini ciechi e ottusi hanno voluto essere più
saggi del loro Dio; uomini deboli e spregevoli hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva maledetto.
Io, che non mi proclamo cristiano, economo e morale, rimetto il giudizio su costoro al loro Dio; quello sulle prediche
della loro morale religiosa, economica e liberista lo rimetto alle spaventose conseguenze della società
capitalista".
Se ci si attende che a scrivere queste considerazioni sia stato un qualsiasi saggista contemporaneo, bisogna tristemente
ricredersi. L'autore infatti è Paul Lafargue, nato a Cuba nel 1842, ma ben presto trasferitosi in Europa,
che nel 1911 scelse di uccidersi in nome di una libertà individuale da mantenere sino all'ultimo respiro.
Nel corso degli anni, molto si è speculato su questa morte, soprattutto mettendola in riferimento al fatto
che Lafargue sposò nientemeno che la figlia di Karl Marx, e che dunque il suicidio di questo medico-fotografo-libero
pensatore, tra i fondatori del Partito operaio francese e tra gli organizzatori del Primo Maggio, doveva obbligatoriamente
collegarsi alla presa di coscienza del fallimento delle teorie del prestigioso suocero. Niente di più falso.
Come ben evidenziano l'introduzione e il contributo a fine libro di Maria Turchetto, Lafargue è stato un
uomo che preferì la morte per intima coerenza, e questo pamphlet cinico e pungente ne fornisce chiara dimostrazione.
"Le Droit à la Paresse", che la curatrice preferisce tradurre "Il Diritto alla Pigrizia",
piuttosto che utilizzare il più consueto "ozio" (Edizioni Spartaco, pp.96, €10), è infatti
la denuncia di un difensore dei diritti degli operai, che muove chiamando in causa proprio gli operai stessi, colpevoli
di essersi lasciati subdolamente convincere che il lavoro, il lavoro che vorrebbero svolgere il più alto
numero di ore possibili, è un loro sacrosanto diritto minacciato dagli apparati economici e politici del
sistema sociale in cui vivono.
Per Lafargue, essi sono caduti in un equivoco enorme e fortemente controproducente: ricordando una massima dell'economista
Bernard de Mandeville, "la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi",
egli tenta di scuotere le menti e i corpi di tutti quei lavoratori che, con la loro frenetica laboriosità,
garantiscono la crescita e l'arricchimento di una categoria che fa del capitalismo selvaggio la propria dottrina
esistenziale, e al contempo condannano se stessi e i rispettivi affetti personali a una vi ta scandita soltanto
da sofferenza, fatica, incomunicabilità, incomprensioni.
Alla luce di come poi si sono evoluti i meccanismi economici cui Lafargue si riferisce, è lecito oggi domandarsi
quali possano essere le soluzioni abili a invertire una tendenza che, dopo due secoli, ha raggiunto da quella base
livelli di schizofrenia collettiva. Ma se si pensa che la risposta di Lafargue sia stata sostanzialmente nichilista,
decidendo di congedarsi dal mondo, probabilmente si commette un errore di valutazione: il messaggio da cogliere
è quello della libertà assoluta, questa sì da ricercare con ogni mezzo. Anche perché,
lavorare forzatamente per una vita intera, significa morire senza accorgersene. E noi, siamo così sicuri
di essere vivi?
[Emiliano Sbaraglia]
Presentato da Antonio D'orazio
Il metro è una misura, una misurazione tendenzialmente quantitativa di alcunchè!
Pare vero che offrire una MISURA di qualsivoglia cosa, pare già di offrire qualcosa.
Pare altresì vero che offrire una misura di alcuna cosa non è altro che offrire una misura.
Chi dice che una pagnotta -pesa un chilo- , così facendo, non soddisfa la fame di alcuno, forse può
soddisfare alcuna curiosità o riferimenti o interessati interessi!
Lo stesso Figlio del Creatore non pare sia mai andato in giro a pesar pagnotte o a decantarne misurati pesi. Sta
scritto altresì che un dì, trovatosi un panello tra le mani, si applicò appena, riuscendo
a moltiplicarlo molto, tanto da accontentare tutti gli affamati che lo circondavano affamati e fiduciosi, fiduciosi
ed affamati.
Poi, per companatizzare, furono moltiplicati anche i pesci........ ma questa gloriosa strada godè una sola
percorrenza, senza ripercorrenza. Sarà stato così che molti "seguaci" furono, comedire,
costretti ad ingegnarsi a gignere-generare e speculare unicamente sulla grandezza di quei pani, di quei pesci e
del loro peso soggetto a decadimento per essiccazione: erano tutti preoccupati della misura dei panieri atti al
contenimento.......... poteva infatti capitare che mancassero vassoi atti a contenere pesci dal peso-grandezza
eccessiva ........... documenta Giovenale che, al tempo, poteva capitare che.................... deerat mensura
pisci patinae mensura.
La misura-metro andava perciò stabilita meglio, meglio puntualizzata.
Definirono così che la misura "Minimo" avesse nome Millimetro mentre altri decisero poi subito
che la misura "Massimo" avesse nome Chilometro.
Agli Ateniesi fu dato incarico di battezzare la Massima-Misura: essi dicevano 1000=Chilo=cilioi
e creano il Chilometro.
I Romani, furono alquanto seccati di dover quindi battezzare la Misura-Minima: essi dicevano 1000=Mille e crearono
il Millimetro.
Da ciò deriva quel nostro-loro modo-moderno di pensare-scientifico acquisito col microscopio e col telescopio
che tanto sfastidiò Steiner da indurlo ad urlare: Liberiamocene.
Facile a dirsi. Facile per quanti amano più i fichi-selvatici o Caprofico, più dell'inceppato-insertato-innestato
fico edotto, o fico-dotto o Scientifico.
I caprofichi li avrà di certo mangiati nella Stagira, patria di Aristotile, l'efesio Eraclito ...........
avrà ivi mangiato i fichi-calcidichi. Questo frutto selvatico-(capro) era tanto vantato che i suoi alberi
generosamente offrivano una triplice produzione annuale.
I "locali-greci" potevano ingozzarsi di queste messi e dovevan poi bere molto, meglio se digestivi liquidi-alcolici
onde andavano poi dicendo, illuminati dall'oscuro Eraclito, che lo splendente sole è ampio un piede umano.
Le misure, i metri, sono stati per gran tempo gravati da molteplicità spesso contrastanti e tante polemiche
suscitarono da provocare vere e proprie battaglie-legali, vere sfide se non guerre o disastri innumerevoli.
Oggiorno possiamo dire che Millimetro e Chilometro nacquero bene e santificati nel 1802; tutti ormai sanno usarli,
solo i pescatori amano ancora proporci cetacei per crostacei disorientando i soli ecologi: il loro verde bilioso
col giallo canarino....... un pò brasiliani.
Sul Metro-Metria si potrebbero scrivere libri, altri libri oltre a quelli già affoganti le biblioteche dell'umano
sapere, ammuffiti o da ben-spolverare prima del loro consulto. Anticatoni sono i due libri sul Censore Catone di
Caesar, grandi volumi-arrotolati, da volvere, onde o verso e se ............... quant'erano grandi?
Erano tali da misurarli col millimetro o col chilometro?
Giovenale intese che non eran "grandi", intese che erano minori, minori di quelli che la psialtra, ovvero
flautista, introdusse in se ubi velatur iubetur.
Il metro-metria-misura misurano la grandezza di alcuna cosa anche se essa è caratterizzata da forte-estrema
piccolezza. Così che salire in cielo è possibile anche se si rimane ignoranti, come capitò
all'astrologo Aullo deriso da Lucillio. Giovenale ci rammenta ancora di discese nel cielo, ed altrettanto scrivono
Seneca ed Abati e.... noi rinverdiamo.
Le misure stellari sono state egemonizzate da Astrologi per interi secoli, per millenni, ed hanno costituito e
costruito le basi del nostro sapere siderale. La portentosa Giunone allatta il voracissimo Eracle, ma alcune gocce
di latte sprizzano da quel poderoso seno, e cadono sulla terra dando vita ai bianchi gigli, mentre altre arieggiano
nel cielo per creare le stelle in gruppi galattici, ove galattici o lattei è dir la stessa cosa.
Quale pittore di sacralità clericali seppe mostrarci nudi seni sprizzanti sapienzialità su le fronti
di futuri santi-beati......... poi il Concilio di Trento vietò anche queste minori latticità. Mentre
ancora poi l'avversione per Giunone e la sua esperienza di balia e tutta l'Astrologia divenne invisa ed ormai degna
di morte onde un'Astronomia sapesse renderci le giuste misure e distanze da e tra e con............. Astro-Nomia
ove NOMIA sarebbe la loro misurazione. Misurazioni sempre più esatte e loro-funzionali per............ per
tante loro cose.
Molti ci raccontano favolette, e molti bimbi le ascoltano, che l'Astologia era una scienza da fattucchiere, una
scienza inesatta, una serie infinita di banalità ideate da menti malate, da stregoni perversi e pervertiti
e........... ed i clericali hanno avviato l'uso di abbinare l'Astrologo con l'Uccello del Malaugurio. Ciò
mentre millimetriche misurazioni ci confortano di distanze tra astri vari, in tempi "controllabili" e..............
ci affogano di cifre e cifrere che solo ascoltarle porta male.
A noi ci è parso verosimile che gli Astrologi, anche nelle loro singolari intuizioni, avevano in fondo un
vizio, il vizio, di far discendere le umane fortune dal Cielo. Dato che le Fortune sono anche intese eufemisticamente,
cioè sono anche sventure massime, ecco che Essi-Loro-Clericali non potevano accettare che da empirei cieli
potessero discendere mali e sventure che solo il sottosuolo-demonico è invece capace di provocarci.
Ecco, a noi comprensibilissimo, il loro odio eterno contro Astrologi fluidificanti sventure come fossero piogge
acide o meteoriti........meteoriti che non esistevano proprio per Lavoisier .................... non esistono pietre
in cielo, quindi quali meteoriti?
E Lavoisier aveva sconfitto il Flogisto, come non dargli credito?
Ed i "nostri" astronomi prevedono eclissi e tramonti.......... come non dar loro credito?
E se son anche clericali.........come non esserlo con loro?
Eppure noi si rimane ancorati a Giovenale che la fede non la dava a nessuna Fronte, per luminosa che potesse mai
risultare. Nè ci fidiamo di misurazioni scientifico-matematiche. Nè osiamo contraddirli.............
il riso ci porta a conforti diversi!
Negano i Metronomi che i numeri e la Cabala e..... e danno dello scimunito a chi osa affi-darsi a ricorrenze, ad
influenze-condizionanti, ad affezioni ed indovinazioni-parasimpatiche.
Con candore che farebbe arrossire anche la verginità maschile ........... detti Metronomi non ........ anzi
rispettano altrettante teorizzazioni clerical-sacrali che neanche i bambini riescono a digerire senza conforto
di purghe addolcenti.
Astronomi che non sanno misurare temperature oceaniche onde Tifoni e Cicloni ci sconfortano................ poveri
Orleanesi-Nuovi che subite massimamente queste loro scienze.
Dicono che sciamanici-astologi del Popolo degli Uomini, quelli che han detto indiani-pellerosse prima di por loro
fine-estinzione, non abbiano mai suggerito di perdurare su coste atlantiche....... chissà se starebbero
oggi ridendo dei loro altezzosi antagonisti e delle loro sapienzialità........ tanto bianche, candide, con
strisciette rosse e stellette azzurrissime.
Stelio.