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* Per chi votare? O non votare?
* NAPOLI E IL MOVIMENTO DI SEATTLE
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di
Giuseppe Bifolchi
Da pochi giorni è uscito presso le edizioni Samizdat un libro di Pierre Ansart sulla concezione del socialismo da parte di Proudhon. (Pierre Ansart: Proudhon, il socialismo come autogestione, Samizdat, Pescara, £ 10.000). Avevamo intenzione di esprimere il nostro parere attorno alle prossime consultazioni elettorali, ma ci è sembrato più utile approfittare delle riflessioni di Ansart a proposito del pensiero di Proudhon. Ci pare che espongano in maniera molto chiara il senso profondo di una concezione della società e della politica che nulla ha a che vedere con il teatrino a cui ci hanno abituati i politici di ogni fede e colore.
“L’illusione democratica si basa su una duplice mistificazione, quella del suffragio universale e quella della rappresentanza popolare. Il suffragio universale postula che la volontà di un popolo trova espressione nel computo dei suffragi, come se la somma delle opinioni corrispondesse alla volontà della società civile. È vero il contrario: questo sistema di votazione disgrega la società in quanto isola gli individui, distrugge le unità, acuisce le false divisioni e sostituisce ai conflitti profondi la diversità delle opinioni. Un tale sistema, in realtà, ha necessariamente come risultato non già la trasformazione rivoluzionaria, ma la conferma delle classi dominanti nei loro privilegi. Nel marzo 1848, nel momento in cui il governo provvisorio istallatosi a Parigi annuncia che saranno indette elezioni per una nuova Assemblea, Proudhon giustamente prevede che gli elettori voteranno in maggioranza per membri delle classi superiori e che quindi le elezioni sostituiranno al movimento rivoluzionario un’assemblea conservatrice. Col sistema delle elezioni si finirà, in nome della repubblica e del suffragio universale, per evitare la realizzazione delle riforme economiche. “Inoltre, la vecchia tradizione cosiddetta democratica, che non sa vedere altra soluzione se non nel cambiamento del personale governativo e nell’elezione dei rappresentanti del popolo, rimane prigioniera della illusione secondo cui la sovranità popolare deve essere incarnata, assunta, rappresentata da qualche autorità. Il fatto è che si resta incapaci di superare la mitologia della rappresentanza la quale postula, in realtà, che la società non può regolarsi, governarsi da sola e che è necessario imporle un potere, per così dire, rappresentativo. Finché questa illusione non sarà superata, continuerà a rinnovarsi quell’alienazione politica per cui il popolo viene espropriato della sua sovranità. È in tutt’altra direzione che va cercata la soluzione del problema sociale, cioè in una direzione che miri a restituire alla società produttrice la pienezza della sua iniziativa. Anziché organizzare il governo, bisognerebbe organizzare la società sulla base di relazioni tali da rendere impossibile il furto politico. “Non è certo questa la direzione verso cui si orientano i teorici comunisti. Essi pensano di superare le contraddizioni sociali negandole e imponendo la rinuncia ad ogni differenza nel quadro di un’associazione omogenea. Ma una tale associazione delle volontà non potrebbe essere ottenuta se non attraverso un sovrappiù di coercizione che richiederebbe, di nuovo, un controllo e un dominio oppressivo. Ecco perché essi tendono a porre l’accento sulla disciplina, sul potere dei capi o - come nell’Icaria di Etienne Cabet, ad esempio - sulla dittatura del legislatore. Ancora una volta Proudhon rimprovera ai teorici della comunità di ricalcare, dietro l’apparenza di un discorso rivoluzionario, i modelli politici del capitalismo e della tradizione governativa. Dopo aver fondato il potere sulla parola di Dio o sulla nobiltà del principe, si fa ora appello al mito della sovranità popolare e si rinnova il pregiudizio per cui il potere deve essere concentrato in un organo dirigente a causa dell’incapacità dei produttori di conservare la loro libertà. Anziché cercare di far sorgere le forme di regolazione sociale dagli scambi e dai contratti, si mira a ricostituire un’associazione politica autoritaria incaricata di dirigere l’attività sociale. Un tale sistema, fondato su di un’unità artificiale, ripresenterebbe le stesse tare politiche del passato: mancanza di una divisione dei poteri, soffocante centralismo, distruzione di ogni particolarità individuale o locale, espansione di una burocrazia negatrice della libertà.”
Per dirla con Bookchin (Murray Bookchin: Democrazia diretta, Elèuthera, 1993, £ 10.000):
“Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega ad un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione. Oggi, la “politica” è una cruda tecnica strumentale per mobilitare elettori al fine di ottenere obiettivi preselezionati, non mezzo per istruire la popolazione alla cittadinanza, con i suoi ideali di autogestione civica, oppure per formare forti personalità. I politici trattano la gente da elettorato passivo il cui compito politico è quello di votare ritualmente per candidati di scelta partitica, non per delegati il cui unico mandato è di gestire politiche formulate e deliberate dai cittadini. I professionisti della gestione statuale vogliono obbedienza, non impegno, distorcendone persino il significato fino a ridurlo ad un atteggiamento di pura passività, da spettatore, nel quale il singolo è smarrito nella massa e le masse stesse frammentate in atomi isolati, frustrati e impotenti… “… Una vera cittadinanza e una vera politica implicano la formazione permanente della personalità, un senso crescente di responsabilità e di impegno pubblico in senso comunitario. I caratteri personali e politici vitali non si costruiscono certo nel privato della cabina elettorale. Per realizzarsi, richiedono l’esistenza di una presenza pubblica incarnata da individui che pensano e si esprimono, di una sfera pubblica responsabile e discorsiva. “Il referendum, espresso nel privato della propria cabina elettorale oppure, come vorrebbero i sostenitori entusiasti dell’informatica, nella solitudine elettronica della propria casa, privatizza la democrazia e quindi la sconvolge. Il voto, al pari del sondaggio sulle proprie preferenze in fatto di saponi e detersivi, è la completa quantificazione della cittadinanza, della politica, dell’individualità. Il mero voto riflette una “percentuale” preformulata delle nostre percezioni e dei nostri valori, non la loro piena espressione. Si tratta della riduzione tecnica di opinioni in mere preferenze, di ideali in meri gusti, di comprensione universale in mera quantificazione, allo stesso modo in cui si possono ridurre aspirazioni e convinzioni a unità numeriche. “Finché gli attuali innovatori sociali non abbandoneranno la concezione secondo cui il “processo politico” va inteso come mobilitazione invece che educazione, come espressione di leader carismatici invece che di cittadini attivi, come propugnatore di soluzioni contingenti invece che di visioni prospettiche cariche di senso etico, fino ad allora la politica, lungi dall’essere nuova, sarà vecchia statualità autoritaria infiorata di mera retorica”.
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Ubaldo Giacomucci
Le poesie qui pubblicate sono il frutto di un'esperienza di scrittura a "più mani" in cui ogni
Autore ha scritto un verso, proseguendo l'itinerario compositivo impostato dall'Autore che lo procedeva. Lo spunto,
l'ispirazione, o meglio il riferimento storico di questo "esperimento di scrittura" è il ludus
poetico denominato dai surrealisti "cadavere squisito".
In questa sperimentazione surrealista, tuttavia, permaneva una aleatorietà assoluta, per cui ogni Autore
scriveva un verso senza conoscere quanto scritto dagli altri.,
Nel nostro caso, invece, sembra valere una logica del sodalizio. Per cui la scrittura, spesso decisamente "automatica"
( per rimanere in ambito surrealista ) si compone per aggregazione, un verso dopo l'altro, fino a raggiungere un
esito espressivo riconoscibile dai suoi Autori come definitivo.
Poesie, quindi, proprio nel segno di una logica del sodalizio, che sembra presupporre quella cultura della solidarietà
che la società civile non dovrebbe mai dimenticare.
TESTI
Inchiostro di china
Graffito nero
Antichi popoli di stirpi eroiche.
Presi nella storia.
Universale dei sogni e utopie.
Anarchiche cicliche infinite
Possibilità d'assorbire
Come una spugna
I coloridel mondo
Dal nero al bianco vino dei castelli
Lottando con se stessi
E vincendo le avversità.
Maggio 2000
Al consono del tempo
Rimasi ad osservare
Nell'attimo che resta
Un sospiro
Mi allontanò da lei
Per tornare domani
Nel quadro del tempo
Qualcosa sfiora un ritratto
Di giovane donna
Patita dal dolore
Ma questa notte vedremo stelle
Indorare la luna, stelle cadenti stelle amiche
Sulla finestra Ovest
Per fotografare le ombre
Lontane dal silenzio
Seconda metà anni 80
Il meriggio dipana luci
(e) fuggono i ramarri sui muri
di desolati spazi
la luce in rivoli cade
nella meraviglia dell'assorto
silenzioso fluire del tempo
Seconda metà anni 80
di Giacitropape
di Antonio Mucci
| Ogni tanto nella mia vita mi ritrovo con questo dubbio ambletico : votare oppure no. Ma è veramente un dilemma ? Penso che non lo sia e che si dia eccessiva importanza alle varie campagne elettorali. Io vedo le votazioni come una trappola messa in atto dal potere per dividere sempre più la popolazione e fare litigare le persone tra loro. La molla che muove la gente ad andare alle urne ( anche se è sempre meno ) è L’ILLUSIONE di poter decidere nella soluzione dei problemi della società. Essa è alimentata volutamente dai mass-media. Penso che noi semplici cittadini non decidiamo un bel niente ! Per esempio su problemi importanti come quello della mucca pazza, i transgenetici, la guerra nei Balcani, l’invio dell’esercito italiano nel Kosovo, la clonazione degli animali e delle persone, ecc., chi ci ha consultati ? Nessuno ! Pochissime persone in Italia o addirittura nel mondo hanno deciso per noi su questi problemi. Perché non consultarci ? Si ha forse paura ? Io penso di sì ! Il cittadino dovrebbe votare tutti i giorni ( si fa per dire ! ), cioè dovrebbe partecipare pienamente alla gestione della società. Invece egli può solo PENSARE se un problema sia giusto oppure no. La DECISIONE viene presa dai parlamentari che agiscono in base ai propri interessi o al massimo del proprio partito. Questo meccanismo soddisfa la maggior parte degli italiani, come dimostra il fatto che vanno a votare. Essi sono rispettabilissimi ! Io sono contrario alla delega e per questo motivo non ci vado. Penso che si dovrebbe SOSTITUIRE IL PARLAMENTO CON L’AUTOGESTIONE DEL POPOLO. | Solo così si può partecipare direttamente alla vita sociale e sviluppare una nuova coscienza altruista e collettiva. Il fatto di non contare nulla in questa società è anche causa per il cittadino di tanti problemi psicologici come la depressione, l’alcol, la droga, l’anoressia, la bulimia, la solitudine, ecc., tutte malattie sociali derivanti dalla vita vuota e inutile che si conduce e che si cerca di riempire correndo dietro a qualcosa, qualunque cosa, purchè si corra e non si pensi. In questo modo il buco del vuoto si allarga sempre di più come quello dell’ozono. Votare o non votare indubbiamente non risolve niente, perché la società non si cambia con la scheda o senza. Allora come si cambia ? Penso che per prima cosa si dovrebbe spazzare via il campo da facili polemiche superficiali come “ chi non vota fa il gioco dei fascisti” oppure, detto dalla parte opposta “chi non vota fa il gioco dei comunisti”. Nessuno dei due vuole riconoscere una identità al non votante e rispettarlo per quello che fa e che dice. Una premessa importante per voler cambiare l’attuale società dovrebbe essere il sentire che essa non risponde più alla soddisfazione dei propri problemi materiali e spirituali. Per arrivare a questo livello di coscienza ci vuole una crisi economica, sociale e politica molto profonda dell’Italia, che attualmente non c’è.Però le difficoltà non mancano : le famiglie povere sono aumentate dal sette al dieci per cento, c’è una crisi di assorbimento dei prodotti da parte dei mercati che fa prevedere il peggio, nonché un inasprimento dello scontro intercapitalistico mondiale, che sta trascinando sempre più l’Italia sul piano del coinvolgimento militare. |
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CONFESSIONE POCO ARGUTA
DELLA PRIMAVERA CALMA
(INTRODUZIONE)
MIO FIORE DI LOTO IN QUESTA SERA DOVE IN SOLITARIO
PENSO ALL'AMORE CHE TI OFFRO
NEL CERVELLO CI SEI TU / USIGNOLO FELICE
ALLE VOLTE TACCIO PER STARE IN CONTEMPLAZIONE ATTENTA
NEI TUOI CAMBIAMENTI FACCIALI
IN QUESTO ORGOGLIO UMANO - LASCEREI - TUTTO - PER GETTARMI TRA LE
BRACCE DEL CUORE
UNA ATROCITA' AVERTI LONTANO
NEL BUIO DEL SONNO IL TUO CORPO AFFIORA VIRTUALMENTE
IMPAZZISCO / MA SONO IN PIENA SINCERITA'
(CONCLUSIONE)
LA MASCHERA SCIVOLA TRA LE DITA
DISSOLVENDOSI NELLA SABBIA
SOFFIA IL VENTO //
NEI MARGINI DESOLATI CI SONO UOMINI
GRAVITANO INTORNO AL SOLE
NELLA PRIMAVERA LA CASA BRUCIAVA
RACCHIUDENDO IL SEGRETO MAI CELATO
UN GHIGNO NELLA STRANEZZA
MENTRE LA NORMALITA' SBUFFA
Donato Di Domizio
MI RIVOLGO A TE FRAGILE ARALDO
DAVANTI A QUEL CAFFE' COLMO DI ZUCCHERO
VESTITO DI STRACCI AMOREVOLI
CON DEVOZIONE GIOVANILE
NEL VIAVAI DEI PASSANTI OSSERVO IL BIANCORE DELLE TUE GUANCE
CI RACCONTIAMO I NOSTRI POEMI DI SPERDUTE AVVENTURE
DITA CHE SI INTRECCIANO NELLE GAMBE
QUEGLI OCCHI SOLCATI DALLA VITA DI ORMONI DILATATI
MI RIVOLGO A TE MIO ESPRESSIVO ARALDO
PROVAMMO UNITI INNUMEREVOLI APOCALISSI
PER POI STRINGERCI NEL GIOCO DEL SEMPRE ANGELO
MI RIVOLGO A TE MIO INFATUATO ARALDO
CHE SCENDI DAI LAMPI DELLE TEMPESTE
PER CONSEGNE DI NUOVE MENTI
SADICAMENTE TRASPORTATO
DAI VEICOLI DIMENSIONALI
SUCCHIATORI
D'ORDINARIE CONFUSIONI
di Marco Tabellione
"La pubblicità è l'anima del commercio". Questa frase ha già fatto abbastanza il
giro del mondo, converrebbe finalmente eliminarla, oppure darle una connotazione negativa, che è poi quella
che si merita. Sarebbe bello, infatti, poter dire: "il bisogno autentico del consumatore è l'anima
del commercio", ma questa, forse, è la solita utopia che non ci possiamo permettere, dato che oggi
dichiararsi utopici è quasi condannarsi alla forca presso l'opinione pubblica. Solo che quando la pubblicità
e la propaganda vanno ad investire non soltanto il mondo dei consumi, ma anche quello della gestione della cosa
pubblica, allora il discorso cambia. Se infatti è ben difficile sopportare il martellamento pubblicitario
che pure oggi governa la nostra vita e persino il nostro immaginario, ancora più difficile è accettare
l'inflazione pubblicitaria che domina le campagne elettorali e, in generale, il mondo della politica. I nuovi politici
"hanno facce pulite e cravatte intonate con la camicia" diceva De Gregori in una vecchia canzone di Rimmel;
sarà anche così ma c'è poco da stare allegri, soprattutto quando il sorriso ipocrita della
faccia pulita nasconde interessi che, guarda caso, non sono quasi mai quelli del popolo, nonostante cartelloni
e slogan sui manifesti vogliano convincerci dei contrario.
Del resto questa ipocrisia non deve sorprendere, dal momento che è appunto l'anima del commercio. Di chi
sono gli interessi che muovono le campagne pubblicitarie dei tanto blasonati prodotti dell'industria? Sarà
difficile dimostrare che sono per la maggior parte del consumatore; così, probabilmente, sarà dìfficile
dimostrare che gli uomini che aspirano alla nomina e al potere lo fanno più per rappresentare gli interessi
del popolo, che per difendere i propri. Non abbiamo del resto bisogno di molti giri di parole per attestare un
fatto sicuramente triste, ma non sorprendente: e cioè che laddove la politica in termini morali dovrebbe
proporsi come servizio, si trasforma invece, o lo è sempre stata, in potere. Un simile discorso potrebbe
apparire pleonastico, o piuttosto una ovvietà, talmente ovvia da risultare paradossale la sua difesa. E'
chiaro che il nocciolo della questione è sempre stato questo: e cioè che la politica è attraversata
da lotte e dinamiche interne tese a mettere in perenne contrasto il potere desiderato e il servizio dovuto.
In fin dei conti i nostri rappresentanti politici, se ci si attiene alla logica teorica, essendo stati demandati
da noi elettori attivi, dovrebbero essere considerati, e considerarsi a loro volta, in qualità di nostri
subalterni, o comunque funzionari al nostro servizio.
| Se la politica ha uno scopo, se lo Stato stesso, nella sua apparente imprescindibilità, ha un fine condivisibile
da tutti i cittadini, tale scopo non potrebbe non essere che il bene comune, il bene collettivo, piuttosto che
il bene di alcune individualità. Certo noi conosciamo bene le argomentazioni liberistiche, che sono poi
quelle che muovono oggigiorno, dopo il crollo delle inaccettabili dittature comuniste, tutti i militanti politici,
senza distinzione di bandiera; queste argomentazioni rimontano addirittura all'economista inglese Smith, uno dei
primi studiosi seri e profondi di quella scienza difficile che è l'economia. Secondo Smith ogni capitalista
facendo i propri interessi giunge a realizzare conseguentemente gli interessi dell'intera comunità, in una
concezione dell'economia che vorrebbe dimostrare l'esistenza automatica e perenne di un accordo tra interessi privati
e pubblici. Questa teoria, a ben vedere, potrebbe essere fatta propria, e lo è indubbiamente, anche dai
politici contemporanei, dei quali possiamo provare a parafrasare il pensiero: "Scelgo il successo politico"
sembrano dire "per i miei comodi egoici, gonfiati o reali, però automaticamente sto in pace con la
mia coscienza, perché comunque faccio gli interessi della popolazione". Ma qui sta il punto: sono davvero tutelati gli interessi della gente? A vedere dalle campagne pubblicitarie e propagandistiche e riflettendo sulle loro dinamiche siamo purtroppo costretti a rispondere di no. E notiamo che è soprattutto questa ultima campagna elettorale ad offrire la possibilità di rispondere di no. La strumentalizzazione degli ideali umanistici, ad esempio, nei manifesti che stiamo osservando e sopportando nelle nostre città è così evidente da risultare banale. Sembra assurdo che si sia potuti giungere a forme così eccessive di cattura del consenso, con promesse che vengono sbandierate a più non posso. Visi sorridenti che ci invitano ad imitarli, e cioè a dare il voto a chi pretende di agire per il bene della collettività, a chi mostra il cipiglio più intelligente e saputello, a chi promette di avere la bacchetta magica per risolvere i mali dell'Italia. Siamo alle prese con immagini paternalistiche, che trattano il pubblico degli elettori come fossero adolescenti, bambini ai quali offrire la caramella e il contentino in cambio della scelta. |
Credo sinceramente che questi affreschi metropolitani, ritoccati e fotomontati, offendano l'intelligenza del cittadino e dell'elettorato attivo.Ma come al solito non occorre scandalizzarsi più di tanto. Il fatto è che purtroppo siamo all'apice della civiltà dell'immagine; una civiltà fondata su una comunicazione iconica che indubbiamente sta per essere superata, come in effetti suggerisce la rete telematica irradiata oggi sul mondo e indice del fatto che siamo di fronte a qualcosa di diverso dalla semplice trasmissione per immagini. Però effettivamente i manifesti di questa campagna elettorale rappresentano al meglio ciò che il potere dell'icona è in grado di fare. Solo che davvero non ci si aspettava messaggi così apertamente riferiti alla paternalistica autorità dell'immagine, con tutte le ingenuità che queste dinamiche presentano. Ma forse sbagliamo noi a sorprenderci; forse le campagne politiche così apertamente agganciate all'influenza iconica, rappresentano in realtà il frutto di una realtà economica e sociale che ha nella pubblicità il suo vero fulcro creatore. Oggi occorre vendere, che sia un prodotto di profumeria, farmaceutico, oppure elettronico, oppure l'ultimo cd di canzoni o ancora la propria candidatura e il proprio successo politico. E se dunque l'imperativo è vendere, possono andare benissimo al diavolo, almeno così sembrano ragionare coloro che queste campagne hanno ideato o appoggiato o semplicemente utilizzato come clienti, possono, ripetendo, davvero andare al diavolo gli scrupoli morali, l'esigenza di una politica e di un'industria votate al cittadino, all'elettorato o al consumatore. Crediamo, sinceramente, che quando l'uomo avrà di nuovo reso il mercato uno strumento nelle sue mani, allora forse la nostra potrà cominciare ad essere chiamata "civiltà"; ma fino a quando ogni campo dell'agire umano sarà inevitabilmente finalizzato e subordinato all'obiettivo di vendere, e fino a quando la politica continuerà ad usare il linguaggio e le tecniche di comunicazione proprie della scienza della commercializzazione, non potremo, credo, arrogarci più il diritto di definirci civili. |
Napoli e il Movimento di Seattle
di Lorenza Pelagatti
| Dal 15 al 17 Marzo sì è svolto a Napoli il Terzo Global Foruni dedicato al tema del "governo elettronico". Stati e multinazionali hanno cercato di preparare strumenti utili per il dominio mondiale di un pianeta unipolare, ovvero completamente asservito alle logiche di potere e del profitto. Discorso che verrà anche ripreso nel G8 che si terrà a Genova nel mese di luglio. Il 17 marzo è stata organizzata una manifestazione dal popolo di Seattle a cui hanno partecipato 30.000 persone e il cui obiettivo era arrivare sotto il palazzo del Congresso e disturbare i lavori del Forum oltre che opporsi alla globalizzazione. Durante la manifestazione la polizia ha caricato ripetutamente i compagni. L'atteggiamento militare è stato sconcertante, non solo per la violenza delle cariche, ma anche per la strategia adottata. I manifestanti chiusi in trappola a Piazza Plebiscito hanno subito un lancio ininterrotto di lacrimogeni e pestaggi individuali. Le prepotenze ed ingiustizie della polizia sono state tante, basti pensare che il bilancio finale è di 200 feriti. Come al solito "le forze del disordine" hanno riconfermato il loro ruolo storico di custodi del potere, in questo caso dei rappresentanti degli stati e delle multinazionali. Il loro obiettivo era terrorizzare tutti i manifestanti e in particolare i più giovani affinché perdessero ogni velleità di disturbare i signori della terra e tutta la voglia di lottare. Al di là delle decisioni prese durante il Forum e del bilancio della manifestazione l'esperienza di Napoli può essere utile per fare valutazioni sul movimento antiglobalizzazione che si è andato costituendo sulla scia della manifestazione di Seattle. Questo movimento ha carattere internazionale ed è molto variegato. Al suo interno ci sono centri sociali, collettivi, gruppi ecologisti, gruppi femministi, partiti, sindacati, anarchici, ambientalisti, studenti, disoccupati, lavoratori. | Il suo merito principale è stato quello di evidenziare come la gestione dell'economia e della politica avviene attraverso organismi sovranazionali, WTO, BM, G8, ecc. che stabiliscono le regole che i singoli stati devono rispettare. Il secondo merito è l'aver mostrato che la globalizzazione dell'economia significa in realtà un maggior sfruttamento dei paesi del sud , sia dei lavoratori e sia dell'ambiente e un peggioramento delle condizioni di vita degli sfruttati che vivono nei paesi del nord del mondo. Tale movimento ha due anime: una riformista ed istituzionale e un'altra più radicale che si muove al di fuori e contro le istituzioni. La prima ha organizzato le manifestazioni che si sono succedute fino ad ora per vari motivi. Innanzitutto per fare pressione su i potenti della terra e far capire che non possono agire indisturbati, in alcuni casi anche per arrivare a delle trattative attraverso delegazioni che chiedevano di essere ascoltate, come nel caso della manifestazione di Genova contro i cibi modificati geneticamente. Inoltre partiti come quello della Rifondazione Comunista e dei Verdi con queste iniziative acquisiscono visibilità, anche sui mezzi d'informazione e riescono ad avere consenso soprattutto tra i giovani portando avanti le loro rivendicazioni, per esempio la richiesta di un salario sociale per i disoccupati caldeggiata da Rifondazione. La contestazione viene utilizzata giustamente dall'ala riformista del movimento, perché il suo intento è cambiare la società attraverso leggi e riforme che possano trasformare lo Stato Italiano, ma anche gli organismi politici ed economici del capitalismo mondiale. Non capisco invece il motivo per cui l'anima più radicale, che dovrebbe essere rivoluzionaria, si sia appiattita completamente su tali contenuti, accettando queste pratiche di lotta senza riuscire a far emergere le differenze. |
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UNITED DOLORS OF BENETTON |
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I COLORI UNITI DELLO SFRUTTAMENTO |
“EL SENOR BENETTON”
TAPPEZZA ELEGANTEMENTE
LE NOSTRE CITTA’ CON
MANIFESTI PUBBLICITARI
APPARENTEMENTE IN LINEA
CON IDEALI ANTIZAZZISTI !
MA COSA NASCONDONO QUELLE
INSOSPETTABILI IMMAGINI DI
SERENA E PREZIOSA CONVIVENZA
MULTIETNICA DIABOLICAMENTE
IMMORTALATE ?
…….ALTROCHE’ SOLIDARIETA’
E RISPETTO ……..SOLO :
PROFITTI
SFRUTTAMENTO
USURPAZIONE
USURPAZIONE
DI TERRITORI PER DECINE DI MIGLIAIA DI ETTARI :
- IN ARGENTINA PER LA PRODUZIONE DI LANA
- IN TURCHIA PER LA PRODUZIONA DI COTONE …….. CON RISPETTIVO
SFRUTTAMENTO
IN LOCO DELLE POPOLAZIONI MAPUCHE E KURDE
COME MANODOPERA A BASSISSIMO COSTO ….
PROFITTI
OTTENUTI SOPRATTUTTO CON LO SFRUTTAMENTO DI LAVORO NERO
E MINORILE ANCHE ALL’INTERNO DI AZIENDE CONTOTERZISTE
( ITALIA, TURCHIA, PORTOGALLO, SPAGNA, ROMANIA, UNGHERIA )
es. UNA MAGLIETTA CHE AL PRODUTTORE E’ PAGATA LIRE 4.000,
VIENE RIVENDUTA A LIRE 80.000 !!!
L’IMPERO ECONOMICO BENETTON COMPRENDE :
- ATTIVITA’ MANIFATTURIERE
( TESSILE, ABBIGLIAMENTO, CALZATURE, ATTREZZATURE E ACCESSORI
SPORTIVI ) ;
OLTRE CHE CON BENETTON , L’IMPRESA OPERA CON I MARCHI :
SISLEY, ZERODODICI, NORDICA, PRINCES, ZEROTONDO, UNDERCOLORS, COLORS OF BENETTON, ROLLERBLADE, KILLER LOOP.
- DISTRIBUZIONE ALIMENTARE E RISTORAZIONE :
AUTOGRILL, SPIZZICO, GS, EUROMERCATO.
- ATTIVITA’ IMMOBILIARI E AGRICOLE :
ED. PROPERTY.
- ALTRI SETTORI :
- VERDESPORT S.p.A. ,PALLACANESTRO
TREVISO S.p.A. , VOLLEY TREVISO S.p.A.
DALL’AUTUNNO 1998 INIZIA UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA
CHE VEDE COMPLICE DI BENETTON …..TIM E LA
MULTINAZIONALE
PROCTER & GAMBLE
( CHE PRODUCE BUONA PARTE DEI DETERSIVI
COMUNI QUALI ARIEL, ACE, DASH ).
N.b. volantino presentato da STEFANO FOSCHI
Lettera a "Il SALE"
di Antonio Cilli
Vorrei intervenire su questa campagna elettoralistica con
un'opinione non liberal e non economy.
Avendo frequentato il D.A.M.S a Bologna negli anni ottanta, ritengo
anche se non ho superato l'esame del Prof. Umberto Eco di semeiotica
penso di conoscere più di molti giovani giornalisti cosa significhi il
termine Scienza della comunicazione per esempio dal punto di
vista grafico, terminologico o distributivo o di tendenza.
Non è più tempo di dichiarare le proprie intenzioni.
Nessuno lo fa più, tutti promettono e nessuno mantiene alcunché di già non detto ma addirittura
scritto (vedi giungla legislativa e relativi conflitti).
Allora io come tanti più o meno giovani siamo stufi delle nostre presenze invisibili proprio in
questa società dove tutto è continuamente spettacolo (mi cito come autore di testi letterari
e non) dal 1968 in poi gli studiosi come Ivan Illich avevano previsto che il problema fondamentale sarebbe stato 1) accesso non più alle fonti delle ricchezze ossia potere dei mezzi di produzione
ma a quello che lo determina ossia il SAPERE.
Allora che i politici pensino ad amministrare e ci lascino liberi di protestare anche illegalmente
tanto siamo noi ad aver pagato tutto (vedi il caso eclatante e clamoroso dei buon SOFRI) e il
suicidio di un verde ministro a FIRENZE di Alexander Langer. Che le cornacchie colpiscono
sempre più sarà un processo irreversibile di questa civiltà o lo sapevano anche gli americani
come Alfred Hitchkoch o Agatha Cristie, ma perché finalmente per una volta non deponiamo tutti
le armi per sempre, comprese anche quelle della non violenza, un convinto antimilitarista non
pacifista?