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. Ancora persecuzioni e violenze a danno dei giornalisti di Fabrizio Legger
· Questione Morale e codice Zapatero presentato da Antonio D'orazio
· Quale sarà il futuro dell'Italia? di Antonio Mucci
· Poesie tratte dalla raccolta... di Piero Lanaro
· Giornata internazionale dei diritti Proposto da Michele Meomartino
· La nuova nobiltà e la società dei privilegi di Marco Tabellione
· Canaglie di periferia di Una canaglia
· (...continua) Il materialismo è l'idolatria del nostro tempo di Giuseppei
Bifolchi
· I letterati del quartierino di Giacomo D'Angelo
· Relatività e interattività del binomio... presentato da Gianni
Donaudi
· Pace no guerra Vita no morte... di Stelio
Quando scrivere significa rischiare di persona
Dall'Egitto alla Turchia, quant'è difficile criticare scrivendo
Purtroppo, le notizie che settimanalmente giungono nelle redazioni dei giornali dalle agenzie e dai corrispondenti
di stanza nei cinque continenti, riguardanti al libertà di stampa, sono sempre più gravi e inquietanti.
Per ogni giornalista arrestato, che viene rimesso in libertà, ne vengono arrestati altri cinque, e va già
bene se in carcere non si subiscono violenze o torture. La scorsa settimana, nello Yemen, il presidente Saleh,
per ingraziarsi l'opinione pubblica occidentale, ha concesso la grazia al giornalista Abdelkarim al Khaiwani, che
è stato così scarcerato. Il giornalista era stato condannato ad oltre trent'anni di carcere: la sua
grave colpa? Quella di aver scritto una serie di articoli critici contro il governo yemenita e il presidente Saleh.
Per questi articoli, al Khaiwani era stato accusato di incitazione alla violenza insurrezionale e diffamazione
del governo. Più grave, invece, la situazione in Egitto, dove il dittatore filoamericano Mubarak, due mesi
fa, ha fatto chiudere il settimanale anglofobo "Cairo Times", reo di pubblicare articoli troppo critici
nei confronti dei privilegi del presidente e delle politiche neoliberiste attuate dal governo egiziano. Ora, i
giornalisti di questo periodico hanno dato vita ad un nuovo periodico, il "Cairo Magazine", sul quale
sono stati pubblicati altri articoli critici nei confronti di Mubarak. Il presidente-dittatore dell'Egitto farà
ora chiudere anche questo nuovo periodico?
In Iran, R.K. e F.B., due giornalisti che scrivevano rispettivamente per i quotidiani riformisti "Sharg"
e "Yas-No", sono in carcere da un anno: i due giornalisti sono in prigione con l'accusa di aver scritto
articoli diffamatori nei confronti dell'ayatollah Khamenei, Guida Spirituale della Repubblica Islamica dell'Iran,
mentre i due giornali sono stati entrambi chiusi con l'accusa di essere troppo critici nei confronti del governo
della Repubblica Islamica.
Infine, in Turchia, lo scrittore ed editorialista turco Orhan Pamuk, residente all'estero, è stato accusato
di essere un "traditore della patria" e copie dei suoi libri sono stati bruciati sulle pubbliche di piazze
di alcune grandi città. La sua colpa? Quella di avere scritto articoli critici contro il padre della patria
Ataturk e di aver dichiarato, in una intervista ad un giornale svizzero, che "i turchi hanno ucciso un milione
di armeni e trentamila kurdi". Per questi motivi, se Pamuk rietrasse in Turchia sarebbe subito arrestato.
Ecco che cosa significa, al giorno d'oggi, scrivere (e quindi rischiare la libertà e la vita) in molti paesi
del mondo. Ma quello della libertà di espressione non è forse un diritto umano sacrosanto e inalienabile
sotto qualunque regime e sotto qualunque latitudine? Queste drammatiche notizie, purtroppo, testimoniano che le
cose non stanno affatto così!
Fabrizio Legger
QUALE SARA' IL FUTURO DELL'ITALIA?
(Viva la ribellione in Val di Susa!)
La popolazione della Val di Susa è tutta mobilitata per respingere il progetto TAV(Treni ad Alta Velocità)
Lione-Torino che prevede, tra l'altro, la costruzione di due tunnel, uno di 53 Km e l'altro di 23, al confine tra
l'Italia e la Francia. Tale progetto, se attuato, porterà dei danni enormi alle persone ed all'ambiente.
Il 16 novembre c'è stato uno sciopero generale di tutta la valle, a cui ha aderito l'intera popolazione,
dando luogo ad una manifestazione di 70.000 persone.
Nei giorni successivi ci sono stati proteste e presidi per impedire l'inizio dei lavori. Ancora oggi ci sono dei
presidi permanenti, effettuati dalla popolazione e dalle organizzazioni locali, malgrado il freddo e la neve. Si
calcola che il 95% della popolazione della zona è contraria alla realizzazione dell'opera("Il Giornale"
del 1-12-05). Tutto ciò dimostra la decisione degli abitanti di non volere subire questa violenza, cioè
un progetto partorito dal Governo italiano e dall'Unione Europea, senza nemmeno ascoltare la loro opinione. Si
sentono violentati! Hanno ragione!
La Democrazia ed il Progresso, se realizzati contro la volontà del popolo, non sono più tali.
Per cui coloro che sono per la realizzazione dell'opera sono antidemocratici ed antiprogressisti, cioè reazionari.
Purtroppo, in questo caso, la schiera dei reazionari è numerosissima: si parte dai partiti della Destra
al Governo, si passa a quelli della Sinistra e si va a finire alle Confederazioni Sindacali. Fanno eccezione piccole
minoranze della Sinistra(Verdi-Rifondazione Comunista-Comunisti Italiani), che si sono schierate contro il progetto
TAV.
Questo avvenimento dimostra ancora una volta che la Destra e la Sinistra sono sostanzialmente uguali, che
le differenze sono minime e su problemi secondari. Tale concetto di uguaglianza è confermato anche dal fatto
che le minoranze dissidenti sopra elencate, al momento del voto, si ricompattano con le grandi organizzazioni.
La Destra e la Sinistra sono unite dal comune interesse di gestire il potere. Ciò che varia, a volte, è
il modo di come farlo. Nel caso della TAV in Val di Susa concordano pienamente: contro il popolo, in difesa del
grande capitale.
Lo scontro nella Val di Susa ha assunto questa violenza ed importanza perché è in discussione e sotto
"processo" tutta la politica delle cosiddette "grandi opere", che è l'orientamento economico-politico
principale del capitalismo italiano in questo momento. Il ponte sullo stretto di Messina, con tutta la sua montagna
di milioni di euro, fa parte delle "grandi opere". Per questi motivi, lo scontro tra popolazione e Potere
nelle Val di Susa, pur essendo locale, riveste un'importanza nazionale; anzi, penso che tale lotta abbia un'importanza
internazionale perché il tratto TAV Lione-Torino fa parte di un progetto grandissimo chiamato "Corridoio
5" che dovrebbe unire Barcellona a Kiev, in Ucraina. Se la popolazione della Val di Susa dovesse riuscire
a respingere il progetto sul proprio territorio potrebbe essere un ottimo esempio per tutte le popolazioni attraversate
dal mega progetto..……..tanto decantato……….ma che, in pratica, finirebbe con il portare danni malattie e morte all'ambiente
ed alle persone.
Questo progetto, secondo me, va respinto alla radice, senza nemmeno entrarci nel merito. E' una follia! Si dovrebbe
respingere non soltanto per lo spreco economico che rappresenta una spesa del genere, ma anche da un punto di vista
filosofico-psichico della vita. Per esempio: che importanza ha se nel tratto ferroviario Lione-Torino ci si impiegano
due ore di meno? A che servono queste due ore di tempo in più se poi si muore per l'inquinamento dell'aria
e dell'acqua? Oppure si entra in nevrosi e si impazzisce perché il proprio ambiente di vita naturale e sociale
è stato stravolto? Questo concetto del dinamismo è falso: è la lentezza più grande
che si possa immaginare, più lenta della stessa lumaca tanto criticata(poveretta!) per il suo modo di procedere.
E' un dinamismo e stile di vita basato sul denaro e sulla sua accumulazione: ha fatto già tantissimi danni
alla natura ed agli esseri umani che sarebbe ora di smetterla! Per questi motivi io penso che tutto il progetto
TAV e la politica delle "grandi opere" siano un assurdo e che debbano essere respinti a priori.
I sindaci della Val di Susa si sono schierati tutti contro il progetto, mentre il Presidente della provincia di
Torino e della regione Piemonte, entrambi DS, si sono schierati a favore. A mio avviso, ciò dimostra che
il nemico non è da cercare soltanto all'esterno del proprio partito, ma anche all'interno, particolarmente
nei vertici.
Lo sciopero generale della valle del 16 novembre è stato dichiarato illegale perché le tre Confederazioni
sindacali, ad eccezione della FIOM, non lo hanno indetto, anzi si sono dichiarate contrarie. Malgrado ciò
lo sciopero è stato proclamato ugualmente dalle associazioni ed organizzazioni locali e, come si è
visto, è riuscito al duecento per cento: hanno scioperato anche quelli che non dovevano.
Ciò ha confermato, a mio avviso, che è corretto agire fuori e contro le istituzioni, nel rispetto
di chi ci crede. C'è stata un'alleanza di fatto tra "credenti" e "non credenti" nelle
istituzioni. Ciò che li ha uniti sono stati i sentimenti umani di giustizia fraternità e solidarietà.
Questa esperienza è stata una ennesima dimostrazione del fatto che ciò che unisce sono i sentimenti
umanitari e non le idee, sia di destra che di sinistra. Queste dividono invece di unire.
Alla giornata di protesta del 16 novembre ed alle lotte successive hanno partecipato tutti i cittadini, indipendentemente
dal fatto di votare per la Destra o per la Sinistra. Se si fa un ragionamento schematico, partitocratico, sulla
base delle idee, queste persone non avrebbero dovuto manifestare assieme perché di idee diverse; anzi, addirittura,
non avrebbero dovuto manifestare per niente perché i loro partiti e sindacati si erano dichiarati contrari
allo sciopero.
Queste forme di lotta dal basso sono molto importanti, secondo me, e sono l'elemento progressista della situazione
che fa ben sperare per il futuro dell'Italia. Tali forme di lotta possono rappresentare la vera via di uscita
dell'Italia dalla crisi distruttiva cui sta andando incontro. Non a caso il 16 novembre 2005 è stato
il giorno dell'approvazione della legge sulla Devoluzione al Parlamento che, secondo me, apre il processo di frantumazione
dell'Italia, e, nello stesso tempo, è stato il giorno dello sciopero generale nella Val di Susa contro il
progetto TAV, cui hanno partecipato anche i "cani". Il 16 novembre rimarrà una data storica!
Ci sono due italie che vanno verso lo scontro: una che vuole andare avanti nel progresso umano e l'altra
che, coscientemente o incoscientemente, vuole tornare indietro al Medio Evo, cioè ad un'epoca storica in
cui, sotto il dominio di un sovrano assoluto, pochissime persone avevano tutto e le altre zero.
La mobilitazione della popolazione della Val di Susa, quella degli autoconvocati di Locri contro la mafia, quella
di Scansano Jonico contro le scorie nucleari e quella di Acerra contro l'inceneritore hanno un minimo comune denominatore:
agire fuori e contro le istituzioni, nel rispetto di coloro che vi credono, in piena democrazia fraternità
e rispetto reciproco. Queste lotte di base, di popolo, dovrebbero essere accompagnate da organismi propri che le
mantengano in vita anche dopo che è passato il momento dello scontro, oppure dopo che è stato risolto
il problema contingente del momento. Tali organismi non possono essere i Consigli Comunali perché diretti
in forma autoritaria dai partiti e dal capitale, ma organismi autogestiti dalla gente stessa, in cui le assemblee
decidono tutto, senza rappresentanti stabili, senza privilegi, senza capi, senza partitocrazie, senza distinzione
tra Destra e Sinistra, in cui si è tutti uguali.
C'è bisogno di questo tipo di organismi di base in forma stabile perché i problemi, a causa della
crisi, sono destinati a peggiorare e ad aumentare. La gente non può lottare tutti i giorni, per mesi ed
anni. Non ce la fa! Ha tanti problemi personali e vitali di cui occuparsi. Per cui sono necessari organismi
tipo Soviet-Autogestiti in cui i cittadini possano discutere partecipare decidere ed agire in forma regolare e
periodica, combinando la vita personale con quella sociale e politica.
3-12-05 Antonio Mucci
pierolanarosorprendere.it
Ogni anno, in tutti i paesi liberi, il 10 Dicembre, si celebra la "Giornata Internazionale per i Diritti Umani".
Quest'anno a Pescara, le Associazioni, a vario titolo impegnate sui temi della solidarietà e dei diritti,
si sono unite in un'unica voce per ricordare la promulgazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani,
avvenuta nel lontano 1948.
Un evento che cerca di coinvolgere l'intera collettività per trasformare la giornata dei diritti umani in
"Una giornata dei diritti", che riguardano tutti gli esseri viventi, con l'obiettivo principale
di garantirli a tutti/e, a cominciare dalle libertà fondamentali per ciascuna persona, e fare in modo che
l'universalità dei diritti umani non sia solo un mero enunciato, ma venga ovunque posta in essere in maniera
effettiva.
Le nostre proposte vorrebbero contribuire a formare una più matura e diffusa consapevolezza sulla complessità
dei diritti, affinché divengano una realtà di fatto e non una speranza lontana. Abbiamo voluto unire
i nostri sforzi per combattere ogni forma di discriminazione a cominciare dal razzismo in tutte le sue forme; quel
razzismo che, mutando di volta in volta etimologia, alberga in tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano.
Oggi, 10 dicembre 2005, all'unisono, uguali e diversi ciascuno dall'altro, ribadiamo il nostro no: alla violenza
in ogni sua forma, alla guerra, alla tortura, allo sterminio di intere popolazioni. Vogliamo un mondo liberato:
dalla fame, dalle carestie, dagli squilibri economici, un mondo in cui tutti/e possono vivere in libertà,
dignità e pace.
Vogliamo che le donne, ovunque esse vivano, e che ogni persona che esprime liberamente la sua sessualità,
siano liberate da pregiudizi e da ogni altra forma di discriminazione, che ai bambini non sia mai più rubato
il diritto all'infanzia e che sia tale in tutto il mondo, che agli anziani e ai portatori di disabilità,
sia concesso di vivere in un ambiente a loro dimensione. Un mondo dove tutti gli altri diritti: lavoro, scuola,
sanità, ecc.....siano riconosciuti e tutelati.
Vogliamo un mondo in cui anche gli altri animali con i quali condividiamo il pianeta, e come noi esseri senzienti, capaci di emozioni e sensazioni, possano essere rispettati e tutelati nei loro diritti.Vogliamo che la risorsa più preziosa, la natura e la sua biodiversità, siano rispettate e difese, che i beni comuni siano gestiti democraticamente rispettando criteri di giustizia sociale e di sostenibilità ambientale.Infine, chiediamo che si promuova una cultura dove tutte le differenze possano convivere ed armonizzarsi, perchè riteniamo che le diverse culture, storie, tradizioni, religioni, siano una ricchezza e un valore per tutta l'umanità.Ognuno di noi può svolgere un ruolo importante nel promuovere una cultura dei diritti, ovunque si trovi, sia sul posto di lavoro che nella propria città, sia in pubblico che in privato. Così facendo, onoreremo non solo chi ci ha preceduto, i tanti testimoni, alcuni conosciuti e tanti silenti, che hanno speso la loro vita al servizio dell'umanità, ma anche e soprattutto consegneremo un mondo migliore ai nostri figli/e e alle future generazioni. Ma per costruire un mondo dove tutti/e si sentano cittadini/e e membri della stessa famiglia e dove ognuno e tutti/e assieme condividano le responsabilità locali e globali, c'è bisogno di inarcarsi tutti/e assieme in un'unico e grande sforzo per riaffermare ancora una volta che i Diritti Umani sono inalienabili, intangibili ed indivisibi per tutti/e gli esseri viventi.
Le Associazioni promotrici
proposto da Michele Meomartino
LA NUOVA NOBILTA' E LA SOCIETA' DEI PRIVILEGI
di Marco Tabellione
Esiste una razionalità della giustizia, che va al di là dei valori etici. Esistono
dei valori di giustizia, cioè, che è la stessa ragione a dettare. E' ad esempio ragionevole e razionale
il principio della ridistribuzione della ricchezza, perché è ragionevole e razionale distribuire
le risorse in maniera equa, tenendo conto non delle capacità, ma dei bisogni di ognuno. Non è un
caso, così, che sia stato proprio l'illuminismo, movimento esaltatore delle facoltà razionali dell'uomo,
a far penetrare culturalmente e filosoficamente nell'Europa delle grandi monarchie assolute i principi di uguaglianza.
Così come non è un caso che sia stato proprio l'Illuminismo ad ispirare intellettualmente la rivoluzione
francese, rivoluzione francese che costituì, dopo quella americana d'indipendenza, la prima e grande ribellione
contro l'aristocrazia e la nobiltà.
Eppure nonostante il processo razionalistico che ha ispirato l'evoluzione dell'Occidente dal Settecento ad oggi,
nonostante la conquista di improrogabili valori di uguaglianza e democrazia, appannaggio non solo delle correnti
di sinistra, ma anche di una larga fetta del centro liberale, nonostante tutto questo oggi si continua ad assistere
nelle nostre società alla puntuale violazione di tali principi illuministici. La nostra, purtroppo, è
ancora una società dove persistono privilegi e privilegiati, questo è il punto. La disparità,
ad esempio, fra gli stipendi dei politici e quella dei lavoratori, soprattutto i lavoratori manuali, è a
dir poco abissale. In una sola pensione di un parlamentare sono contemplati decine e decine di salari di un, si
dice, modesto operaio. E mentre per un operaio oppure un impiegato statale, in questi anni di congiuntura e nuova
moneta, il problema è come riuscire ad arrivare alla fine del mese (nella speranza di continuare i risparmi
degli anni scorsi, quando li si poteva fare più agevolmente) per i privilegiati il problema è esattamente
opposto: come spendere i soldi.
Sinceramente è difficile credere che ci possa essere tanta disparità tra bisogni e meriti. Del resto
bisognerebbe intendersi sul significato di merito. Da questo punto di vista credo che coloro che davvero meriterebbero
stipendi milionari sono i tanti italiani e non che oggi, nel nostro paese svolgono un faticoso lavoro manuale,
benché quest'ultimo venga snobbato e deprezzato dai valori del mercato. Tutto ciò sta a significare,
né più né meno, che la celebre diade di Marx - padroni e lavoratori, classe borghese e classe
operaia - in qualche modo continua ad essere confermata anche nella civiltà tardo-industriale, ovviamente
con profonde differenze, dovute evidentemente ai cambiamenti che le società post-moderne hanno conosciuto
rispetto al passato.
La fascia medio-bassa, infatti, si trova in una situazione senz'altro migliore rispetto alle fasce meno abbienti
di fine Ottocento o di inizio Novecento. In tutte le case ci sono spesso due televisori, due automobili, i beni
di consumo non primari sono alla portata di tutti, per quanto ciò non escluda purtroppo la presenza di minoranze
per le quali si è costretti a parlare di povertà nella maniera tradizionale. Tuttavia se il ceto
medio non soffre la fame, è pur vero che continua a soffrire l'assenza di un benessere materiale che è
appannaggio solo di classi economicamente più elevate. Certo, lo ripeto, niente a che vedere con le esperienze
drammatiche delle classi meno privilegiate di continenti come quello africano, costrette alla fame e alla malattia
da governanti spesso corrotti, che decurtano gli aiuti umanitari, inviati dalle associazioni di volontariato occidentali.
Ma se tutto ciò è vero, e se è vero che, rispetto alle popolazioni africane che muoiono di
stenti e malattie dobbiamo comunque sentirci a nostra volta privilegiati, è anche vero che non possiamo
accettare di subire ancora l'ingiustizia di una distribuzione non equa della ricchezza.
E a questo proposito innanzitutto viene da pensare ai rappresentanti della politica. Bisognerebbe giungere, in
questo caso, ad una vera e propria rivoluzione del principio che permette ai politici di usufruire di compensi
d'oro e trattamenti di favore da super-privilegiati. I politici, come ebbe a dire in una battuta esilarante Beppe
Grillo, specie quelli coinvolti in corruzioni e altro, dovrebbero essere condannati ad uno stipendio di un italiano
medio; il che, tra l'altro, comporterebbe anche delle conseguenze sul piano della corruzione o comunque dell'efficienza
dell'attività politica stessa. Cosa si otterrebbe infatti con questa drastica riduzione dei compensi? Innanzitutto
nell'azione politica tornerebbe ad avere un suo grande peso la vocazione. La politica da potere si trasformerebbe
in servizio, e sarebbero portati a svolgere questo servizio alla cittadinanza coloro che effettivamente vogliono
innanzitutto il bene della collettività, piuttosto che il proprio. In secondo luogo il potere politico sarebbe
defraudato da gran parte del potenziale negativo che oggi lo caratterizza: anzi sarebbe in pratica cancellato.
Perché, come già accennato, non si tratterebbe più di effettivo potere, conquistato per il
proprio tornaconto personale, sarebbe un servizio, un compito svolto all'interno della società come ce ne
sono tanti, utile come tanti, come quello del fornaio, del benzinaio, ecc.
Si tratta ovviamente di considerazioni che potrebbero essere facilmente liquidate come utopiche, e indubbiamente
da un certo punto di vista possono essere ritenute a ragione idee utopiche, in una società come la nostra,
dove per quanto si esalti il sociale e la solidarietà da un'ottica etica e morale, nella pratica vige il
puro egoismo, il tipico individualismo sfrenato della cultura borghese, grazie al quale ognuno è concentrato
sul proprio tornaconto personale, anche perché spesso vi è costretto per ragioni di sopravvivenza.
Dunque utopia, si diceva. Ma proviamo, proviamoci, ad immaginare una società diversa, a pensare un po' diverso,
a considerare che milioni di anni di evoluzione non possono averci portato a questo sfacelo, a queste violenze,
a queste barbarie, a ripetere, come sottolineava Marx, sotto aspetti diversi, sempre lo stesso dualismo, la stessa
opposizione tra ricchi e poveri, privilegiati e sottomessi.
Nella storia dell'umanità queste differenze sociali sono sempre state abissali. Nel mondo antico, e qui
seguiamo il ragionamento di Marx, l'opposizione si verificava tra schiavi e liberi; nel Medioevo tra servi della
gleba e feudatari. In seguito, con la nascita della civiltà industriale, la storia ha fatto registrare la
ribellione del ceto borghese alla vecchia aristocrazia, (si veda la rivoluzione francese), per cui, successivamente,
l'opposizione si è di nuovo manifestata con l'oppressione della classe imprenditoriale-borghese, depositaria
dei mezzi di produzione, sulla classe proletaria. Giungiamo infine alle differenziazioni sociali della contemporaneità.
Nella nostra epoca indubbiamente il tenore di vita è aumentato per tutti, o quasi tutti; tuttavia persistono
delle forti disparità che da un alto frenano lo sviluppo delle classi medie, dall'altro fanno pagare lo
scotto degli sprechi e dei privilegi alle fasce meno abbienti.
Del resto il problema, per quanto possa sembrare ingenuo e retorico sottolinearlo, continua ad essere etico e a
fare riferimento all'avidità umana, alla brama di potere e denaro che appesta l'anima di tutti noi. Mi viene
in mente a questo proposito uno sfizioso racconto di Dino Buzzati, intitolato la "Lezione del 1980",
in cui lo scrittore italiano immagina che all'improvviso i grandi potenti della terra comincino a morire ad uno
ad uno; per la precisione ogni martedì notte colui che in quel momento si trova ad essere il più
potente della terra viene spedito al creatore con un colpo al cuore. Sulla terra così si sparge il terrore,
tutti temono di essere giunti al livello del più potente, e per questo rinunciano alle loro cariche, al
loro denaro, diventano improvvisamente filantropi e nel giro di un mese la terra comincia a conoscere una inaspettata
armonia: tutti elargiscono i propri beni, cercano di aiutare con ogni mezzo il prossimo oppure denigrano a mezzo
stampa la propria persona per non apparire tra i più potenti. Così la terra si trasforma in un paradiso
di solidarietà e amore fraterno. "Sono bastati" dice alla fine del racconto Buzzati "una
quarantina di infarti ben collocati per sistemare le cose sulla Terra". Che Dio ci perdoni se per un attimo,
solo per un attimo, sorprendiamo noi stessi a sperare che il racconto di Buzzati possa avverarsi.
"Cantavano il disordine dei sogni
gli ingrati del benessere francese..."
(Fabrizio De Andrè - La bomba in testa)
Parigi, Novembre 2005
Ora la calma sembra essere tornata in gran parte delle zone dove è scoppiata la rivolta ("Panorama",
2 novembre 2005)
Non accenna a placarsi la jacquerie degli immigrati francesi. La rabbia, esplosa giovedì scorso nel
quartiere satellite di Clichy in seguito alla morte accidentale di due ragazzi, si è ora estesa a gran parte
delle banlieu e dei quartieri settentrionali e orientali della capitale. ("Panorama", 3 novembre 2005)
Da una settimana la periferia di Parigi è in fiamme. Ogni sera nelle banlieues della città,
popolate in gran parte da immigrati o francesi di origine nordafricana, decine di giovani si scontrano con la polizia,
dando fuoco ad automobili e negozi ("Peace Reporter , 3 novembre 2005)
Sulle mappe della polizia ormai è un fiorire di bandierine, perchè la geografia della rabbia di
periferia è in allarme da giovedì scorso e si arrichisce ogni notte ("La Stampa", 3
novembre 2005)
Tutto è iniziato dopo la morte, giovedì scorso, di due adolescenti di 15 e 17 anni, fuilminati da un trasformatore dopo essere entrati in una centrale elettrica a Clichy sous Bois, per sfuggire alla polizia ("Peace Reporter"" 3 Novembre 2005)
"Ne avete abbastanza di queste canaglie? Ve ne liberiamo subito. Buona serata, eh" (dichiarazione
del Ministro dell'interno Nicolas Sarkozy alla vigilia delle sommosse)
''Occorre assolutamente mettere mano all'edilizia e ricostruire le reti di protezione sociale" (Romano
Prodi - 5 novembre 2005)
La violenza e' continuata nonostante la presenza di centinaia di poliziotti. ("Ansa", 3 novembre 2005)
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I fatti di Parigi dimostrano come il benessere e la pace sociale che dovrebbero caratterizzare i sistemi occidentali
non sono altro che maschere dietro le quali si nascondo gli sfruttatori dei nostri tempi e i loro complici.
Non si tratta ora di comprendere i disagi in cui vivono i giovani immigrati delle periferie parigine come tentano
di fare sociologi, giornalisti e politici per cercare di portare tali avvenimenti nei binari prestabiliti al fine
di renderli comprensibili e "accettabili" agli occhi dei propri sudditi, ammettendo semplicemente alcuni
difetti del sistema come causa delle tensioni sociali che hanno scatenato la rabbia delle periferie, che possono
essere risolti tramite alcuni piccoli aggiustamenti.
Ciò che distingue le nostre democrazie dai sistemi totalitari - per quanto riguarda le cosiddette libertà
politiche - è il fatto che mentre nei regimi totalitari è praticamente vietato criticare qualsiasi
scelta del governo, nelle nostre democrazie si possono mettere in discussione solo alcuni meccanismi politici che
regolano le nostre vite; chi si ribella non può mettere in discussione tutto il sistema, la democrazia non
po' essere messa in discussione (è una libertà che ancora ci viene concessa) ma al massimo si possono
evidenziare solo alcuni difetti "migliorabili".
È ovvio che chi ha il potere, farà di tutto pur di mantenerlo sbarazzandosi senza mezze misure di
tutti coloro che ne contestano l'esistenza stessa. È ovvio che chi ha i privilegi farà di tutto per
mantenerli finanziando e controllando i governi e le forze addette alla repressione. È altrettanto ovvio
- se ci si riflette un po' - che tutte quelle organizzazioni che "lavorano" - secondo loro - per migliorarci
la vita, riformiste o radicali che siano, che siano partiti o sindacati, che siano organizzazioni non-governative
o di lotta proletaria, esse in tutti i casi riconoscono la figura dello Stato come controparte: in alcuni casi
come semplice istituzione da riformare o nei casi più estremi come istituzione da sostituire. Questo vuol
dire che la loro sopravvivenza è strettamente legata all'esistenza dello Stato e del Potere in genere. Viene
messa in discussione la "gestione delle risorse" o della "cosa pubblica" che vengono tradotte
in "gestione dello sfruttamento" o "gestione delle nostre vite" in modi e forme più
"giuste" e "umane" come "umanitarie" sono le guerre per il petrolio e per la globalizzazione
dei mercati (dovrebbero tentare di spiegarlo alle vittime).
Tali organizzazioni sfruttano la rabbia popolare per avere un maggiore peso e riconoscimento politico e non potranno
(o non vorranno) mai mettere in discussione realmente le fondamenta su cui si basa il nostro sistema se non a parole;
perché, se esiste un'alternativa, questa è rappresentata dalle organizzazioni stesse (come hanno
dichiarato pubblicamente alcuni politicanti). Ma esse - ed è fin troppo evidente - scimmiottano in tutti
i suoi aspetti l'organizzazione statale, anche se possono apparire migliori (o meno peggio), ma non ci vuole poi
molto.
Ed è per questo che ogni qual volta ci troviamo ad agire in prima persona contro scelte dello Stato (tutte
quelle scelte che limitano la nostra libertà o peggiorano le nostre condizioni di vita) o contro iniziative
padronali (protette in ogni caso dalle istituzioni) e sulla nostra strada troviamo le solite organizzazioni che
tenteranno di rappresentare e mediare la rabbia della gente, noi - senza lasciarci ingannare come al solito - dovremmo
da subito combattere l'ingerenza di quelle stesse organizzazioni (anche se diranno di appoggiare completamente
la nostra lotta) perché appoggiandole non solo non faremo i nostri interessi ma faremo quelli dello Stato
per i motivi che ho già spiegato.
In tanti cercheranno in interporsi tra le rivolte parigine e la repressione del governo. In tanti cercheranno di
non farsi sfuggire questa ghiotta occasione: Imam, capi di partito, sindacalisti, preti o rivoluzionari dell'ultima
ora; tutti vorranno parlare a nome dei rivoltosi tentando di soffocare il tutto in un mare di chiacchiere e magari
in cambio di qualche apparizione televisiva o qualche poltrona in parlamento.
In tanti condanneranno le violenze in nome della non-violenza e in nome della convivenza pacifica.
In tanti - in fine - si daranno da fare affinché tutto resti come prima.
E' necessario capire che le motivazioni che spingono i ragazzi della periferia francese ad assaltare e incendiare
caserme e centri commerciali sono le stesse che dovrebbero spingere ognuno di noi (che non sia un padrone o un
suo aguzzino) a sputare in faccia al nostro datore di lavoro, a saccheggiare i luoghi dove viene fatta bella mostra
delle ricchezze della produzione capitalista, accessibile solo vendendo il nostro tempo, il nostro corpo, le nostre
vite ...
Che brucino le caserme di Parigi, che piovano sassi e proiettili dai vicoli delle strade, che si diffonda come
un virus la voglia di libertà in tutti i paesi e in tutti i nostri quartieri.
L'augurio è che questo virus si diffonda molto più velocemente di tutte quelle malattie uscite dai
laboratori e di cui sentiamo parlar sempre più spesso, e che ci contagi tutti senza troppe resistenze.
La sfida starà nel praticare e studiare tutte quelle azioni che possano realmente scardinare le fondamenta
dello Stato e nel praticare nuove forme di vita sociale che ci rendano finalmente indipendenti da questo grande
mostro che si chiama "mercato economico".
I fatti di Parigi sono già stati definiti episodi di "guerra civile",cioè quella che da
sempre si combatte tra i prigionieri di questo mondo e i loro carcerieri.
I governi d'Europa già si stanno preparando a possibili scenari di rivolta che potrebbero estendersi per
decenni (parola dei governanti) in tutte le città del continente.
Con questa scusa vogliono trasformare le nostre città in enormi caserme (e il coprifuoco imposto per tre
mesi ne è una conferma). Città caserme dove razionalizzare alla perfezione il meccanismo produci-consuma-crepa,
dove controllare ogni attimo della nostra vita limitando sempre più gli spazi di confronto e di opposizione.
Limitando il più possibile i contatti tra le persone se non all'interno del meccanismo di produzione e consumo.
Non ci resta che seguire l'esempio dei rivoltosi delle periferie francesi che, la caserma, l'hanno assaltata e
incendiata.
"E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti."
(Fabrizio De Andrè - Canzone del maggio)
Una canaglia
L'obolo esentasse
C'è da dire che oltre l'8 per mille, affluisce nelle casse vaticane fino a mille euro (due milioni di vecchie
lire) detraibile dalla denuncia dei redditi. L'art. 46 della legge di attuazione concordataria che prevede questa
forma di erogazione, chiamata "obolo" è un contributo personale e facoltativo ma grava comunque
sotto forma di minori introiti sulle esangui pubbliche finanze italiane. Occorre aggiungere che mentre gli esperti
finanziari avevano previsto che da queste offerte scaturisse il più rilevante finanziamento della Chiesa,
cosi non è stato. Il loro gettito è stato di circa 25 milioni di euro l'anno ed è attualmente
in diminuzione. Il che dimostra in maniera clamorosa che il finanziamento complessivo dello Stato Vaticano non
può essere chiamato in nessun modo "autofinanziamento" come vorrebbe qualche cardinale (il cardinale
Ruini in testa).
I liquami del Vaticano
Tra i privilegiati che possono dissetarsi senza spendere un centesimo addossandone l'onere ai comuni cittadini
è da segnalare la Città del Vaticano che in base all'art. 6 del concordato ha diritto a ricevere
tutta l'acqua di cui ha bisogno (circa cinque milioni di metri cubi l'anno) senza versare un centesimo all'Acea.
Ma la faccenda comincia a complicarsi quando la più recente normativa italiana include nella tariffa (la
bolletta dell'acqua) anche il canone per le fognature e la depurazione. prima del 70 gli scarichi finivano direttamente
sul Tevere. Successivamente si e invece cominciato e riversare gli scarichi ed i liquami in vasche e depuratori
che hanno un costo per chi li gestisce e non rientrano nelle previsioni concordatarie.
Per il rispetto della santa Sede, l'Acea non aveva osato sollevare la questione, sino a che, bel 1999, quando la
municipalizzata venne privatizzata ed entrò in borsa, il credito di alcuni miliardi di lire divenne difficile
da nascondere facendoli pagare ai cittadini della capitale. Peraltro vi erano mugugni dei piccoli azionisti i quali
reclamavano affinché il buco di bilancio fosse risanato da qualcuno, o dalla Santa Sede o dallo Stato Italiano.
Il delicato dossier passò immediatamente al vaglio del Ministero degli Esteri, trattandosi di rapporti tra
Stati.
La più imbarazzante vertenza che abbia mai diviso le due sponde del Tevere, da un lato la municipalizzata
Acea che chiedeva 50 miliardi di vecchie lire quali arretrati di 20 anni di scarichi abusivi, dall'altra parte
i prelati rappresentanti del Vaticano offesi per essere stati trattati come morosi qualsiasi e soprattutto per
un fatto di liquami, è finita nel migliore dei modi. Nella finanziaria per il 2004 è comparsa una
voce relativa ai 25 milioni di euro da versare all'Acea per i liquami arretrati e 4 milioni di euro a partire dal
2005.
Naturalmente il costo dei liquami del Vaticano si è riversato sui cittadini Romani.
La chiesa sotto indagine
Nell'ottobre del 1995 la procura di Napoli mette sotto inchiesta la Curia e i 380 luoghi di culto sparsi nel capoluogo
campano e nei suoi dintorni. Tredici chiese hanno mutato attività senza chiedere alcuna autorizzazione alla
Sovrintendenza: al loro interno non si celebrano più funzioni religiose, ma vi riparano automobili, vi si
commerciano oggetti, oppure fungono da posteggi per veicoli o si pratica ginnastica e suon di musica.
Eppure la legge 1089 emanata dal codice fascista nel 1939 ancora valida sancisce il divieto di destinare beni di
interesse religioso, artistico e storico per fini non compatibili con la loro natura. Il monsignor Raffaele Petrone
viene iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e interesse privato.
Il cardinale Michele Giordano reagisce violentemente chiedendo la sospensione dell'indagine definita "una
iniziativa senza precedenti in contrasto con i principi e le norme del concordato minacciando di investire formalmente
la Santa Sede. I magistrati non si scompongono, rispondono al cardinale che "Non è vero che sia stato
violato il Concordato. I beni culturali della Chiesa sono infatti sottoposti alla giurisdizione italiana e la forza
pubblica prima di entrare nei luoghi di culto aveva sempre ricevuto il consenso delle autorità ecclesiastiche.
E il cardinale avrebbe dovuto sapere che fino a pochi mesi prima la Curia aveva riscosso i canoni d'affitto per
quelle chiese trasformate in officine.
L'inchiesta si preannuncia lunga e complessa ed alla fine viene archiviata, sembra per l'intervento del pontefice.
Intanto il cardinale Giordano tra un happening e una chiesa data in affitto entra in affari con la Fiat, il Banco
di Roma, il Banco di Napoli per la realizzazione dell'interporto campano di Nola, per un investimento "divino"
di 300 milioni che in futuro darà i suoi frutti.
Ed anche ai nostri giorni la connivenza tra mattoni, finanza ed istituti ecclesiastici permette ai palazzinari
rampanti di arricchirsi. Come è accaduto ad esempio a Giuseppe Statuto che ha potuto dare scalata alla finanza
facendo preliminarmente dei buoni affari con preti e suore, dai padri che lo gestivano acquista quel gioiello di
scuola privata cattolica che era l'istituto S. Gabriele ai Parioli e Roma, lo trasforma in case con piscina e giardino,
un pizzico di uffici, un centro commerciale da 2000 mt e il gioco è fatto. Via Camilluccia sempre a Roma
stesso copione. Questa volta a vendere un ex convento con due scuole un gruppo di suore francesi, il tutto trasformato
in case lusso; un altro affare in viale Romania: 20.000 mq coperti e 50.000 di parco sempre di proprietà
di suore. Tra il 98 e il 2000 statuto il terzo cavaliere del mattone vende tutto a peso d'oro.
Roma: un censimento sacrilego
Nel gennaio 1977 a fare un primo censimento dei beni vaticani e beni ecclesiastici a Roma provvede il periodico
l'Europeo della Rizzoli su iniziativa dell'allora direttore Gian Luigi Melega. Il 7 gennaio 1977 viene pubblicata
la prima puntata intitolata "Vaticano S.p.A" firmata dal giornalista Paolo Ojetti. Di questa inchiesta-censimento
ecco alcuni significativi stralci che rimangono una vera perla di giornalismo.
Un quarto di Roma è in mano alle società ombra panamensi del Liechtestein lussemburghesi, svizzere.
Un altro quarto è di enti pubblici dello stato. Un altro ancora è di privati grandi e piccoli. Ma
l'ultimo quarto, forse il migliore è nelle mani del Vaticano. Alla vigilia della revisione del Concordato
del 1929 vale forse la pena occuparsene .
Soprattutto quando, a proposito del nuovo patto tra Stato e Chiesa si fa un gran parlare di educazione religiosa
nelle scuole, di regimi matrimoniali, ma solo di sfuggita si è accennato al futuro fiscale e tributario
dell'immenso patrimonio della Santa Sede. Ufficialmente il patrimonio immobiliare della Chiesa al di fuori delle
mura vaticane e considerato extraterritoriale è contemplato negli art. dal 13 al 16 dei Patti Lateranensi.
Si tratta delle basiliche di san Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e San Paolo (con edifici annessi),
del palazzo pontificio di Castel Gandolfo, di alcuni edifici sul colle Gianicolense.... essi godono del privilegio
di non poter essere espropriati e di essere completamente esenti da tributi. Sono esenti da tributi anche l'Università
Gregoriana, gli istituti Biblico Orientale, Archeologico, Seminario Russo, Collegio Lombardo i due palazzi Sant'Apollinare
e la casa per gli esercizi per il Clero di san Giovanni e Paolo.
Oltre a questi immobili privilegiati il Concordato prevedeva speciali esenzioni fiscali e tributarie per le proprietà
della Santa Sede e degli "enti ecclesiastici e religiosi".
(continua nel prossimo numero...)
Giuseppe Bifolchi
Di questi tempi, fare l'assessore alla Kultur non è una piacevole cura ma un destino ingrato di camerlengo
e di spartitraffico. Potere nullo, soldi pochi e contesi, un esercito crescente di questuanti, una galassia di
associazioni larvali ma di buon appetito. Non c'è da invidiare Adelchi De Collibus, che per sensibilità
e signorilità, per serenità di carattere, per equilibrio immune da spirito settario e da ecumenismo
fariseo, è forse la persona più indicata per tentare di invertire una routine oblativa di elemosine,
di mance, di manifestazioni precotte e surgelate. Chi non avrebbe scommesso che sarebbe stato in grado di infondere
un'anima nella vita culturale di una città asfissiata dal conformismo campanilista, insidiata dal neoconfessionalismo
dalfonzista, adagiata in un'apnea del pensiero? Ma la realtà assomiglia a ciò che Hemingway pensava
del Moby Dick di Melville: un pudding enorme con qualche ciliegina ( qui assenti). Così l'andazzo delle
iniziative assessorili: una marmellata di incontri anonimi, un annaspio di anime morte, una passerella narcisa
di nani e ballerine, una fiera salottiera delle vanità. Si prenda ad esempio il recente festival delle letterature.
Quali letterature? Quelle degli amici: di Renato Minore (ma non è stanco di celebrazioni caserecce questo
acclamatissimo profeta in patria?); di Giovanni D'Alessandro (si sarà mai chiesto seriamente il perché
della tiepida accoglienza del suo secondo romanzo rispetto al primo? Riflettendo che alla capacità di scrittura,
all'originalità del tema, va aggiunto un po' di coraggio per evitare il cerchiobottismo, malattia infantile
della letteratura?); del direttore del festival (unico in Italia ad autosbrodolarsi con uno speciale incontro sulla
sua opera: l'anno prossimo sarà la volta di Ugo Perolino e via via tutti gli altri del comitato? Anche di
Adelchi che potrà riesumare i suoi articoli su "Il dibattito", quando era ferocemente critico
con gli assessori del tempo?). Per tacere di Filippo La Porta, onnipresente e onniscrivente e onnidilagante e onniblableggiante.
O di altri chierici divenuti prezzemoleschi, zanzare-squillo delle compagnie di giro del sinistrume yè yè.
Una ribollita di rigovernature di cucina che nemmeno la proloco di Musellaro avrebbe l'impudenza di presentare.
E, caro Adelchi, quella cortigianeria sul tuo ruolo di "lettore appassionato" chi l'ha sfornata? Si temeva
forse che tu passassi per analfabeta di ritorno? O che i libri ti fossero estranei come a tanti tuoi colleghi assessori,
frequentatori di sagrestie e di caffè e di spogliatoi calcistici ma non di librerie? Si può accettare
soltanto se a insinuartela sia stata la tua cremosa, curviscoppiante segretaria. Quello che manca alla rassegna
ectoplasmatica è un'idea: ne basterebbe una sola, come infieriscono il Di Vincenzo e il Di Tanna del Centro,
che, per carità di redazione, salvano (ipocritamente? convintamente?) il polipesco Perolino dai mille tentacoli.
Una sola idea: come la biennale di narrativa di Carlo Lizza (che ne ebbe altre)o "Pescara e la memoria"
del Di Biase, che poteva essere ripresa ripulendola delle ciarpe inutili.
Se Pescara è la città di Flaiano, perché non un festival della satira, con i tanti nipotini
di Fortebraccio che imperversano? I Gramellini, i Mercenaro, i Serra, i Messina, i Facci, i Macaluso (perché
no? Un suo corsivo ne ingoia mille di Maurizio Costanzo…), i Luca Fontana (bravissimo), le Maria Novella Oppo.
Tiboni ha dedicato un convegno al genere, si scomodò anche Alberto Arbasino, ma i suoi incontri, non per
sua colpa, sono paludati, troppo stipati di accademici. O un festival sull'abruzzesità, idea vecchia come
il cucco, lo so, ma divenuta stimolante con la riscoperta degli italoamericani (Fante, Di Donato, Pascal D'Angelo,
Corsi)? O- ma questa farà sussultare il ventre efebico degli abatini del comitato- sul '68 abruzzese, con
una mostra estesa a quello nazionale (metto a disposizione gratis i miei archivi di giornali e di libri), con il
portolano de "Il dibattito", da Enzo Ciammaglichella in testa (che forse meriterebbe una festa più
del vezzeggiato Felicetti) ai tanti collaboratori, in cui ricordare personaggi significativi come Benito Merenda,
Francesco Graziani, Peppino D'Emilio e- tanti auguri per la sua salute- Luigi Del Gatto? Troppo nostalgica, partigiana,
elegiaca? Ma riesumare quel passato, ci aiuta a leggere meglio questo presente bigio e castrante. Insomma, caro
Adelchi, un po' di fantasia al potere. Non so se di potere ne hai, ma la fantasia non ti mancava quando rimuginavi
sulla presa delle Bastiglie nelle serate fumose d'antan, per te più corte con l'incubo della Lavazza che
ogni mattina ti attendeva. Ma allora i mattini cantavano. O ci siamo inventati anche Eluard e i suoi yeux fertiles?
Paol (inetto) uno.
Sull'aereo che ospitò la troupe del film La dolce vita in viaggio verso New York per ricevere l'Oscar, Fellini fu collocato nella classe di lusso e Flaiano in quella turistica. Per quanto il regista riminese si preoccupasse, durante la trasvolata, di rassicurare Flaiano che non c'era stata alcuna intenzione di discriminarlo, il permalosissimo Ennio si incazzò, interruppe i rapporti di amicizia e di lavoro con Fellini, per più di venti anni non lo salutò più. Per il viaggio di Paol(inetto) Enrichini a New York, lo staff amministrativo della regione non ha voluto correre rischi e ha riservato posti per l'assessore al turismo e compagnia vacanziera nella classe di lusso. Era un'occasione buona per liberarsi del vitellone in trasferta a spese dei cittadini, ma è da ritenere che Paol(inetto), anche se declassato, avrebbe fatto finta di nulla. Ora che è inchiavardato sulla cadrega, chi riuscirà a staccare i suoi glutei dalle comode poltrone che la sua irresistibile carriera gli allinea davanti? Ma una domanda sorge spontanea, come diceva il mezzobusto: quanto è costata la vacanza paoliniana a New York? Se, come lo stesso caposcarico postcomunista sostiene in interviste televisive, il suo compito è di girare il mondo per promuovere il turismo in Abruzzo, oltre al piacere di non averlo tra le scatole, in che misura il suo listino spese peserà sul bilancio regionale? Sarebbe interessante saperlo, per commisurare il dare e l'avere: quanto costa un assessore e quanto rende in entrate di divise estere che si riverseranno da noi con i milioni, macché i miliardi di turisti che, grazie a Paol(inetto), riempiranno l'Abruzzo più di Roma con i suoi giubilei. Nell'Urbe l'anno santo delle folle ricolme di fede, qui la vacanza santamente perenne di un solo pellegrino e di…quanti topini attirerà questo neopifferaio di Hammelin?
Paol (inetto) due.
Quando il premier Silvio Tricorifiorente, nella riunione con gli assessori al turismo delle regioni, si è trovato accanto, alla sua destra di pater familias, anzi di dio onnipotente, quello zerbinotto acchittato e con espressione malmostosa, ha chiesto a Gianni Letta: "Ma chi l'è ches chi? Da dove viene?". E il soavissimo Gianni: "E' l'assessore al turismo dell'Abruzzo". Silvio: "Ah, delle tue parti. Ma cos'è professionalmente?". "Non so, Presidente, mi dicono che sia un esperto del tempo libero, suo naturalmente, un uomo di fiducia di Piero Fassino…"."Un faniguttun, senz'arte né parte…". "Ma vedi, Silvio, l'Abruzzo è una terra di scarso lavoro, anch'io tanti anni fa fui costretto ad emigrare, a fare l'ombra di Renato Angiolillo al "Tempo" prima di ridurre quel quotidiano neofascista a vivere all'arrembaggio, anche se l'attuale direttore almeno i titoli li sa fare…"."Potremmo invitarlo ad Arcore. Nelle stalle c'è sempre un posto libero…le stalle, i cactus, la cappella di Cascella, un factotum è necessario…"."Ma no, Silvio, presidente adorato, questo è un nihiltotum, ma poi chi lo sente Sandrino Bondi, già gradisce poco Adornato, mettergli tra le scatole un altro comunista, vogliamo rispedirlo a Fivizzano?…inoltre, infallibile presidente, gli abruzzesi del centrosinistra ti sono già infinitamente grati per le…scusami, cazzate che hai fatto, che hanno procurato alla loro sgangherata macchinetta da guerricciola una vittoria insperata…pensa che erano talmente impreparati a vincere che avevano ripiegato su un personaggio impopolare come Del Turco…"."Ma, almeno, è un anticomunista e…"."E basta, presidente, inutile cercargli altre qualifiche, un anticomunista e basta, uno strano anticomunista, che ieri alla CGIL soffriva giocondo tra i comunisti, oggi, a Palazzo Centi, s'offre stragiocondo ai comunisti, anche se, tosto come un montanaro marsicano, nella sua giunta arcicencellizzata ci ha ficcato anche la signora Bianchi, che, come Paol(inetto), Travicelli, la vivandiera rifondarola, non si capisce di cosa sia competente, ma è certamente anticomunista, come La Russa, Storace, la signora Santanché, che con le dita ti fa la concorrenza…".
Paol (inetto) tre.
Ma le voci, i rumores, i boatos grandinano intorno alla baracca clownesca del governo regionale. Pare che Paol(inetto) verrà candidato al senato e abbandonerà la cuccagna dell'assessorato regionale. Una manovra necessaria di Piero Fassino per consentire che il turismo in Abruzzo si stacchi dal ruolo di cenerentola che ha e che con Paol (inetto) rischia di scomparire? Sarà stato Ottaviano Augustolo a suggerire al bravo ma ignaro Fassino di liberarlo di quel peso morto, oltretutto costoso? O una folta delegazione degli operatori turistici si è fatta ricevere da Fassino ponendogli il problema: o noi vivi e L'Inetto fuori dalle balle o per i Ds non ci sarà più un voto da parte nostra? L'aspetto grottesco della vicenda è che il collegio senatoriale di Pescara per i Ds sta diventando una farsa ioneschiana. Impresentabile ormai Cincinnato Viserta (lo era anche prima, ma…), rimanevano altri nomi: il Mattoscio culturolatrablaterante e Antonio Del Giudice, direttore del Centro, sostenuti da Frà Melilla, Falstaff Di Matteo, Nonno Felicetti (ipotatticamente pescaresista)ecc. Ma la mossa dello spaesato Fassino spariglia giochi e scommesse con il pericolo che gli elettori diessini di Pescara, pazienti ma non fessi, non voteranno (come hanno fatto altre volte) Paolin (etto) e il laticlavio andrà ad altri o al centrodestra. Meglio un Pastore che un pecorone. Fassino è tra i pochi uomini politici che fanno ancora credere nella politica. Perché a Pescara vuol dimostrare che nella politica, specie quella dei Ds, non si può più credere?
Pasolineide.
Torniamo a Pasolini. Alcune sere fa, la già lodata rubrica televisiva "Zoom", condotta giulivamente dalla giunonica Gioia (nomen omen), una gaddiana Zoraide spumeggiante di cordialità, ha arricchito la conoscenza dei politici abruzzesi, dei quali i giornali e le altre emittenti televisive mostrano solo l'ufficialità, l'aplomb istituzionale o la vernice ipocrita delle occasioni deputate. Lo spunto della puntata era uno scontro tra Tagliente di FI, sotto accusa per aver criticato la presenza di Vladimir Luxuria alla mega-kermesse regionale su Pasolini, e Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista, che aveva polemizzato con l'interrogazione presentata dal collega destrorso. L'incongruità e lo squilibrio della trasmissione erano nella domanda iniziale di Tagliente: perché Acerbo e non l'assessore alla Cultura? Come mai questa signora, cervelloticamente e con diktat rifondarolo-cencelliano assisa al vertice di un assessorato che richiederebbe qualche motivazione professionale, non è presente, "da sei mesi non riesco a salutarla", sfuggente come tutti gli impoltronati dal vociante Del Turco? Interrogativo giusto e cattive ragioni di Tagliente. Ma una non priva di fondamento. La celebrazione di Pasolini è stata unilaterale, monca, parrocchiale, conformista( Tagliente non ha usato questi aggettivi, anche se il senso era quello), fatta con addetti ai lavori scelti tra amici e compagni, senza un tentativo di inquadramento meno acritico-berninizzante dell'autore di Petrolio: una messa cantata, anzi una messa funebre solenne, messa in piedi con automatismo pedissequo e con obbedienza ad una moda celebrativa dalla sinistra istituzionale, da quella sindacale (che poi ha santificato anche Jean Paul Sartre, immaginarsi il giubilo dei lavoratori licenziati o con l'incubo della perdita del proprio lavoro, che si arrovellano sulla Nausea ). Perché infatti una impostazione così sbilanciata verso il mito pasoliniano e non verso una rilettura più ampia e comprensiva anche delle sue contraddizioni, dei suoi eccessi, del suo decadentismo (quanto d'Annunzio in Pier Paolo! Ne convengono critici e studiosi vari, ma in Abruzzo la cosa non ha corso di rivisitazione…). Perché non invitare uno Zigaina, un Nico Naldini (cugino di Pier Paolo e pieno di dubbi verso il castello di tronfie interpretazioni), un Giulio Sapelli, economista, che su Pasolini e lo sviluppo ha scritto un interessantissimo libro? Come si fa a lasciar fuori Walter Siti, il curatore dell'opera omnia di Pasolini, che lavora e insegna nella regione? Forse perché scrive sul Foglio del "compagno" Giuliano Ferrara? Di uno scrittore che è stato poeta, regista, romanziere, critico letterario, polemista "corsaro" e coraggioso, filologo acutissimo, perché non far conoscere la sua attenzione ai canzonieri popolari, a quello abruzzese in particolare e al poemetto del raianese Vittorio Clemente? Bravissimi i miei amici Di Mauro, Raffaeli, Paris, convocati ad un rito di coccardico presenzialismo, ma perché non un solo esegeta del dubbio, un Sanguineti ad esempio, un Luciano Canfora, un Alberto Arbasino? Proprio Arbasino ha ironizzato sulla "speculazione" della sinistra, ricordando che Pasolini, riemergente oggi dopo silenzi ambigui, era molto più generoso con le sue idee. Insomma, caro Maurizio, finita la festicciola "intima", si spegneranno le luci? Valeva la pena allestire un rito così privo dell'empirismo eretico del de cuius?
Le zappe dei bottegai di oscurità
In una trasmissione televisiva dedicata all'agricoltura sulla sua emittente, Carmine Di Perantuono, generosamente fiducioso sulle capacità di comunicazione dei politici governanti, intervista, tra gli altri, il Travicelli e la Bettina Tordella della Kultur. I due vanno giù a dirotto, con parole costrutti e tecnicismi del tutto incomprensibili, in una koiné più impenetrabile del sanscrito, un grammelot di trulli e flatulenze simili. Non si capisce assolutamente nulla di ciò che eruttano con sguardo intensamente vuoto. Una cosa si percepisce nelle loro eoliche espettorazioni: non sanno nulla di agricoltura. Il loro unico rapporto con le campagne dev'essere stato quello delle gite, di qualche riunione elettorale con i coltivatori di sinistra, o delle rogazioni con il curato del borgo, forse di giri per la distribuzione dell'Unità. Un'altra cosa balena dal mistero verbale del Travicelli e della Betty Tordella: il sollievo che, grazie al politicantismo, sono riusciti ad evitare di usare la zappa, l'unica loro vocazione, purtroppo soffocata.
GIACOMO D'ANGELO
RELATIVITA' E INTERATTIVITA'
DEL BINOMIO SPECIE-BOSFERA
di Carmelo R. Viola
Il mio articolo "Destino incerto della specie umana", ispiratomi dall a vicenda della Val di Susa - ovvero
dall'ennesimo episodio in cui l'interesse affaristico-politico viene anteposto (e contrapposto) alla salute della
Terra e della specie - in sede internet, è stato oggetto di critica da parte di un cortese e credo dotto
lettore. Essere criticati è un'ambizione di tutti perché significa essere letti. Tuttavia, dispiace
essere fraintesi, il che dipende anche dal fatto che la funzione di un articolo è quella di soffermarsi
su un argomento senza necessariamente esaurirlo e toccandone altri, il cui contenuto è dato per sottinteso.
Questo vale soprattutto per chi, come me, "tesse" un pensiero nuovo che è la biologia (del) sociale,
la scienza dell'uomo e del suo habitat - la Terra e la società - su base naturalistica ovvero biologica.
Si può anc he dire semplicemente "scienza sociale su base naturalistica".
Con il verbo "tessere" intendo dire che ogni mio scritto, ispirato a fatti reali, applica e va sviluppando
tale pensiero nuovo. Chi mi legge per la prima volta può restare sconcertato da concetti e termini non comuni
se non addirittura - me lo si consenta - originali, come non pochi neologismi.
Dunque, io parto dall'uomo, non da quello creato - secondo alcuni - da domineddio, ma da quello che ci fa conoscere
la storia: dall'uomo-animale: la risultante di una complessa aggregazione e reazione di sostanze minera li in un
contesto (humus) favorevole, che consente, attraverso un processo plurimillenario, di fare emergere (ex-sistere)
in forma attuale (esistenziale, dunque) quella vita che non poteva, e non può, non preesistere nelle sostanze
minerali stesse, le quali, viste fuori del detto aggregato organico, appaiono come prive di vita. Tale trapasso
non interessa alla biologia sociale che vuole essere, appunto, una scienza reale dell'uomo reale, che, nel nostro
caso, è inizialmente l'uomo primitivo. La mia ipotesi è contenuta nell'ilozoismo (natura come "madre"
alias materia ) della scuola jonica presocratica.
Sappiamo che, a differenza di tutte le specie animali, che sono "compiute nella loro incompiutezza",
quella nostra "si compie" attraverso tempi lunghi, una specie di "gestazione storica" .La locuzione
"compiute nella loro incompiutezza" può sembrare oscura e quasi enigmatica. Significa semplicemente
che il leone è sempre leone e il topo sempre topo, mentre l'uomo, pur nato animale, evolve verso la consapevolezza
critica e la responsabilità morale.
L'emergere (ex-sistere) dell'attuale dal potenziale è uno "svegliarsi dal nulla" (nulla inteso
come assenza dei due attributi supremi appena accennati): una specie di "epifania" (apparizione) della
Vita attraverso un soggetto od organismo biogeno (produttore di vita attuale-esistenziale).
Quanto diciamo è la descrizione - o presa d'atto di quanto è possibile constatare nella totale confess
a ignoranza di quanto c'è dietro, che ognuno può immaginarsi o spiegarsi come crede: con la metafisica,
la fede o che so io. Ma alla biologia sociale questo non interessa. A noi interessa scoprire le forze propulsive
- o propellenti - dell'organismo-uomo verso l'uomo compiuto ben ricordando che tutto - compiutezza compresa - va
inteso in senso relativistico..
Nella realtà del divenire - alias nel pantarei - non c'è niente di compiuto, ma tutto si muove e
si trasforma e ogni "elemento" esiste in funzione di altri, del mondo circostante, e questa è
l'interattività fra il più piccolo degli organismi (poniamo l'ameba) e la biosfera (il mondo vivente
nella sua duplice dimensione potenziale-attuale).
La biologia sociale ha individuato-supposto quattro pulsioni costanti, che sono altrettanti diritti biologici o
naturali, la fonte unica del diritto positivo. Si tratta della fame (che tende a nutrire l'organismo ovvero a farlo
esistere come tale: è la costante primaria o strumentale); del bisogno di rassicuranza affettiva (per la
protezione dell'organismo dal mondo circostante e, più avanti, dalla paura della malattia e della morte:è
la fonte della religiosità nelle più svariate forme, delle religioni, dell'autocrazia); del bisogno
di "proiettarsi": donde la creazione di valori e l'aspirazione di sopravvivere nella memoria dei posteri;
del bisogno di autoidentificarsi (del riconoscere sé stesso attraverso il corpo, gli affetti e i valori
creandosi una propria "identità": è la costante trasversale). Dunque i l soggetto-uomo
esiste, si rassicura, si proietta e si identifica. Queste pulsioni sono i "motori biodinamici" del soggetto,
che pensa e agisce in funzione di quelli senza rendersene conto.
A tutto questo va aggiunta la sessualità, che può essere considerata come "fame della specie",
la quale si combina con l'affettività (seconda costante). La si può configurare come un propellente
tanto potente quanto effimero, perché legato all'età e alla salute (ormonale e non solo) dell'organismo.
Due coniugi o partner omosessuali anziani, dalla libido sessuale esaurita, possono volersi un mondo di bene senza
dovere più nulla alla "fame della specie" o alla sessualità, comunque: il loro è
diventato un rapporto di reciproca rassicuranza.
In ogni caso, non interessa la netta distinzione fra una pulsione e le altre ma sapere che esse esistono, interagiscono
e, meno quella sessuale-procreativa, sono costanti nel senso di essere sempre presenti indipendentemente dalla
loro intensità e qualità. C'è da aggiungere che si tratta di voci analitiche per comodità
di intendimento, di una sola pulsione che è quella che Bergson chiamava "slancio vitale".
E' lapalissiano che l'uomo primitivo risponda alla fame come un animale, cioè attraverso la predazione (di
esseri viventi - talora perfino di propri simili-antropofagia - e di frutti della natura). Altrettanto evidente
è che, essendo fornito di intelligenza "progressiva", l'uomo-animale (antropozoo) tende a predare
e a possedere senza limite perché il possesso risponde alla seconda costante dell'autorassicurazione. La
fame di cibo si estende in "fame di possesso", tranne il caso in cui la rassicuranza è ottenuta
attraverso comunità internamente pacifiche, che costituiscono come una specie di organismo sui generis,
e che troviamo in vari popoli primitivi. Tali comunità sono ovviamente suscettibili di aggressività
esterna per necessità di autodifesa. Esse sono state violentate e corrotte da antropozoi individualistici,
con abitudini para-animali. La conquista dell'America costituì per le comunità locali lo spettacolo
dell'animalità predatoria delle origini di propri simili protesi a predare e possedere (naturalmente anche
ad uccidere!) non solo a causa di "penuria di beni" ma soprattutto perché, privi di una comunità
rassicurante. La rassicurazione la cercavano nel possesso e nel potere ovvero in un agonismo (che poi si dirà
concorrenza e competitività: termini presuntivamente "scientifici" dell'economia - leggi: predo-nomia
-che ci riportano alla legge della giungla) su cui si è sviluppata la civiltà occidentale, biosocialmente
ammalata e destinata al suicidio collettivo come ci dice chiaramente tutta la storia e, in specie quella nordamericana
(yankee). Infatti, in un contesto conflittuale-agonistico ogni strumento (fornito dalla tecnologia) si tramuta
in arma di aggressione e di morte.
L'uomo "si compie" maturando la capacità di sentirsi parte della collettività dei suoi
simili, di soffrire della sofferenza altrui (empatia), insomma di tendere ad una comunità rassicurante che,
in presenza di un crescente potenziale tecnologico, è la condizione indispensabile pe r usare in maniera
bioetica quel potenziale e per non morire per saturazione di violenza. Sono queste le radici del socialismo, della
società etica, ovvero di un ritorno criticamente consapevole e moralmente responsabile, alla comunità
, dove il progresso tecnologico va adeguato agli equilibri della natura, cioè della Terra di cui siamo ospiti
e non padroni.
La tecnologia non è un male ma uno strumento sempre più complesso e potente. Il male e il bene dipendono
dall'uso che ne fanno gli uomini. La teoria di Darwin della lotta per l'esistenza non va oltre l'uomo primitivo.
Infatti, l'uomo, come abbiamo già detto, a differenza dell'animale, non lotta solo per la sopravvivenza
fisica, per l'istinto procreativo e la difesa dell'habitat, ma per un'esistenza rassicurata dal possesso e dal
potere (possesso e potere che si ritrovano in ogni azione dell'antropozoo e si traducono in crimini senza fine…)
finché non interviene il "senso morale", l'attributo dell'uomo biosocialmente adulto. Nel mondo
animale il più forte in senso biologico conquista la femmina, domina i più deboli e diventa il capo
di un branco o comunità; in quello umano, un soggetto macilento e paralitico può dominare un paese
e il mondo attraverso i meccanismi del potere politico, poliziesco e militare. Al posto di un soggetto macilento
e paralitico possiamo mettere un cretino o un criminale e il risultato non cambia se ha lo strumento del potere.
Il grande dramma storico della specie umana è il fatto che i più potenti non vogliono rinunciare
ai privilegi (per loro rassicuranti) e impediscono che la specie (il popolo) si evolva verso l'autocompimento usando
la scuola, la catechesi religiosa e le leggi per distrarre ed ottundere le nuove generazioni. Nel nostro paese
(parola ripetutamente pronunciata dai demagoghi in auge) c'è una serie di "ottundori sociali",
che si chiamano tifo sportivo, "predaludismo" (vedi i mille giochi a premi in TV, le molteplici schedine,
le sale da gioco, le discoteche ed altre diavolerie), suggestione clericale, consumismo, e via dicendo. Tutto questo
è manipolato da antropozoi di fatto geneticamente deviati o ammalati, in ogni caso incapaci di ritrovare
la propria "umanità".
Il non rispetto della relatività del tutto (vedi, appunto la tecnologia) e dell'interattività della
specie umana con la biosfera (società e natura), è avvio verso il suicidio collettivo, come ci dicono
chiaramente gli ul timi sessant'anni di storia caratterizzati dalla crescente criminalità militare degli
USA impegnati a dominare il mondo, incapaci di comprendere che stanno distruggendo anzitutto sé stessi come
collettività umana.
X X X
Ovviamente in un articolo come questo non si può descrivere il socialismo, che è il vero Stato di
diritto, come soluzione del marasma sociale dilagante, con buona pace di chi, con un'ingenuità "manicomiale"
(più esattamente paranoica) crede di dare un assetto alla civiltà con il neoliberismo (alias capitalismo
"animalesco"), con i treni ad alta velocità e con un'Europa manipolata da potenze finanziarie
più o meno occulte e che conta oltre venti milioni di disoccupati.
Esiste un Centro Studi Biologia Sociale che realizza un'editoria con Quaderni fuori commercio, che vanno a politici
ed enti culturali e a quanti ne fanno richiesta con eventuali contributi volontari destinati a coprire parte delle
molte spese vive. Basta scrivere a crviola@mail.gte.it
(Relatività e interattività del binomio specie-biosfera - 11.11.05 - 2255)
Presentato da Gianni Donaudi
Stelio