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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario


anno 8 – numero 79 Guigno 2008

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Sommario
di Michele Meomartino
di Paolo Vasini
di Pierfrancesco Di Matteo
di Mariagrazia Di Paolo
di Moreno De Sanctis
di Giorgio Fioretti
di Luciano Martocchia
· Pagine 16 e 17 XXI secolo: schiavitù e tratta di esseri umani
di Edoardo Puglielli
Di Antonio Mucci
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La pagina di
Diderot
San Visco degli evasori
Sono uno dei tanti indisciplinati che, attraverso il peer to peer del docile
mulo di internet ( dal gergo della rete per indicare e mule dal quale si
scarica (gratis) anche molta musica in mp3 ) s'è procurato l' elenco dei
contribuenti.
Con malcelata piaggieria mi sono riconosciuto fra i tanti ed ho elevato un
sincero ringraziamento a San Visco che ha permesso di far sapere a tutti che
io le tasse le pago…. tutte…. ahimè, ..fino all’ultimo centesimo.
Ho fatto però una scoperta davvero interessante e vorrei rendervene partecipe :
nella sola Pescara ( pur potendo desumere i dati di tutta Italia impostando
semplicemente il codice località , cioè quel numero a tre cifre che precede
l’ultima lettera del nostro codice fiscale- su Pescara è 482 ) i contribuenti
ammontano a ben 82.661 unità, con una curiosa suddivisione :
20mila contribuenti con reddito zero e 27 mila contribuenti con reddito
inferiore a 1000 euro che rappresentano rispettivamente il 24,20 e il 32,80
per cento dei dichiaranti 2005 per un bel totale del 57 per cento. Devo
costatare che Pescara è piena di mendicanti in quanto scopro che , più della
metà ( il 60 per cento circa) non ha reddito o vive con sussidi da quarto mondo
, infatti 20 mila cittadini, hanno un reddito annuo pari a ......zero.
O sono evasori?
Sciacallaggio
mediatico
Hanno arrestato Guido Dezio, il
braccio destro del Sindaco D'Alfonso . Pescara come Montesilvano, l'ho sempre
sostenuto.
Penso che sino ad ora la Magistratura si sia esonerata dall'intervenire per non
interferire sul risultato elettorale.
Ma dalla pentola piano piano si alza il coperchio e i miasmi escono. A nulla gli
son servite le marchette che il Sindaco tenta di fare con la cultura.
Ritorno su un concetto già espresso in precedenza: quello del traino fornito dai
vari scrittori di denuncia, loro ignari, alle campagne elettorali locali ed al
sostegno involontario che loro, strumentalizzati ed inconsapevoli, danno ai
nostri politicanti, come accaduto con Roberto Saviano autore di Gomorra,
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori de La Casta , ( presentato
da Fusilli gran galoppino dalfonsiano poi eletto consigliere comunale) oltre a
Marco Travaglio , o anche giudici come Woodkook, De Magistris, Forleo ,
giornaliste come Rosaria Capacchione o ancora noti presentatori televisivi come
Michele Santoro, ecc. E' già accaduto in periodo pre elettorale con
l’ineffabile Leo Nodari che si definisce della... Società Civile, (sic)
che ormai si dedica a tempo pieno ad organizzare passerelle per i politici di
riferimento riuscendo, con gran dispendio di mezzi molto munificamente
elargitigli dal potere politico di cui è il “braccio armato”, a circuire la
buona fede di questi autori su temi fondamentali ed importanti, quali la
legalità, la lotta alla mafia, ecc., ospitandoli e organizzando kermesse in
cui, accanto a questi ormai famosi ( a giusta causa) personaggi, devono anche
sfilare le “autorità”, le stesse che magari non hanno la coscienza davvero
limpida come quelle messe alla gogna.
Anche se la Rosaria Capacchione ed il buon Roberto Saviano girano con la scorta
per cercare di raccontare la camorra, anche se continuiamo a vivere nel Paese in
cui Mediaset mi ricorda tanto la BTN di Lewis Prothero (”The Voice Of
London” in V per Vendetta), in queste ore si sta consumando un dramma già
visto: se in televisione dici che la seconda carica dello stato ha avuto
contatti con la mafia, non ti preoccupi di accertarti che quel che è stato detto
sia falso, bensì quereli Marco Travaglio che ha semplicemente fatto il suo
lavoro. Quanto è pericoloso non poter controllare una persona, vero? Non è per
questo forse che Roberto Saviano, mangiando la foglia, ha annullato la sua
presenza, vanificando la presentazione del suo Gomorra?
Evidentemente avrà capito che Marino Roselli, e D'Alfonso non c'entravano
affatto. Se Nodari ce lo spiegasse…
Diderot
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Esempi di buone pratiche e di istituzioni virtuose
di Michele Meomartino
A me sembra che il dialogando finale del 31° incontro nazionale delle Comunità Cristiane di Base svoltosi a Castel S. Pietro ( Bo ) dal 25 al 27 Aprile 2008, pur collocato al termine della 3 giorni, quando una buona parte delle comunità si appresta ad organizzarsi per il ritorno precludendo a non pochi di partecipare attivamente, abbia sostanzialmente raggiunto l’obiettivo che il gruppo di collegamento nel preparare l’incontro si era posto.
Sia le testimonianze delle 4 realtà rappresentative che il dibattito successivo ci hanno offerto un quadro abbastanza variegato, ricco ed interessante, anche se non esaustivo, delle tante pratiche dal basso verso la costruzione di una società più sobria, equa e solidale.
L’intento che si voleva perseguire, dopo il conversando iniziale più incentrato sull’analisi dei problemi, era quello di indicare esperienze concrete e fattibili, non un elenco delle buone intenzioni, consapevoli che spesso le azioni di resistenza all’attuale modello di sviluppo, iniquo e insostenibile, iniziano dalla prevenzione dei gravi problemi che esso genera e contemporaneamente investendo le risorse in una progettualità credibile.
Gli interventi di Titti Malorni della Casa di Zaccheo di Caserta, di Alberto Castagnola della Città dell’Altra Economia di Roma, di Eugenio Baronti, già assessore all’ambiente del comune di Capannori e infine di Loris Asoli della Rete di Economia Solidale Marchigiana hanno offerto più di uno spunto di riflessione all’assemblea.
La testimonianza di Titti Malorni ci ha fatto conoscere le attività sociali di alcune realtà ecclesiali di Caserta dove il messaggio evangelico si confronta con la dura quotidianità e in un territorio fortemente segnato dall’illegalità.
In 3 parrocchie della città, da qualche tempo e con risultati apprezzabili, si è avviata la raccolta differenziata dei rifiuti. E’ un piccolo segnale, ma significativo perchè cerca di correggere l’irresponsabile abitudine invalsa in alcuni segmenti della società a considerare i rifiuti come qualcosa di avulso dal resto della loro vita.
Essi, al contrario, appartengono a tutti e una loro corretta gestione non può prescindere da stili di vita ispirati ai principi del consumo critico e responsabile che, unitamente ad un’ efficace campagna di informazione e formazione, possono rappresentare quel giusto combinato per farli diventare una risorsa per tutta la collettività.
Sempre sul problema dei rifiuti, ma in un ben altro contesto, arriva puntuale la testimonianza dell’assessore Eugenio Baronti, già assessore all’ambiente del comune di Capannori e da pochi mesi assessore alla regione Toscana.
“ Verso rifiuti zero ” con questo chiarissimo slogan, Capannori in provincia di Lucca, uno dei comuni più “ ricicloni ” d’ Italia con il suo invidiabile 82% di raccolta differenziata, si avvia a risolvere uno dei problemi più gravi che stanno assillando le società consumistiche.
Il risultato straordinario di questo comune virtuoso sta nel dialogo che l’ Amministrazione ha saputo instaurare con i suoi cittadini individuando e scegliendo insieme a loro le soluzioni più sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale.
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Sempre lavorando in sinergia con e fra tutti gli attori socio - economici, nella stessa regione, si sono avviate le “ Vie dell’Acqua e del Latte ”. Queste iniziative sono esempi di filiera corta che privilegiano il rapporto diretto con i produttori, titolari di piccole realtà economiche locali, fortemente minacciati da un sistema aggressivo dominato dalle multinazionali dell’agri – bussines e dalla gdo ( grande distribuzione organizzata).
Gli interventi di Castagnola e di Asoli, invece, ci portano a conoscenza due importantissime esperienze di economia solidale del nostro centro Italia.
Il primo ci ha descritto una breve cronistoria della Città dell’Altra Economia ubicata presso l’ex mattatoio nel quartiere Testaccio a Roma e il secondo ha fatto altrettanto parlandoci della Rete di Economia Solidale Marchigiana.
Il CAE ( Città dell’Altra Economia ) di Roma è forse uno dei centri più interessanti degli ultimi anni sul consumo critico. Un vero e proprio laboratorio delle economie solidali che già in fase di recupero e di restauro degli immobili ha visto l’utilizzo di materiali ecologicamente compatibili, rispettosi dell’ambiente e della salute.
Tutte le realtà che fanno parte del consorzio che gestisce il CAE nei settori: del commercio equo e solidale, dell’agricoltura biologica, della finanza etica, del turismo responsabile, del riuso e del riciclo, dell’ energie rinnovabili, della comunicazione aperta, della ristorazione e bar bio - equo concorrono a formare una delle più ricche e articolate proposte di pratiche di consumo consapevole in Italia.
Altrettanto interessante è l’esperienza marchigiana che si snoda sull’intero territorio della regione. Anche qui diverse realtà dell’economia solidale hanno costituito un’associazione ed elaborato una carta d’ intenti dove tutti si riconoscono. L’associazione organizza eventi culturali, fiere, corsi di aggiornamento ( l’ultimo riguarda la formazione all’economia solidale ad alcuni dipendenti della pubblica amministrazione ) e tante altre iniziative sul territorio.
La Rete marchigiana in questa fase sta individuando aree più piccole e circoscritte per costruire i distretti che permetteranno alle realtà promotrici che ne fanno parte una migliore sinergia tra di loro. E’ evidente che nessuna rete o distretto sarà mai possibile senza implementare il rapporto tra la rete dei consumatori che spesso si costituiscono in gas ( gruppo d’acquisto solidale ), i vari produttori e le istituzioni. L'obiettivo è quello di fare sistema.
E infine, ritornando al dibattito di Domenica mattina, dove sono intervenuti più di una decina di persone, si può tranquillamente affermare che è stato molto vivace e interessante. Alcuni sono intervenuti ponendo domande attinenti al tema, altri con domande, comunque interessanti, anche se hanno riguardato altre emergenze sociali, come i posti di lavoro a rischio.
Non sono mancati in alcuni passaggi i toni forti e le rivendicazioni accorate a dimostrazione di una partecipazione attiva. In tutti gli interventi c’è stata una forte richiesta che la politica e i partiti recuperino la loro funzione di servizio al bene comune.
Su tutto, almeno dal mio osservatorio, ho colto una grande attenzione dei partecipanti e una passione davvero encomiabile che ci lascia una qualche fondata speranza che le pratiche e le culture dal basso per una società più sobria, equa e solidale non sono una mozione degli intenti, ma una realtà viva e operante. Un mondo che già esiste, anche se piccolo. Spetta a noi farlo crescere affinché porti frutti per tutti.
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RIALZATI ITALIA
Rialzati Italia,l'Alitalia agli
Italiani,via i clandestini, più sicurezza meno tasse.
Questi sono gli slogan che hanno fatto vincere le elezioni alla destra.
In un periodo storico in cui le contrapposizioni ideologiche non sono più
radicalizzate come nel passato e in cui il voto viene deciso dal cosiddetto
popolo degli indecisi,anche uno slogan e la sua efficacia assumono un ruolo
fondamentale.Da questo punto di vista,Prodi e i suoi ministri sono stati un vero
disastro.In un Italia alla fame,come può essere tanto ingenuo l'ex ministro
dell'economia Padoa Schioppa ad affermare che "pagare le tasse è
bellissimo"?Certo,quello che intendeva dire è che una nazione civile ha
scuole,asili,etc,etc,grazie alle tasse,ma in una società rozzamente mediatica
come la nostra,quando si è titolari di ruoli chiave così importanti ed
esposti,hai il dovere di essere un pò più furbo ed esprimerti in maniera tale da
non essere strumentalizzato.
Mi potrete ribattere che allora Berlusconi ne ha dette di cotte e di
crude,affermando e smentendo più volte se stesso anche a distanza di un
giorno.Ebbene sì,è vero,però quel furbone di Silvio non ha mai toccato l'unica
cosa che alla fine oggi,in mancanza ormai di un voto sui valori,determina il
risultato delle elezioni e cioè:i soldi.
Anche in questo Prodi purtroppo ha fallito completamente.Pur se ha tenuto sotto
controllo il debito pubblico,lo ha fatto attraverso le solite vie del buon ex
democristiano,ovvero sacrifici sacrifici e tasse scaricati sulla
popolazione,lotta all'evasione fiscale senza di contro un aumento dei
servizi,liberalizzazioni a partire dalle "caste" " più povere" vedi i
taxisti,senza toccare minimamente i grossi poteri economici societari e
finanziari e senza iniziare quella riforma strutturale della pubblica
amministrazione, vero cancro mangiasoldi dell'Italia. Per Berlusconi e
compari,vincere le elezioni promettendo l'abolizione dell'ICI e meno tasse è
stato uno scherzetto facile facile date le premesse.
Purtroppo,i problemi giudiziari dei tanti eletti nella destra,il conflitto di
interessi,la mancanza di politiche sull'ambiente e sulla giustizia,sulla laicità
dello stato etc,etc,sono passati tutti in secondo piano rispetto al problema
soldi e tasse.Del resto come non pensare altrimenti quando le statistiche ci
dicono di quanto sia enorme l'impoverimento degli italiani?Piuttosto ora è da
chiedersi e da vedere se e come il Rialzati Italia avverà o meno.
Personalmente,data la precedente esperienza di governo Berlusconi,sono
decisamente scettico e lo sono ancor di più se analizzo le ricette indicate in
campagna elettorale.
Ma entriamo nel dettaglio.
Se mi togli l'ICI e lasci inalterato il sistema della spesa pubblica, il
risultato sarà quello già visto nel precedende governo di Silvio, quando ridusse
di qualche euro le tasse sui redditi medi,ridusse sensibilmente le tasse sui
redditi alti, diede minori entrate agli altri enti territoriali diversi dallo
Stato (regioni comuni e province) costringendo questi ultimi ad aumentare
ICI,Tosap,addizionale irpef , tasse sui rifiuti e altre imposte locali;morale
della favola, il cittadino le tasse se le vide aumentare comunque.
Altro argomento sbandierato è la detassazione degli straordinari.
Potrà pure essere che un lavoratore dipendente sia più incentivato a fare gli
straordinari perchè meglio retribuiti,ma questa goccia può bastare a rimettere
in piedi l'economia?
Se consideriamo la struttura industriale italiana,notiamo che i grandi gruppi
tipo Fiat cui la misura è indirizzata, si contano sul palmo della mano,mentre il
grosso delle aziende italiane è formato da piccole e medie imprese alle quali la
detassazione non cambia nulla.Cambierebbe invece se si diminuisse davvero il
costo del lavoro .Oggi dare al dipendente 1000 euro significa pagarne altre
6-700 allo Stato.
Altra ricetta proposta:i dazi.
Siamo in Europa,dunque si può liquidare il tutto come mai attuabile,a meno che
l'europa intera si rimbecillisca e reintroduca questa misura economica
medioevale.Dico così perchè ripeto il pensiero dei più grandi economisti
riguardo la politica dei dazi,ma per fare un esempio concreto,far pagare una
scarpa cinese il triplo per favorire la scarpa italiana,avrebbe l'effetto di far
aumentare i prezzi,dunque l'inflazione,dunque il potere di acquisto dei
salari,dunque alla fine a rimetterci è sempre il
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"popolino".Eppure,quale
efficacia mediatica tramutata poi in voti ha avuto lo sbandierare "mettiamo i
dazi","salviamo le aziende italiane dalla concorrenza sleale asiatica" etc,etc,.
Invece,una politica seria sarebbe quella di far capire alle persone che è
inutile pensare di salvare la ditta italiana che produce una scarpa di basso
costo e qualità.Ormai la direzione europea è quella di puntare solo sulla
qualità e sulla ricerca:per semplificare,i cinesi possono pure costruire la
Panda a 4000 euro,ma la Ferrari la sanno fare solo a Modena.Purtroppo
però,l'Italia è uno dei paesi europei che investe di meno nella ricerca...
Federalismo fiscale.
L'idea in sè è buona, ma poi come verrà attuata?Visto che a battersi per essa è
soprattutto Bossi,si creerà un federalismo che favorirà ulteriormente il Nord
abbandonando a se stesso il Sud?Se davvero i soldi dei Lombardi rimarranno solo
in lombardia,prepariamoci ad una nuova emigrazione stile anni 50-60,prepariamoci
ad ospedali da terzo mondo contro cliniche "svizzere" a Milano....ma i
meridionali,quando hanno messo la croce sul Popolo delle Libertà,si rendevano
conto di quale gesto di bontà facevano verso i connazionali "padani"?E' proprio
vero, i meridionali hanno un cuore generoso!
In una nazione normale che garantisce parità di condizioni o quasi,il
federalismo fiscale può essere praticato,ma la nostra Italia ha un Sud senza
infrastrutture,senza industrie,e senza investitori disposti ad insediarsi in un
territorio in cui la mafia la fa da padrone.A questo punto per i meridionali c'è
solo da augurarsi che a Napoli tornino i Borboni Spagnoli guidati da Don
Zapatero!.
Riassumendo dunque, le ricette su tasse ed economia proposte da Silvio e soci
sono solo un gran punto interrogativo,per usare un eufemismo,e se ci ricordiamo
come sono andati i suoi precedenti 5 anni di governo col debito pubblico che
schizzava alle stelle,i salari fermi ed erosi nel potere
d'acquisto,l'introduzione del lavoro precario per favorire i "padroni e le loro
aziende" nella competizione con l'Asia,l'immobilismo nelle liberalizzazioni e la
detassazione vera solo per le classi ricche sia attraverso meno irpef sia con la
soppressione della tassa di successione,tanto premesso, vien da dire agli
italiani:- e mo' arrangiatevi.-
Che fare allora per realizzare il Rialzati Italia?
Per ridurre le tasse basta pensare ai costi attuali della politica, ai costi
della pubblica amministrazione e agli sprechi.
Basta pensare ad una città come Pescara che elegge quasi 40 consiglieri,una
decina di assessori,3 consigli di quartiere...moltiplichiamo il tutto per il
resto della nazione aggiungendo Province e Regioni per capire che "esercito di
politici" ci tocca sfamare.Pensiamo alla pubblica amministrazione e al numero di
uffici esistenti,oppure a quanti enti inutili ci sono e agli sprechi che si
verificano negli appalti.Quante grandi opere mai finite e dal costo
spropositatamente cresciuto rispetto a quello stimato in partenza.Dunque sarebbe
urgente una riforma degli appalti pubblici,ma quale partito ha parlato di questo
in campagna elettorale?Nessuno,anche perchè una amministrazione pubblica che fa
acqua da tutte le parti come quella attuale,è però funzionale al sistema
clientelare dei partiti.
Purtroppo non ci possiamo aspettare dall'affarista Silvio una riforma seria del
sistema degli appalti e della spesa pubblica,non ci possiamo aspettare dal
miliardario Silvio una redistribuzione della ricchezza così come non ci possiamo
aspettare la liberalizzazione del mercato quando nello stesso Silvio detiene
posizioni privilegiate,conflittuali con la sua carica e che non dismette neanche
dopo senteze italiane ed europee (caso rete4)...ma del resto neanche Prodi aveva
fatto un gran che.
Data questa desolante situazione politica italiana,è auspicabile la nascita di
una forza politica nuova che si radicalizzi sul territorio e non abbia bisogno
del sistema clientelare esercitabile attraverso la pubblica
amministrazione,ovvero attraverso i soldi di tutti noi ,i soldi delle nostre
tasse.Certo,occorre anche un cambiamento di mentalità negli italiani,non cercare
più nel politico "quello che trova il posto a mio figlio o che mi dà
l'appalto",altrimenti il compito sarà difficile e calzerà perfettamente il detto
"ogni popolo ha i governanti che si merita".
Ci sono 5 anni di tempo per le prossime elezioni.Vedremo se qualcosa di davvero
nuovo si riuscirà a creare in Italia.
Paolo Vasini
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Malchiusi e malcelati
questi debordanti
pensieri che ritornano
prepotenti e
su tremolanti e incerte
scale della memoria
arrancano dolenti/
Maldestre e malsinistre
le mie mani
che parlano
una lingua diversa
e si stupiscono ancora
osservando l’immobile viaggio
di queste coraggiose parole/
Rubate al tempo
mute e straniere
mi crescono dentro
e strappano le ultime foglie
dall’ingiallito mosaico
di questo morente autunno /
Parole
vuote a perdere
in quest’aria ferita
dai volti taglienti
di manichini di carta /
Panta rei
Dal tempo, il soffitto incollato,
pensieri, che senza importanza,
riceve, e non fanno
i ricordi, che cerchi
negli anni a venire/
L’assurda ed ingrata
salita, incerta,
col passo s’attende
sepolta, ad ognora,
è la vita, nel dare,
s’impara, alla terra/
L’amara spora
T’inginocchi ai rigidi altari,
vizzo dai moti e dai pensieri,
- gerbido cuore -
arido è il tuo scanno,
nella città annoiata,
tra i vuoti scaffali
mangiati dalla polvere
dove non crescono più libri
e nell’antica età.
Come, sempre priva d’accento,
pareti e acquemorte,
l’amara spora, in segreto
avanzare, corrompe.
Così, a separar le braccia
oziose dei salici, farsi terra,
quand’anche in te, la noia,
spinge radici per rimandare
la vita, al maturar delle stagioni.
Anche per te
osserverò la cadenza dei fiocchi di
neve, riposando
le tempie sulle indicibili
ortiche.
Ad ogni giro di vite
rimetterò a posto i ritardi
nel nostro tempo
lasciando
- sulle bianche pareti -
le quotidiane incisioni
della mia noia discreta.
Pierfrancesco Di Matteo

Dicono che è importante
brillare sempre di luce propria
anche quando si parla senza riflettere/
Che è importante
sapere, saper fare, saper essere/
Che è importante
riuscire a mettere sempre
il nero sul nero, ed
il bianco sul bianco/
Che è importante
credere, obbedire, combattere per
prendere il prima di tutto e
lasciare il dopo di niente/
Da questi inutili consigli
- sempre lontano e foresto -
il mio senso di incertezza
continua a non tacere/
Pierfrancesco Di Matteo
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L'emancipazione
femminile e puttanate del genere.
C'è una frase sulla donna che mi ha particolarmente
colpito.
Le brave ragazze vanno in paradiso
Le cattive dappertuttto
La frase di per sé è simpatica ma la dice lunga sulla percezione sociale sulle
donne e sulla loro natura.
Dopo le suffragette, dopo le sessantottine e dopo le quotine rosa senti cosa ci
tocca ancora sentir dire di noi!
Le brave ragazze sono le suore, quelle che credono nella fedeltà coniugale (solo
la propria) se consideriamo che sopportano l'infedeltà maschile meglio della
clausura delle loro colleghe incappucciate.
Le cattive sono tutte le altre: le donne libere.
Allora la prima domanda che mi viene in mente è...
A quale categoria appartengo?
Poniamo i primi paletti sulle certezze. Sicuramente sono nata una brava ragazza,
forse, continuando così, sarei diventata suora e sempre molto probabilmente la
mia carriera non sarebbe cambiata in quanto entrambi, io e le mie colleghe
incappucciate e senza figli(?), ci occupiamo di servizi sociali. A quest'ora in
effetti non starei a combattere un mondo di concorrenza sleale e tasse
improponibili da pagare, nel clero avrei avuto più successo e magari starei già
dirigendo una comunità di accoglienza per ragazze madri o per giovani
tossicodipendenti.
Andando oltre questa strada immaginaria vedo che le opportunità nella carriera
ecclesiastica sono di gran lunga più a favore della donna rispetto al mondo
contemporaneo.
Vi spiego perché
Punto primo.
L'assistenza. Innanzitutto in caso di malattia l'unica a ricevere il trattamento
più umano è nemmeno a dirlo la suora. Non deve mandare il certificato, le
portano da mangiare a letto, e se non può farlo da sola la imboccano, la casa la
pulice qualcunaltro e non le vengono affidate responsabilità su altre persone
nel periodo della convalescenza.
In sintesi non ha bisogno di chiedere aiuto.
Punto secondo.
Il lavoro. Sia la donna libera che la moglie lavorano troppo, lo dicono tutti,
anche le statistiche, l'una perché si occupa della famiglia anche nei giorni di
festa; l'altra perché per guadagnare lo stesso stipendio dell'uomo deve lavorare
di più e meglio. La suora non cerca lavoro, se lo sceglie, viene trasferita
magari ma a questa evenienza nessuna tra le colleghe donne sono immuni.
All'interno del proprio ambiente di lavoro non vi sono discriminazioni di genere
in quanto, per definizione, sono tutte donne. C'è nel loro codice etico da
rispettare in primis l'astinenza sessuale quindi immaginate che non vi saranno
nemmeno le furbe che fanno carriera perché la danno con
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maggiore facilità rispetto alle altre. Quindi più lealtà
nella categoria. Ma poi! Se qualcuna di loro lo fa lo stesso, tanto di
guadagnato per lei ma non fa una lira di danno. In cima ci arriveranno
sicuramente le più acide o le più ispirate e in odore di santità.
Punto terzo.
L'affetto. Le colleghe ecclesiastiche sono tutte innamorate dello stesso uomo,
però bisogna dire a loro discolpa che si sono scelte l'onnipotente, quindi no
plus ultra, per giunta non vi sono gelosie in quanto l'entità in questione, per
definizione, non è andato a letto con nessuna donna ne in terra e ne in cielo.
Mal comune mezzo gaudio. Sicuramente tra loro l'amicizia è sincera.
Se chiedi a loro se sente l'affetto di Dio ti risponderà sinceramente e
sentitamente di sì.
Punto quarto.
La socializzazione. La donna libera invece ha imparato a bastare a se stessa, si
ama, ama le sue piante, il suo cane, il suo portafortuna, i suoi libri, la vista
della propria finestra di casa, il suo letto, il suo bagno e chi più ne ha più
ne metta ma è sola. Non può rompere le scatole a nessuno, non esce volentieri
tanto non c'è nessuno che glielo impedisce. Se s'ammala meglio, così fa qualcosa
di diverso, e poi infondo di gente ce n'è già tanta in televisione per
desiderare di sapere i fatti della propria vicina. E se le venisse qualche
rigurgito di voglia di interazione con l'altro sesso? Niente paura, una donna
così è tale perché ha imparato a disprezzarli quindi anche quest'evenienza è
presto risolta. Tanto può sempre cambiare idea in qualsiasi momento se ne
valesse la pena.
La moglie non sta sola ma solo perché deve lavorare per i propri familiari,
sogna la solitudine e quando se la concede non sa che farci perchè non si è
preparata come la donna libera.
La suora sta in compagnia, parla con Dio, parla con le sorelle, se non va
d'accordo con una non è un problema può scegliere, canta... tutti i giorni. Esce
volentieri perché di solito non lo fa ma se si rompe le palle della compagnia
c'ha sempre la scusa del ritiro spirituale, tanto chi può sindacare.
Punto quinto.
Il rispetto. Qui a pari merito ci sono le suore e la donna sposata di un uomo
mafioso. Ambedue hanno protezione a non finire. Se viene molestata una suora
comunque fa più notizia. Per le altre invece no, se una donna libera viene
violentata nessuno le crede perché tutti immaginano che forse c'è un po' di
disperazione dietro la sua denuncia. Le donne sposate invece non hanno bisogno
di uscire per essere violentate perché tutto avviene all'interno delle mura
domestiche che va sotto il nome di "dovere coniugale". Non denunciano perché non
hanno un lavoro e perché tengono ai figli.
Punto sesto.
La libertà. Per le donne libere la libertà è un desiderio soddisfatto, di fatto
non esiste il desiderio senza insoddisfazione. Come apprezzare l'aria perché
c'è. Per le donne sposate una possibilità remota e per le suore una rinuncia
forzata, idem per il desiderio soddisfatto. Se è una rinuncia non c'è forzatura.
Quindi di fatto è una mancanza non sentita in quanto perché desiderare qualcosa
che non ti serve.
Coclusioni.
In una società medioevale post nucleare, innamorarsi di Gesù rimane comunque la
scelta vincente!
Mariagrazia Di Paolo
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La morte è questo: la completa uguaglianza degli ineguali[1].
L´autobus che ferma alla stazione è pieno di persone che si aiutano nella salita, che uccidono l´attesa. La mia presenza affogata in un caffè, aroma nicotina, la mia dolce resa alle undici di mattina.
Vorrei bere le mie lacrime, confonderle con la pioggia, in quest´assenza che è il presente.
Mentre tutto intorno a me muore, io aspetto, come moto, come condizione[2]. Aspetto, in piedi, con il viso verso il sole.
Ripenso di tanto in tanto ai giorni andati, li guardo come si guardano le nuvole dal finestrino di un treno in corsa verso un assurdo destino[3].
La sera è amara, nel tramonto illuminato dalla mia stanza, sui fogli ripiegati, sui fogli sparsi, sporcati. Trema anche l´ombra di me stesso al chiarore del fiammifero che si spegnerà tra poco... puf!
Il buio.
E´ bella la poca luce, fioca, intorno ai lampioni accesi in strada, nella notte che nasconde, sotto loro tutto un poco appare, trascende.
Il buio invece è morte. Laddove non arriva più il mio sguardo. La morte è la curva della strada[4].
La morte è assente[5] e l´assenza non la si può vedere, non la si può toccare[6]. La morte è il silenzio ed il silenzio non lo si può spiegare[7].
Sarà allora il segreto della morte nel cuore della vita[8]?
O forse la morte è colei che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo[9].
Ora a morire non son io e proprio ora, solo ora, la morte vive in me[10].
Ma tu non temere[11], dal contagio della lenta macchia del mondo ora sei al sicuro[12].
...malattia e morte, anche per questo io non credo. Mentre tutto intorno muore[13], perché la morte mai non muore[14]?
al poeta Luigi Dezio in arte Popò...
Moreno De Sanctis maldiscuola@yahoo.it
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[1] Vladimir Jankélévitch
[2] Questi che sono ora vecchi, e questi giovani ancora,/Ognuno ansioso s'affanna a corsa verso la Mèta;/Ma questo vecchissimo mondo, in fine, a nessuno rimane./Andarono; andremo; altri verranno; ed andranno. Omar Khayyâm
[3] Noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l'esistenza trascorsa è già in suo potere.
Seneca, Lucio Anneo Lettera a Lucilio
[4] La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto./Se ascolto, sento i tuoi passi/esistere come io esisto.. Fernando Pessoa
[5] Epicuro, Epistola III, a Meneceo, in Opere
Il più terribile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c'è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e quanto agli altri, essi non sono più.
[6] Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino./Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio./Il mio dura tuttora, né più mi occorrono/le coincidenze, le prenotazioni,/le trappole, gli scorni di chi crede/che la realtà sia quella che si vede./Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/non già perché con quattr´occhi forse si vede di più./Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/erano le tue. Eugenio Montale
[7] Roberto Benigni e Vincenzo Cerami "Se fai il mio nome non ci sono più, chi sono? Il silenzio".
[8] Allora Almitra parlò dicendo: Ora vorremmo chiederti della Morte. E lui disse: Voi vorreste conoscere il segreto della morte. ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita? Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.. Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita. poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare. Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita; E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità. La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore. In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale? E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito? Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole? E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio? Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente. Kahlil Gibran
[9] Verrà la morte e avrà i tuoi occhi/questa morte che ci accompagna/dal mattino alla sera, insonne,/sorda, come un vecchio rimorso/o un vizio assurdo. I tuoi occhi/saranno una vana parola,/un grido taciuto, un silenzio./Così li vedi ogni mattina/quando su te sola ti pieghi/nello specchio. O cara speranza,/quel giorno sapremo anche noi/che sei la vita e sei il nulla /Per tutti la morte ha uno sguardo./Verrà la morte e avrà i tuoi occhi./Sarà come smettere un vizio,/come vedere nello specchio/riemergere un viso morto,/come ascoltare un labbro chiuso./Scenderemo nel gorgo muti. Cesare Pavese
[10] Se tu mi rivenissi incontro vivo,/con la mano tesa,/ancora potrei,/di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere,/fratello, una mano./Ma di te, di te più non mi circondano/che sogni, barlumi,/i fuochi senza fuoco del passato./La memoria non svolge che le immagini/e a me stesso io stesso/non sono già più/che l'annientante nulla del pensiero. Giuseppe Ungaretti
[11] CANTO FUNEBRE
GUIDERIO - Più non devi temere del gran sole l´ardore, né del rabbioso inverno l´infuriare; la tua terrena opera hai compiuto, a casa sei venuto, e la giusta mercede hai ricevuto. Equo destino egual riserva sorte a giovinetti e fanciulle di corte e allo spazzacamino. Volgerà in polvere ciascun la morte.
ARVIRAGO - Più non devi temere dei grandi il malvolere: tu sei fuori dai colpi dei tiranni; mangiare e vestir panni non è tua cura più; quercia o arboscello fioriscono egualmente su un avello. Scettro di re, sapienza, arte medica, scienza, egual destino tutto ha da seguire e in polvere finire.
GUIDERIO - Più non temer di folgore bagliore.
ARVIRAGO - Né di tuono l´orribile fragore.
GUIDERIO - Più non temer calunnia od impostura.
ARVIRAGO - Finite son per te gioia e sventura.
ARVIRAGO - Spettro insepolto mai ti nuocerà..
INSIEME - E a te venga ogni amante sensibile e gentile, polvere ognun diventi, polvere grigia e vile.
GUIDERIO - Più sortilegio non t´incanterà.
ARVIRAGO - Né maleficio più ti stregherà.
GUIDERIO - Né male alcun cattivo ti farà.
INSIEME - Dissolviti tranquillo nella pace, e splenda il tuo ricordo come face.
William Shakespeare Cimbelino
[12] He has outsoar'd the shadow of our night;/Envy and calumny and hate and pain,/And that unrest which men miscall delight,/Can touch him not and torture not again;/From the contagion of the world's slow stain/He is secure, and now can never mourn/A heart grown cold, a head grown gray in vain;/Nor, when the spirit's self has ceas'd to burn,/With sparkless ashes load an unlamented urn.
Percy Bysshe Shelley Adonais: Elegia sulla morte di John Keats
[13] Quanto sia vana ogni speranza nostra,/quanto fallace ciaschedun disegno,/quanto sia il mondo d'ignoranza pregno,/la maestra del tutto, Morte, il mostra./ Altri si vive in canti e in balli e in giostra,/altri a cosa gentil muove lo ingegno,/altri il mondo ha, e le sue cose, a sdegno,/ altri quel che drento ha, fuor non dimostra./Vane cure e pensier, diverse sorte/per la diversità che dà Natura,/si vede ciascun tempo al mondo errante./Ogni cosa è fugace e poco dura,/tanto Fortuna al mondo è mal costante;/sola sta ferma e sempre dura Morte. Lorenzo de´ Medici
[14] Fabrizio De André La morte ...la morte mai non muore.
Moreno De Sanctis maldiscuola@yahoo.it
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da “Una voce fuori dal coro”
di Giorgio Fioretti
PERCHE’ NON CREDO AL DIO DELLE RELIGIONI
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Prefazione
Oggi sono serenamente prossimo a compiere i miei ricchi ottanta anni. Quando a scuola, ancora adolescente, stabilii il mio primo approccio con la filosofia greca, ricordo che la mia mente cominciò subito a prendere l’abbrivio nel mare dei dubbi. Cominciai a riflettere sui grandi temi ontologici, sul senso dell’esistenza, sul modo e mondo in cui vivevo. Appena dopo qualche anno mi ritrovai da solo in alto mare, giacchè l’umanità che inizialmente mi circondava, era rimasta tutta laggiù sulla terra ferma. Di fronte ai miei dubbi su tutto ciò che per altri era scontato, quando riuscivo a stabilire un confronto, alla fine il brillante argomento che sostanzialmente veniva sostenuto dal mio interlocutore si riassumeva: ma se è stato sempre così vorresti forse tu cambiare il mondo? Quando invece manifestavo i miei dubbi sull’esistenza di Dio, ricordo che la risposta era: tu parli così perché sei ancora giovane, vedrai quando sarai prossimo alla fine come cambierai idea. La sconfortante miseria di queste argomentazioni, spingeva la mia mente ad andare sempre più in là e in alto. Finchè mi sono incontrato faccia a faccia con il mistero di Dio. La mia mente per nulla intimidita dalla grandiosità dell’incontro, ha continuato a navigare liberamente, e in questo navigare si è imbattuta con chi diceva di sapere, con chi viveva nella fede, con chi della credenza aveva fatto una scelta di vita. Ma le argomentazioni erano sempre terribilmente le stesse: approssimate, banali, presuntuose, irrazionali. Lasciato in solitudine, intellettualmente emarginato, mi sono trovato a dover colmare l’ansia di penetrare i misteri che mi circondavano, utilizzando l’unico mezzo che mi rimaneva: la mia ragione. In questo peregrinare della ragione, troppe cose non mi tornavano. Circolavano troppe certezze gratuite, troppe affermazioni arbitrarie, troppe definizioni di verità solo presunte. Oggi sono arrivato all’età del bilancio della vita che mi veniva preannunciato in gioventù, ma i dubbi di allora non si sono diradati, anzi sono diventati certezza.
Giorgio Fioretti
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Sicurezza o
razzismo?
di Luciano Martocchia
La vittoria del centro destra alle elezioni politiche e
quella del neo sindaco di Roma Alemanno, hanno avuto come asso della manica
vincente la questione sicurezza. Ogni episodio di cronaca che vede un rumeno (
da non confondersi con il romeno ) delinquere scatena una caccia all’uomo, che
dire.. se succedesse per tutti gli altri… cosa dovremmo dire se un italiano
all’estero commettesse un atto criminoso.. accetteremmo che si scatenasse una
caccia all’uomo e si chiedesse l’espulsione di tutti gli italiani?
Poi il recente deprecabile tentativo di rapimento a Napoli di un neonato da
parte di una ragazzina nomade scatena, complici i media, l'assalto ai campi rom
e il dispiegarsi popolare di ondate di razzismo da qualche giorno nemmeno più
anticipati dalla locuzione difensiva " io non sono razzista ma... " ,
perchè contano sul via libera del governo : queste cose fanno paura e stanno
superando le peggiori previsioni .
La questione "nomadi" ,con andamento carsico, continua in questi ultimi mesi ad
occupare pagine di cronaca locale, ma anche riflessioni, commenti , prese di
posizione di opposta ispirazione, specie dopo le recenti iniziative nei
confronti dei lavavetri e di tutti i senza fissa dimora che si aggirano per
l'Europa. Fa sempre più parte del pacchetto "sicurezza", che ingigantito ad hoc,
è ormai considerato il terreno privilegiato per l'acquisizione di consensi
elettorali. Alcuni mesi fa a Roma " i patti di sicurezza"sottoscritti dal
sindaco Veltroni e dal ministro Amato destinavano un'area fuori dall'autostrada
del raccordo anulare all'insediamento di 4 nuovi grandi campi attrezzati che
dovrebbero accogliere migliaia di famiglie zingare ivi trasferite in massa. Sarà
sufficiente a scrollare di dosso dal ex sindaco di Roma lo scomodo appellativo
di "zingaro" appioppatogli dalle destre? Ora anche l'esistenza di questi campi è
messa in dubbio.
L'opposizione dei Rom nei confronti del provvedimento, e anche delle cooperative
che gestiscono i campi, fu assai dura. "E' tempo di reagire" "Non siamo nomadi.
Basta coi campi, vogliamo una casa" (parole di Najo Adzovic, cui fecero eco
altre analoghe espressioni ). Ma ora il clima è mutato: in peggio.
Racconta una consigliera circoscrizionale di Roma che si occupava
quotidianamente negli anni ' 80, dei campi nomadi e di tutte le problematiche
connesse, di come è cambiato il clima da allora; racconta di rapporti
interpersonali: è vero c’erano esigenze negate, interventi dell'Opera Nomadi,
inserimenti nelle scuole, feste sontuose di matrimoni rispettosi di una
tradizione ancestrale, con banchetti pantagruelici... Ricorda dibattiti
interminabili in Consiglio circoscrizionale a Roma ( e in Consiglio comunale)
seguiti da proposte- rimaste sulla carta, anche perché impraticabili ma dettate
da un sincero sentimento antirazzista.
Il Consiglio comunale aveva deliberato che ogni circoscrizione avrebbe dovuto
destinare un'area all'accoglienza di un campo, con l'assistenza dell'Opera
Nomadi, così si sarebbe evitato, sia il lamento degli abitanti delle periferie
perennemente "bersagliati dagli zingari", sia la ghettizzazione suburbana voluta
dai fascisti ("se sono nomadi che stiano fuori dalla città"). Oggi tutto è
diventato diverso . Si è scivolati verso un ‘ ottica che fino a pochi anni fa
era impensabile, un arretramento culturale notevole. E' davvero molto amaro
dover constatare che gli zingari- a distanza di trent'anni- continuano a essere
percepiti, spesso anche a sinistra, come un male inevitabile, e che la soluzione
oggi proposta a Roma ricalca in pieno il modello fascista!
Approfondendo alcuni aspetti della cultura dei vari gruppi zingari ( che non va
confusa col modo di vivere sordido e arretrato al quale sono stati ancorati a
bella posta- in particolare a Roma- col beneplacito delle istituzioni, in
accampamenti indegni su cui lucra l'Opera Nomadi col recepimento dei fondi
europei) si è potuto constatare come cambia il loro stile di vita in presenza
di case in muratura (Porta Furba- raro esempio a Roma- , a Firenze, a
Torino...). Si conoscono ragazze rom provenienti da queste abitazioni che fanno
lavori di sartoria e sono venute invitate in un Istituto Magistrale dove hanno
scambiato confidenze con le alunne ;si ascoltano esecuzioni musicali
struggenti di ottimi complessi; si è avuto modo di notare come sia possibile
mantenere usi e costumi della loro tradizione in un contesto compatibile con le
società in cui si trovano a vivere. Ciò non significa "un'integrazione" intesa
come rinuncia alla propria identità ( dove per identità non si intende certo il
modello di vita condotta nei campi..),ma,-come per le numerose etnie che
popolano l'Europa- poter usufruire di servizi, beni, del diritto pieno di
cittadinanza, tanto più che- come loro stessi affermano- per loro il nomadismo è
finito.
Ci si rende conto che si tratta di un percorso non facile, né breve, né facile
da percepire per gran parte della popolazione che vede confermato troppo spesso
dalla realtà uno stereotipo lasciato incancrenire. Ma andrebbe affrontato
coraggiosamente dalle istituzioni a tutti i livelli se si crede nel diritto
all'eguaglianza nel rispetto delle diversità secondo il dettato costituzionale.
No alle aree-ghetto soltanto per compiacere gli istinti più retrivi della
popolazione ( e raccogliere voti)! Le case vanno assegnate all'interno delle
città, vanno fornite occasioni di lavoro, la scuola è già da tempo luogo di
accoglienza, ma troppe volte più teorico che sostanziale...
Si consiglia una serie di incontri con nomadi stanziali (in Italia pare siano
circa 250.000, dei quali nulla o quasi si sa), mentre solo poche migliaia sono
coloro che vivono nei campi, di espedienti, furti etc. Una persona disponibile a
fornire informazioni puntuali e a tentare di abbattere pregiudizi è Alex:
Santino Spinelli, rom abruzzese, docente di antropologia culturale
all'Università di Trieste; ha sposato una donna del luogo, ha tre fiigli che
parlano perfettemante il romanés e l'italiano. Quando sente dire che gli zingari
sono tutti ladri dice che sarebbe come dire che gli italiani sono tutti
mafiosi..........Mala tempora currunt.
Luciano Martocchia
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XXI secolo: schiavitù e tratta di esseri umani
di Edoardo Puglielli
(terza parte)
Bambini
Il guadagno del mercante di schiavi è particolarmente remunerativo e i rischi minimi, soprattutto quando la legge non punisce o fa finta di ignorare i traffici di esseri umani nei paesi di partenza e quando le agenzie di controllo nel paese d’arrivo hanno come obbiettivo gli immigranti clandestini e non le organizzazioni criminali. A livello globale il mercato di esseri umani destinati al lavoro schiavo coinvolge centinaia di gruppi e frutta miliardi di dollari, i quali vengono subito “lavati” da istituti bancari e immessi in circolazione sui mercati finanziari mondiali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il denaro proveniente dalle attività di organizzazioni criminali (tra le quali spiccano il commercio di droga, la vendita di armi e la tratta degli esseri umani e la loro riduzione in schiavitù) si aggira ogni anno intorno ai 600 miliardi di dollari, tra il 2 e il 5% del prodotto interno lordo di tutto il mondo messo insieme.
Nel mondo sono milioni le persone cadute nelle spirale del lavoro obbligato. I più colpiti sono i bambini perché garantiscono molti vantaggi a chi ne sfrutta il lavoro: sono più permeabili, rispetto agli adulti, alle minacce di ritorsioni fisiche e alla violenza psicologica, si accontentano di una paga bassa, mangiano meno, non sapranno mai rivendicare miglioramenti della loro condizione. Human Right Watch denunciava qualche anno fa che il 10% dei 900.000 bambini nepalesi che lavoravano nell’industria dei tappeti erano stati sequestrati, un altro 50% (450.000 bambini) era stato invece direttamente venduto dai genitori.
Un rapporto dell’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia illustrato a Roma nel luglio 2007, indica per l’Italia la presenza di circa 50.000 bambini, soprattutto rom di età compresa tra i quattro e i dodici anni, costretti all’accattonaggio. Solo un mese prima FAO e ILO denunciavano che ogni anno muoiono 22.000 bambini a causa del lavoro a cui sono sottoposti. E si tratta di stime per difetto perché lo sfruttamento minorile elude le statistiche ufficiali sull’occupazione che non tengono conto delle piccole schiave domestiche che lavorano tutto il giorno per sette giorni alla settimana nelle case giapponesi e nordamericane e di milioni di bambini che, nelle piantagioni malesi di caucciù come nelle imprese manifatturiere clandestine italiane, tedesche, pakistane o nepalesi e nelle fabbriche di articoli sportivi indonesiani e cinesi, spesso non sanno neanche che cosa sia un giorno di riposo. Pochi, forse nessuno di loro, da adulto saprà leggere e scrivere e potrà godere di una salute fisica e mentale stabile.
La povertà resta la causa principale dello sfruttamento minorile. Sottratti all’istruzione, alla salute, al gioco, costretti a lavorare con attrezzi fatti per un fisico adulto, i bambini sono vittime di forme di sfruttamento come l’esposizione a pesticidi tossici, il trasporto di carichi troppo pesanti, lunghe ore di lavoro ed esalazioni nocive. Un fenomeno ancora in aumento nel mondo, soprattutto per le attività post-raccolto, nel trasporto e nell’industria di trasformazione agro-alimentare. Di tutti i settori dell’economia, l’agricoltura è quello che impiega il più alto numero di bambini (circa il 70%); in alcune zone rurali i bambini sotto i dieci anni costituiscono fino al 20% della manodopera minorile. Sempre le due organizzazioni – FAO e ILO – denunciano che nel mondo 132 milioni di bambine e bambini, tra i cinque ed i quattordici anni, lavorano nel settore agricolo e contribuiscono a produrre il cibo e le bevande che consumiamo ogni giorno. Per l’ILO in particolare, il fenomeno è più consistente e arriverebbe a coinvolgere circa 218 milioni di minori.
Sono inoltre milioni i bambini sfruttati sul mercato della prostituzione e della pornografia. Secondo Human Right Watch bambini sempre più piccoli subiscono abusi emotivi, vengono
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stuprati, picchiati, torturati e perfino uccisi. Questi bambini vengono rapiti in tenera età oppure acquistati dalle famiglie di provenienza o raccolti dalla strada e sono forzati con violenza e minacce ad entrare nel mercato del sesso. L’industria sessuale infantile tocca i massimi picchi nel sud est asiatico, in particolare in Thailandia, nelle Filippine, nello Sri Lanka e a Taiwan, e, in maniera più nascosta, va diffondendosi sempre di più in Occidente. La cosa drammatica è che i governi di questi stati spesso tendono a favorire – o a non sanzionare – lo sfruttamento sessuale di bambini, poiché la vendita del corpo dei minori rappresenta un’insostituibile fonte di ingresso di valuta estera pregiata. Povertà e sfruttamento sessuale camminano di pari passo e non conoscono confini geografici: Albania, Brasile, Cambogia, Indonesia, Israele, Jugoslavia, Malesia, Messico, Romania, Russia, Singapore, Stati Uniti, Ucraina e decine di altri paesi rappresentano ormai fiorenti e affermati mercati del sesso illecito, rubato con violenza ed inganno ai bambini.
Nel novembre del 1998 la sezione taiwanese dell’Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) avvertiva che a Taiwan, tra il gennaio e il novembre 1998, erano stati arrestati 468 sfruttatori e trafficanti che gestivano fette del mercato nazionale della prostituzione minorile. Sempre a Taiwan, nello stesso periodo, la polizia aveva scoperto una banda di trafficanti di minori che avevano già venduto oltre 100 bambini cinesi per tramite di una clinica di Taipei. I piccoli venivano collocati in casse dopo essere stati storditi con sonniferi e trasportati di nascosto a Taiwan a bordo di pescherecci. Una volta sull’isola si provvedeva a redigere falsi certificati di nascita: comprati in Cina per 1.000 dollari statunitensi, i piccoli venivano rivenduti a Taiwan per quasi 9.000 dollari. In Italia, cifre di Telefono Azzurro affermavano qualche anno fa che ogni giorno due minori erano stati oggetto di violenze sessuali. Il Censis a sua volta segnalava un caso di abuso sessuale ogni 400 bambini, un caso ogni 4 scuole, uno ogni 500 famiglie. Nel solo 1998, in Italia i procedimenti per violenza sui minori aumentavano del 17%.
Un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) del luglio 2007 denuncia dettagliatamente come i bambini che lavorano come domestici in Cambogia sono ad alto rischio di abusi fisici e sessuali. Il documento presentato mette in luce la totale mancanza di protezione a cui è esposta questa categoria, soprattutto nel caso di lavoratrici bambine. Quasi contemporaneamente l’UNICEF lancia un appello ai governi dell’Africa Occidentale e Centrale affinché tengano fede al loro impegno di mettere fine alla tratta di bambini diffusa in quelle regioni. Secondo l’ILO sono 1 milione e 200.000 i bambini trafficati ogni anno e di questi il 32% proviene dall’Africa Occidentale e Centrale. In Kenya – dove le stime indicano che su 10 viaggiatori uno è un turista sessuale – è diventato obbligatorio richiedere a tutti gli stranieri l’indirizzo di residenza prima di entrare. Nel paese africano il fenomeno del turismo sessuale ha dato vita, nelle zone costiere, alla crescita di ville e case private ospitanti giovani da sfruttare.
Sono la povertà, la fame, la mancanza di scolarizzazione, l’assenza di una famiglia, la violenza, l’arroganza, il turismo sessuale a sfruttare l’esistenza dei bambini. Non sono mai i bambini a cominciare; c’è sempre qualcuno che lo ha “iniziato”, facendogli capire che quello è l’unico modo che ha per guadagnarsi di che sopravvivere. Quel qualcuno, turista o locale, ha approfittato della fame, della povertà, della giovanissima età, della naturale e ovvia ingenuità di un bambino analfabeta e privo di genitori che sappiano, vogliano e possano badare a lui. Quel qualcuno, tradendo una volta l’infanzia di un bambino innocente ne ha violato per sempre l’animo e ne ha minato la possibilità di crescere normalmente e di diventare serenamente adulto. Ma, soprattutto, quell’acquirente di sesso ha innescato un meccanismo perverso che ha gettato per sempre il bambino tra le spire del mostro chiamato sfruttamento sessuale minorile.
(... continua nel prossimo numero)
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La mia operazione e l’autogestione dell’ospedale
Mi sono operato ai calcoli della cistifellea. L’intervento è stato effettuato in forma tradizionale, cioè con il taglio e l’asportazione totale in quanto c’era una “piccola cava di pietre”.
L’operazione è andata bene, io sto bene, attualmente ho recuperato l’80% delle mie forze e ringrazio tutto il personale medico ed infermieristico che mi ha curato.
Prima di entrare nell’ospedale, ho parlato con tante persone di questo mio problema e tutti mi dicevano : “Non è niente! Non è niente!”. Non è vero che non è niente, è qualcosa, anche se non è una grande cosa, tipo un tumore. Ho avuto momenti di dolore molto forte, sofferenze, disagi, notti senza dormire, calo delle forze fisiche e quattro giorni di ospedale. “Non è niente!” si può dire quando uno si fa un graffio o una piccola ferita. Per cui non capisco perché si tende a ridurre al minimo, addirittura ad azzerare, un problema reale. Forse me lo dicevano per darmi coraggio, forse per una loro mentalità eroica, forse per poca conoscenza del problema. Io li ringrazio tutti, ma credo che la cosa migliore sia dare una giusta visione della realtà.
Ripeto che la mia non è stata una grande operazione. Nel mio reparto erano tutti operati di tumore, con problemi grandissimi, tanto che io mi vergognavo a lamentarmi. Però mi è sembrato esagerato quando mi volevano dimettere il giorno dopo l’operazione. Mi hanno chiesto: “Come stai?”, ho risposto: “Bene, non ho dolori, però non sto in piedi”; mi è stato detto: “Non fa niente, puoi uscire!”; ho insistito sul fatto che non ce la facevo ed è finita lì. Per fortuna il raziocinio ed i sentimenti umani, malgrado tutto, esistono ancora: ci hanno ripensato e mi hanno dimesso al quarto giorno. Li ringrazio! Se insistevano mi sarei fatto portare a casa con l’ambulanza, direttamente nel mio letto. Non ero in grado di alzarmi!
Il fatto di volermi dimettere dopo due giorni dall’operazione, è un criterio che viene applicato a tutti: si tende a dimettere nel più breve tempo possibile. Trent’anni fa sarei rimasto sicuramente quindici giorni. Ciò è dovuto non al progresso della scienza, ma al fatto che i vertici dell’ospedale hanno quantificato in 100 euro, tanto per fare un esempio, la spesa per una operazione alla colecisti, quindi meno giorni rimane il malato più c’è guadagno. Sempre i maledetti soldi al centro del funzionamento sociale. Ma che cosa viene prima il profitto o l’essere umano? Questo vecchio e secolare dilemma non è stato ancora risolto, malgrado l’enorme progresso tecnico. Il potere l’ha risolto dando valore al profitto ed ignorando l’essere umano, però questa è una soluzione momentanea, non storica, perché si scontra quotidianamente con la salute e la sopravvivenza delle persone, per cui non avrà lunga durata.
Nei giorni di permanenza nell’ospedale, in totale 6 con 2 prima dell’operazione, ho avuto modo di ascoltare racconti di “mala-sanità” da parte degli ammalati e dei loro familiari. Le cause erano a volte l’incompetenza dei medici, altre la loro disumanità. Per cui mi sono fatto un’idea personale di questa situazione e penso che i medici si possano dividere in due categorie: “Bravo tecnico” e “Bravo medico”. Il medico molto preparato nel suo campo, però con scarsa sensibilità umana, simile al robòt, si può definire un “Bravo tecnico”, mentre il “Bravo medico”, secondo me, è quello che, oltre ad essere un bravo tecnico è anche molto umano ed altruista, cioè si preoccupa dell’ammalato in tutti i suoi aspetti, fa in modo che sia contento e che venga trattato bene da tutti, medici ed infermieri, accompagnandone la cura e la guarigione.
I medici che non hanno nessuna di queste due qualità, secondo me, farebbero meglio a cambiare mestiere, per il bene loro e dei pazienti. Nella società ci sono tantissimi mestieri e non tutti possiamo fare tutto. Io, per esempio, ho fatto 7-8 mestieri nella vita ma non sarei stato capace di fare né il medico né l’infermiere perché mi fa senso avere a che fare con il sangue. Questi sono mestieri che non si possono fare solo per i soldi, cioè per accumulare ricchezze oppure aspettando il
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giorno della paga, ma sono una specie di missione in cui ci vuole una buona dose di altruismo perché si svolge sul corpo umano di un essere sensibile e pensante. Non è come il meccanico, il muratore, l’impiegato oppure un qualsiasi mestiere che si svolge su cose e non mette in gioco direttamente la salute e la vita delle persone.
La società va malissimo, in tutti i settori, è in piena decadenza storica, per cui i lavoratori degli ospedali non possono fare miracoli. I sindacati ed i partiti hanno accettato di fatto la logica della privatizzazione e del profitto privato, per cui a dirigere gli ospedali oggi ci sono i cosiddetti manager dell’Asl (ovvero i “magnager” come vengono comunemente chiamati). Se il manager, in base alla logica del profitto aziendale, da cui è escluso il suo altissimo stipendio, dice che le persone operate devono essere dimesse entro pochi giorni, i medici del reparto dovrebbero obbedire. Questo concetto però è molto discutibile perché la ribellione del lavoratore è sempre stata indispensabile per poter far progredire la realtà.
C’è da tenere presente che il lavoratore nel 90-95% dei casi si ribella, insieme ai sindacati, per il rinnovo del contratto di lavoro, oppure quando è in pericolo il proprio posto di lavoro, cioè svolge una lotta egoista, massimo di categoria, al cui centro è il proprio salario o stipendio. Nel caso dell’ospedale la cura o non cura dell’ammalato è affidata alla capacità-bravura-altruismo del singolo medico o infermiere che, quando va bene, il paziente può considerarsi un fortunato e di aver vinto la lotteria di capodanno, ma quando va male, succede molto spesso, va incontro ad un peggioramento della salute ed anche alla morte. Il lavoratore incosciente se ne frega di tutto, è ultracondannabile, ma è fuori dal nostro ragionamento, in questo momento. Ma anche il comportamento del lavoratore cosciente ed onesto, sicuramente molto più rispettabile del precedente, è da discutere perché egli si sente responsabile soltanto di quello che fa lui, non di quello che avviene nell’ospedale, cioè risponde al principio: “faccio il mio dovere!” e finisce lì. Se gli ammalati vengono curati bene e ne escono guariti oppure no, questo è un problema che non lo riguarda, non solo per egoismo, ma anche perché si sente piccolo ed impotente di fronte ai problemi di un ospedale grande con migliaia e migliaia di lavoratori e di pazienti.
In questo ha ragione, però questo problema si può risolvere aggregandosi, cioè i lavoratori onesti ed altruisti si possono cercare tra di loro ed unirsi, come si dice: l’unione fa la forza! Ed è vero! La ribellione individuale-eroica non ha senso, dimostra molto coraggio da parte della persona, però non educa, non convince, né costruisce. Lo dico anche per esperienza personale di quando facevo gli scioperi da solo su circa 50 impiegati nella Banca Nazionale del Lavoro di Pescara dove ho lavorato dal 1960 al 1968. Il problema principale è proprio quello di creare coscienze collettiviste ed altruiste. Per cui colui che ha più convinzione, decisione ed abnegazione deve mettere tali qualità al servizio degli altri per organizzare ed aggregare, senza cercare lo scontro. Lo scontro con la direzione dell’ospedale prima o poi arriverà, è inevitabile, però più tardi arriva e meglio è per la preparazione del gruppo. Buttarsi allo sbaraglio è sbagliato, ed è uno spreco di forze preziose.
Il Partito Comunista Italiano ha organizzato, particolarmente all’inizio, le cellule all’interno dei posti di lavoro. Ha commesso tantissimi errori, a mio avviso, però questa concezione era corretta. Io credo che bisogna riprenderla, organizzando “Le cellule dell’Autogestione” all’interno di tutti i posti di lavoro, senza fare riferimento a nessun partito ma solo a se stessi. Nell’ospedale i lavoratori onesti-altruisti-ribelli, anche se pochi, si dovrebbero aggregare in questo modo.
Il potere del “magnager” e del Ministero della Sanità si può controbattere soltanto cercando di spostarlo dall’alto verso il basso, coinvolgendo tutti i lavoratori nella gestione collettiva dell’ospedale, combattendo il dispotismo e la disumanità della direzione, facendo l’interesse ed il bene dell’ammalato in tutti i suoi aspetti. Un simile processo porterebbe in prospettiva all’Autogestione dell’ospedale. Presa in sé e per sé sembra un’impresa impossibile ed irraggiungibile, ma se si tiene presente la crisi irreversibile degli ospedali, della società e dell’ambiente, tale prospettiva diventa necessaria. La cellula dell’Autogestione dell’ospedale serve ad inserirsi coscientemente in questo processo. La mia è una semplice opinione, non la soluzione!
27/03/08 Antonio Mucci