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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

anno 10
– numero 106 – Luglio 2010
www.ilsale.net
e-mail:
scriviailsale@libero.it
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Sommario
presentato da Tusio De Iuliis
firmato da Edoardo Puglielli
di Antonio Mucci
di Diderot
di Lucio Garofalo
presentato
da Mario Boyer
di Luciano Martocchia
di Aurelio Fabiani
presentato da Lia Didero
di Moreno De Sanctis
de “Il Sale”
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BANCHIERI D’ASSALTO
|
Nel frattempo, al fine di consentire alla mia banca di prosperare e
moltiplicare il denaro tramite il denaro potrei inventarmi tutta una
serie di prodotti sintetici del tipo subprime o cdo ad alto rischio, ben
impacchettati per nascondere ai clienti le eventuali fregature.
Supponiamo che così operando riuscissi ad accumulare svariati miliardi
di dollari mandando in rovina organismi pubblici e privati. Tutto
ciò fino al punto in cui qualcuno s'incazza seriamente perché a causa
mia cominciano a saltare i pilastri stessi del sistema che non regge
all’urto di tali manovre da casinò. Che faccio? Minaccio di chiudere i
battenti, di licenziare il personale, di far avvitare su se stessa la
contabilità mondiale. I politici allora, molti dei quali sono miei
sodali ed hanno approfittato della mia benevolenza durante i tempi di
vacche grasse, s’inventano un piano di risanamento e mi prestano altro
denaro per porre rimedio ai guasti che io stesso ho generato.
Restituisco qualcosa alle persone per mostrare la mia contrizione con
una partita di giro nella quale non faccio altro che dare con la
sinistra ciò che ho appena ricevuto con la destra. Tuttavia, i soldi che
lo Stato Pantalone mi presta sono tanti e l’abitudine inveterata ad
arraffarli fa riemergere in me le cattive inclinazioni. L’istinto non si
può reprimere e pertanto uso una parte di quel denaro per premiare i
miei manager d'assalto, veri uomini del caos che meritano un verde
rispetto in contanti. Citibank, Bank of America, Goldman Sachs, e Morgan
Stanley si sono appropriate, con questo ragionamento, di 20 mld di
dollari appena due settimane dopo lo stanziamento di 700 mld voluto dal
Presidente Obama per salvare gli istituti più grandi del sistema
bancario americano, in ossequio alla logica perversa del too big to
fail (troppo grandi per fallire).Ad ogni modo, una lezioncina esemplare,
nulla di vessatorio s'intende, ai banchieri felloni la si doveva pur
dare, più che altro per evitare che la gente si riversasse nelle
piazze a sfasciare la testa a tutti. Non qualcosa di realmente pesante
ma almeno un buffetto repentino come si fa con i bambini discoli che
hanno rubato la marmellata. Niente galera né persecuzioni ovviamente.
Pensiamo, vediamo, mediamo, abbindoliamo, ci siamo…abbiamo trovato:
commineremo una multa. E' così che Goldman Sachs se l’è cavata anche
questa volta sborsando 550 milioni di dollari per i danni immani causati
ai cittadini statunitensi. In cambio i truffatori legalizzati restano
tutti al loro posto e proseguono ad incassare super bonus. Questa è la
giustizia fatta su misura per chi comanda.
Mi sovvengono le parole di Bertolt Brecht: Cos'è lo svaligiare una banca
rispetto al fondarne una? |
Scritto da Gianni Petrosillo
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RAFFAELE CIRIELLO
Le sue origini
lucane sono da ricondurre al paese di Ginestra (PZ) dove è nato, paese
abbandonato a soli due anni quando con la famiglia si trasferì a Milano.
Laureato in medicina cominciò a fare il fotografo nei primi anni
Novanta.Raffaele Ciriello era un fotografo freelance specializzato nei reportage
di attualità. Aveva esordito con la fotografia sportiva, seguendo le edizioni
1991 e 1992 della Parigi- Dakar. Lì tra le sabbie del Sahara aveva trasformato
la passione in un autentico lavoro. E lì aveva scoperto l'Africa, la sua
travolgente vitalità e le sue tragedie. E' del 1993 la prima grande occasione di
avvicinarsi al fotoreportage di attualità: Raffaele è nella Somalia devastata
dalla siccità e dalla guerra civile, con i militari italiani della missione
“Restore Hope”. In Somalia riceve il suo battesimo del fuoco. Lì, compagno
dell'ultimo viaggio, ritrae insieme gli inviati della Rai Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin poco prima della barbara uccisione. Lì assiste all'inferno del check-
point Pasta. Postcards from Hell - Cartoline dall' Inferno- nome che dà al sito
internet che raccoglie il suo lavoro -sono le immagini che scatterà d'ora in
poi, e per tutti i nove anni successivi, nei luoghi dove si combatte e si muore,
con un riguardo speciale per le popolazioni subiscono i conflitti. In Rwanda, in
Sierra Leone, nella ex-Jugoslavia, in Albania, in Kossovo, in Eritrea, in Iran,
in Cecenia, in Afganistan. I suoi reportage dalle zone calde del mondo trovano
spazio sui maggiori giornali di tutto il mondo, dal Corriere della Sera al New
York Times.
L'Afganistan era il
suo “inferno” preferito.
Quello ribelle dei
mujaheddin e del Comandante Massoud, eroe della resistenza contro i russi.
Proprio il leggendario Leone del Panshir è protagonista di un incisivo
documentario girato da Raffaele e trasmesso dalla Rai nel 2001. Vi ci si reca
lungamente, più volte , anche con Maria Grazia Cutuli, l'inviata del Corriere
della Sera uccisa in Afganistan nel novembre 2001, tante volte compagna di
viaggio dall'Africa ai Balcani al Rwanda. Qui va dopo il crollo delle Torri
gemelle, coprendo per il Corriere della Sera il versante nord dell'avanzata
verso Kabul. Nel febbraio 2002 decide di tornare in Palestina, dove era già
stato nel ‘94. Sente come una lacuna professionale non esserci ancora tornato
dopo l'inizio della Seconda Intifada. Vuole scattare altre immagini a Gaza,
Hebron, Ramallah, per aggiornare il suo sito internet. Porta con sé anche una
piccola telecamera digitale, la sua ultima passione. E' con quella telecamera
che Raffaele Ciriello, a 42 anni, il 13 marzo 2002 filma a Ramallah il suo
ultimo reportage, la sua morte in diretta.Quella ripresa apre oggi il sito da
lui ideato, un commuovente omaggio al suo impegno di professionista
dell'immagine caduto sul campo.
Il 13 marzo 2002,
moriva a Ramallah il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello.
Io, purtroppo, ero
accanto a lui. Ad ucciderlo, come documentano le immagini che lui stesso ebbe la
sfortuna di realizzare in punto di morte - e che sono consultabili da tutti sul
sito web http://www.ciriello.com - è stata una raffica di mitra partita da un
blindato israeliano che gli si è improvvisamente parato contro, mentre Raffaele
stava svolgendo il suo lavoro: filmare e fotografare, come faceva da più di
dieci anni. La stessa perizia balistica, disposta dalla procura di Milano, ha
stabilito che ad uccidere Raffaele sono stati dei proiettili calibro 7,62 Nato,
del tipo in dotazione all'esercito israeliano. Giova ricordare che i proiettili
che hanno falciato Raffaele non sono in dotazione alla polizia palestinese, né
risulta che siano dotati di mitragliatrici i gruppi armati palestinesi che
sostengono l'Intifada.
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Ufficialmente, non
si sa ancora né perché, né chi l'ha ucciso Raffaele. Nulla si sa infatti
dell'inchiesta interna avviata dall'esercito israeliano sui fatti di Ramallah
del 13 marzo. E nessuna risposta è arrivata dalle autorità israeliane alla
richiesta di collaborazione avanzata in giugno dalla procura di Milano, che
chiedeva di identificare e poter interrogare, in qualità di persone «informate
sui fatti», i soldati componenti l'equipaggio del blindato che si vede nel video
di Raffaele. E' anzi molto probabile che l'inchiesta italiana venga alla fine
archiviata, perché il rifiuto israeliano sta vanificando il lavoro dei
magistrati. Ad aggravare la beffa, sono intervenuti poi due altri episodi. A
fine giugno, i soldati israeliani hanno fatto a pezzi e rimosso la lapide che
era stata posta all'incrocio di Ramallah, dove Raffaele è stato ucciso. E a fine
agosto un portavoce dell'esercito, anticipando in qualche modo le conclusione
dell'inchiesta interna dell'Idf (Israely Defence Forces), ha dichiarato che non
ci sono «né prove, né conoscenza che alcuna unità delle forze armate israeliane
abbia aperto il fuoco in direzione del fotografo italiano». Una dichiarazione
sconcertante, che nega l'evidenza dei fatti, filmati dallo stesso Raffaele prima
di crollare a terra, ucciso. Nell'ultimo fotogramma del suo video, infatti, si
nota chiaramente la scia bianca della raffica che parte dal blindato israeliano
e lo colpisce a morte. Ci vuole insomma un bella faccia tosta per sostenere che
la verità è un'altra. Ma tant'è è bastata questa falsa ricostruzione del
portavoce dell'esercito israeliano per autorizzare diversi mass media italiani -
Tg1 e Tg2 in testa - a «riaprire il caso» ed a rimettere in dubbio le
responsabilità israeliane in quello che improvvisamente è diventato «un
incidente». Salvo poi lasciar cadere la notizia, evitando qualsiasi inchiesta
approfondita sui fatti. Questo comportamento è francamente inammissibile. Non
era infatti mai successo che la morte tragica di un giornalista italiano venisse
dimenticata così in fretta. Per non urtare la «sensibilità» degli israeliani, si
è preferito chiudere un occhio e tacere, per un intero anno, accontentandosi
della loro versione palesemente falsa, invece che indagare, scrivere e
protestare, com'era doveroso. E non è tutto. Anche il governo italiano ha fatto
la sua parte in questa vergognosa commedia. Non era mai successo che le nostre
autorità adottassero un così basso profilo nei confronti di un Paese amico,
Israele, per chieder conto - come sarebbe legittimo - dell'uccisione di un
cittadino italiano. Non a caso, nessuno da Palazzo Chigi o dalla Farnesina ha
mai replicato alle dichiarazioni dell'ambasciatore israeliano Ehud Gold, secondo
cui il caso Ciriello «ormai è chiuso». Né mai è stata sollecitata una maggiore
collaborazione da parte del governo di Tel Aviv, così come ad esempio viene
sollecitata, costantemente e vigorosamente, la collaborazione delle autorità
afghane nell'inchiesta sulla morte di Maria Grazia Cutuli. Insomma, viene il
sospetto che Israele goda di una speciale «impunità» e che le eventuali
sbavature del suo esercito, l'uso cioè eccessivo oppure illegittimo della forza,
non possano essere né criticate né tantomeno perseguite penalmente. Prova ne è
l'ultimo bilancio di Reporters Sans Frontieres:. dal settembre 2000, data
d'inizio della seconda Intifada, nei territori occupati sono stati uccisi 3
giornalisti e più di 60 sono stati feriti, vittime quasi sempre del fuoco
israeliano; ma in nessun caso ci sono state sanzioni o provvedimenti per i
soldati di Tsahal che avevano aperto il fuoco. Tutto ciò aggiunge al dolore per
la perdita di Raffaele un'amarezza profonda, che è cresciuta giorno dopo giorno,
mese dopo mese. E che mi spinge oggi a scrivere, non solo per onorare la memoria
di un collega e di un amico, ma anche per chiedere che sia finalmente
ristabilita la verità, tutta la verità, su quanto è accaduto a Ramallah il 13
marzo 2002.
E' ora di spezzare
l'ignobile cortina di silenzio che avvolge questo «caso».
Ed è tempo
soprattutto di fare giustizia.
(
Presentato da Tusio De Iuliis )
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(...continua dal numero precedente)
Le sorgenti della
marginalità sociale
L’elemento storico nelle cose non è che
l’espressione
della sofferenza passata.
T. W. Adorno
Il temuto e più volte
annunciato collasso demografico puntuale si è registrato. Conseguenza diretta
della «shockterapia». L’Aquila prima del 6 aprile 2009 era una città già in
crisi, con una significativa perdita di posti di lavoro. Una città di circa
100mila abitanti; 73mila circa i residenti, 25mila idomiciliati. All’aprile 2010
sono quasi 30mila gli abitanti 20: circa 43mila sono quelli che mancano
all’appello. Tra questi ultimi ci sono: sia i primi esclusi da qualunque tipo di
alternativa21; sia coloro che, avendo visto scomparire definitivamente
all’orizzonte la ricostruzione, hanno deciso di non tornare più. D’altronde è lo
stesso Decreto Abruzzo ad incentivare allo spopolamento ed al trasferimento: la
legge offre ai terremotati un semplice risarcimento individuale, che essi
potranno utilizzare per ricostruire la propria abitazione dove meglio credono.
L’opposto di quanto accaduto in Umbria e Marche dopo il terremoto del 1997,
quando furono istituiti consorzi obbligatori tra i proprietari delle unità
immobiliari, per garantire una ricostruzione integrale. Con la soluzione
individuale anziché collettiva
qualcuno
preferirà intascare i soldi del risarcimento e andare via, per ricostruire in
periferia o trasferirsi in altra città. I proprietari di seconde case
(finanziati all’80%) potranno decidere di non ricostruire, o non avere i soldi
per farlo: «così l’inviolabile diritto alla proprietà viene risarcito, ma
sparisce il diritto a ricostruire la comunità»22.
Gli scenari previsti non sono
di certo dei migliori: «con il tempo, senza fretta, si ricostruirà [la città con
il suo centro storico] – dopo che si saràrassegnato chi non sarà potuto
rientrare. Non tutti si ricostruirà, non per
tutti, magari non per farci vivere la gente ma piuttosto per ‘dar vita’ a
una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla
possibilità di ammirare come era una città preziosa prima del terremoto, prima
del miracolo tutto italiano delle new town»23. Nelle new town, invece, lontano
dalla città, una volta portate le basilari opere di urbanizzazione il resto
verrà da sé: la città, ha affermato Manuele Bonaccorsi24, si espanderà «fino a
raggiungere il complesso edilizio esterno, sfruttando i vantaggi economici
procurati dalla prima ‘colonia’ di cemento»25. Anche per coloro temporaneamente
assegnati negli appartamenti delle new town del progetto C.a.s.e., sarà la
soluzione individuale ed antisociale applicata in «emergenza» a definire la
futura condizione socio-esistenziale: «alla maniacale cura degli interni
(‘saranno poi presenti tutti i comfort: dagli elettrodomestici, come il
televisore a schermo LCD, la lavatrice, la lavastoviglie, il forno elettrico e
il frigorifero con congelatore, a componenti d’arredo quali divani e poltrone in
tessuto o ecopelle e tende colorate’) corrisponde la totale assenza di servizi
collettivi. L’accento è posto esclusivamente sulla casa, piuttosto che sulla
città, sul bisogno individuale che prevale e annulla le esigenze della
collettività e i valori sociali. Da alcuni millenni, il significato dell’abitare
non può essere ridotto alla pur ineludibile necessità di un tetto sulla testa.
Un gruppo di C.a.s.e. non potrà mai diventare una città se pensato per sopperire
esclusivamente ad esigenze funzionali individuali, senza alcun riferimento al
contesto territoriale e sociale, ed anzi, per certi versi, in contrasto con
essi»26. In questo quadro, sviluppare nuove pratiche di inclusione, integrazione
e partecipazione alla vita collettiva significa innanzitutto porre
immediatamente al centro dell’attenzione i potenziali rischi di marginalità
sociale
già presenti ed affrontarli. Se «essere marginali può significare essere esclusi
dai processi economico-produttivi di un data società», oppure «essere esclusi
dai valori socio-culturali di questa società»27, una delle categorie più esposta
a rischioè rappresentata innanzitutto dagli anziani. In una società come la
nostra, dominata dal culto del prestigio sociale e dal mito della produttività,
l’anziano, soprattutto se inattivo, viene normalmente relegato in un triste
limbo. Se a ciò si accompagneranno il senso di sradicamento, il disagio
economico, le malattie e le carenze dell’organizzazione sanitaria, la situazione
si farà ancor più grave. Allo stato attuale, la solitudine determinatasi con la
frammentazione sociale resta il problema principale: «viviamo in una società che
propone con forza [...] il mito sfrenato dell’individualismo, che sta
distruggendo la capacità di una crescita intergenerazionale, chiudendo ogni
classe d’età tra i propri coetanei, negando valore allo scambio di conoscenze e
di aiuto reciproco» 28. Inoltre, la tendenza psicologica alla rimozione
dell’evento provocherà rinunce a
comunicare
l’esperienza stessa: «l’evento esce dall’attualità e non è più raccontabile in
quanto la comunicazione richiederebbe dolorose
rivisitazioni.
I ricordi vengono celebrati in una cerchia ristretta, quasi senza parole, a
motti sublimati in silenziosi abbracci tra coloro che si sono incrociati da
protagonisti in quei giorni e in quei luoghi. I bambini [diventeranno] adulti, e
soprattutto non [faranno] domande, non [avranno] curiosità di sapere»29. Non a
caso, per l’educazione il tema della memoria è il tema dell’identità, del
disvelamento che riattualizza il passato stabilendo il senso della propria
continuità nel tempo e nello spazio. Un tramonto della memoria potrebbe
quindi rappresentare la fine stessa di ogni educazione, del bisogno
antropologico di essere raccolti e reinterpretati, rivissuti e reincarnati da
chi ci sopravvive. Il ricordo, ha scritto Duccio Demetrio, restituendoci il
ruolo di protagonisti del nostro apprendimento, «è ciò che di più nostro, nella
povertà o nel benessere, si possa possedere»30. Al contrario, la svalutazione
delle memorie «depriva i figli non soltanto di metodi e modelli di
autoidentificazione (la memoria infatti è una rete di narrazioni che ci
difendono e chi hanno difeso dimostrandoci che avevamo una storia,
appartenevamo
ad una trama), ma ne compromette l’adultità futura»31.
Preoccupanti e manifesti sono anche i rischi di marginalità sociale
direttamente riconducibili all’improvvisa esclusione dai processi
economico-produttivi: «ogni giorno, nelle nostre sedi riceviamo persone
disperate perché senza lavoro», hanno riferito i dirigenti della Camera del
Lavoro provinciale. Il campo delle emarginazioni va evidentemente allargandosi
anche verso ceti o situazioni fino a ieri in qualche modo protette o tutelate;
la complessità delle risorse, i nuovi profitti, anziché valorizzare le
potenzialità umane e del territorio sembrano invece creare nuove povertà. E se a
livello sociale la nuova povertà produrrà condizioni di vita disagiate o ai
limiti della sopravvivenza per disoccupati e cassintegrati, per anziani soli,
per i diversamente abili e le loro famiglie, dal punto di vista territoriale,
segnala Simonetta Ulivieri, «le aree maggiormente a rischio sono rappresentate
da zone abitative urbane progettate senza verde e senza luoghi educativi,
associativi e ricreativi; quartieri ghetto [...]; zone montane o comunque
improduttive»32. Nel nostro caso i due aspetti si combinano.
Nel solo 2009 sono circa
25mila i posti di lavoro persi in tutto l’Abruzzo: il dato più alto d’Italia33;
circa 5.600 sono i posti di lavoro cancellati a L’Aquila e provincia. Sempre nel
2009, con 34milioni di ore, l’Abruzzo è la terza regione del Paese per
incremento di cassa integrazione (+440% contro la media nazionale del +311%);
del totale, 7 milioni di ore riguardano solo L’Aquila. Da segnalare che in
questi dati non sono comprese le crisi dei liberi professionisti e in generale
del lavoro autonomo. Passando al primotrimestre del 2010, nel cratere del sisma
le ore totali di cassa integrazione sono aumentate del 423,4% rispetto allo
stesso periodo dell’anno precedente. In particolare, sono state utilizzate
1.190.074 ore di cui ben 741.260 (circa il 70%) nel settore dei servizi; circa
8.000 sarebbero attualmente i lavoratori cassintegrati nel cratere34. Bisogna
anche ricordare che nella costruzione delle stesse new town del progetto
C.a.s.e. hanno lavorato meno del 20% di operai edili abruzzesi, riducendo così
gli utili che potevano rimanere alla popolazione del territorio; più dell’80%
degli operai impiegati nei cantieri sono arrivati direttamente con le ditte
fuori sede vincitrici degli appalti. «La collettività, con ridotti vantaggi per
se stessa in termini di ricadute occupazionali locali, ha dato ad alcuni
imprenditori una bella cifra. Ma la cosa più interessante è
che
la cifra si è maturata in soli 5 mesi e che è saldata in tempi ridottissimial
contrario con quanto avviene (ed in questi ultimi anni è notevolmente
peggiorata) con le pubbliche amministrazioni. Una vera manna»35. Una triste
consonanza, questa, con la «shockterapia»
7
applicata per la
ricostruzione di New Orleans distrutta dall’uragano Katrina nel 2005,
ricostruzione contrassegnata dall’«avversione degli appaltatori ad assumere
abitanti del luogo che potevano aver visto la ricostruzione di New Orleans non
solo come un lavoro, ma come parte di un processo di riqualificazione e
consolidamento delle loro comunità. Washington avrebbe potuto facilmente imporre
come condizione per ogni appalto relativo a Katrina che le aziende assumessero
abitanti della zona con salari decenti per aiutarli a rimettere in senso le loro
vite. Invece [...], dovettero restare a guardare mentre gli appaltatori creavano
un boom economico basato su soldi facili dai contribuenti e regolamenti
elastici»36. Costretti alla passività e all’assistenzialismo, buona parte dei
lavoratori autoctoni ha vissuto fin da subito quella condizione descritta da
Zygmunt Bauman tipica di coloro considerati «in sovrannumero», «privi di uno
status sociale definito, considerati eccedenti dal punto di vista della
produzione». Come da copione, quando la tragedia è diventata spettacolo per i
media l’opinione pubblica li ha perfino trattati alla stregua di «scrocconi e
intrusi», accusati «di pretese ingiustificate o d’indolenza», «di nutrirsi del
corpo della società come fanno i parassiti»37. Nelle parole di Antonello
Ciccozzi38: Il terremotato: ormai siamo una categoria marginale, elementi di
bassa umanità, descritti come ‘esasperati che non ragionano’ dai massmedia, come
privi di ‘lucidità’ da certi politici, animalizzati attraverso mesi di tendopoli
e rappresentazioni massmediatiche che cercano solo la lacrima o l’urlo,
preparati alla domesticazione del ‘grazie’ incondizionato sotto la minaccia di
esser tacciati di ingratitudine. L’Italia intollerante ci insulta come insulta
altre minoranze, in un bestiario neorazzista in cui iniziamo ad accorgerci di
essere stati annessi, come disperati di lusso, ma pur sempre disperati [...]. Il
male ricevuto è segno di colpa, è
la
forza primitiva di un universale archetipo espiatorio, che cova sotto le moine
solidaristiche di qualsiasi civiltà39.
La
deregolamentazione del mercato del lavoro di certo non giova alle vittime della
nuova disoccupazione, provocando soprattutto «stress, inade- guatezza, rinuncia,
autoemarginazione da parte di chi non riesce a riciclarsi secondo le richieste
del mercato»40. In altri termini, come ha spiegato Paolo Orefice, «non è
difficile rendersi conto che se ad una persona si lasciano intravedere più
possibilità di realizzazione nei diversi campi della vita e quindi le si
consente di alimentare il campo delle aspirazioni, ma poi queste aspettative
vengono regolarmente frustrate nella realtà, è evidente che si finisce con
l’estendere il fenomeno dell’emarginazione. È il caso delle nuove povertà
generate dalla società contemporanea. Si tratta fondamentalmente del tradimento
di quei più maturi diritti umani che esse stesse hanno fatto nascere ed
alimentato tutte le volte che non riescono a garantirne a soddisfacimento»41. Ad
un anno del sisma c’è quindi un altro terremoto, un terremoto «che nessuno
racconta». Un terremoto nascosto sotto le macerie dei crolli, «disperso nel caos
di una città senza più punti di riferimento, affogato nell’incertezza di una
vita precaria». È il terremoto dei nuovi poveri. «Per rendersene conto [...]
bisogna andare nei luoghi dove la gente non si mette in mostra. Dove chiedere un
pasto caldo diventa una vergogna perché è difficile accettare l’idea di aver
perso tutto, persino la possibilità di entrare in un negozio a comprare un pezzo
di pane o un pacco di pasta». Le testimonianze recentemente raccolte da Giustino
Parisse, giornalista di un periodico regionale, descrivono efficacemente chi
sono nel cratere i nuovi marginali: Oggi all’Aquila i poveri non sono solo
quelli che chiedono l’elemosina. Ma sono soprattutto coloro che prima del sei
aprile 2009 vivevano in maniera dignitosa e che oggi non hanno nemmeno da
mangiare. È il caso di una coppia di commercianti aquilani: locale in centro
storico distrutto, lontani ancora dalla pensione, per mesi dispersi in un
albergo della costa, poi il ritorno a L’Aquila in uno degli alloggi del progetto
C.a.s.e. e la traumatica scoperta di non avere più nulla. Un giorno si sono
presentati alla mensa dei poveri: con discrezione hanno chiesto se potevano
avere un aiuto. Si sono vergognati di sedere a tavola con gli altri diseredati e
hanno preso un pacco-viveri, se ne sono tornati nella casa provvisoria e hanno
consumato il loro triste pasto. E così anche nei giorni a seguire. Oppure c’è il
caso di un padre separato, spinto a mendicare un piatto di pasta perché con il
suo reddito da artigiano che, dopo il sisma, si è fatto più magro, riesce
malapena a pagare la cifra stabilita dal giudice per sostenere
l’ex-moglie e i figli. Per andare avanti e pagarsi almeno la benzina alla
macchina deve risparmiare su tutto,
persino
sul pranzo quotidiano. Ci sono situazioni che sembrano tratte più da una fiction
che dalla realtà. Un rappresentante di commercio, una settimana dopo il
terremoto è stato licenziato dalla sua ditta che addirittura voleva addebitargli
le fatture del materiale fornito ai clienti,
materiale
finito sotto le macerie dei negozi del centro storico. Quando chiede aiuto
confessa amaramente: «Non ho mai chiesto a mia moglie di lavorare, perché
bastava quello che guadagnavo io, ora senza lavoro mi vergogno persino di
guardare i miei figli» Eppure, le esperienze delle gestioni dei precedenti
post-terremoti avevano lasciato importanti e significative tracce. L’Aquila ha
fatto eccezione. Il progetto C.a.s.e. mescolando emergenza e ricostruzione «crea
una situazione malata», che sembra volta soprattutto «a stupire con promesse
capaci di vincere le ragioni del tempo e dello spazio»: tornando a «vecchi
accentramenti di potere», ciò che sembrava superato per sempre dopo l’esperienza
del Friuli (1976) e dell’Umbria (1997)43. «Vecchi accentramenti di potere» che
inevitabilmente impongono di mantenere alta la guardia poiché rendono il
problema dell’emarginazione più che mai aperto. Coma ha spiegato Humberto
Maturana, le relazioni di potere e di obbedienza e le relazioni gerarchiche non
sono relazioni sociali; il potere non è qualcosa che possiede una persona o
un’altra, «è una
relazione
nella quale si concede qualcosa a qualcuno attraverso l’obbedienza». Il potere
insorge con l’obbedienza e l’obbedienza costituisce il potere come reciproca
negazione: «chi obbedisce nega se stesso, perché per evitare o ottenere qualcosa
fa ciò che non vuole su richiesta dell’altro [...]. Chi comanda nega l’altro e
se stesso, perché non trova nell’altro unaltro legittimo nella convivenza. Nega
se stesso perché giustifica la legittimità dell’obbedienza dell’altro con la
propria sopravvalutazione e nega l’altro perché giustifica la legittimità
dell’obbedienza con l’inferiorità dell’altro»44. La diversità, dunque, ha
origine sociale, e si basa sul lavoro, sul reddito, sulla ricchezza,
sull’appartenenza ad una certa cultura. Viceversa, il processo emarginativo
espresso verso la diversità è da attribuirsi all’insieme
dei
pregiudizi che quella dimensione scatena soprattutto in chi teme la diversità,
temendo di esserne sopraffatto e colpito; spesso e volentieri «sono soprattutto
gli individui o i gruppi socialmente ed economicamente più insicuri a temere la
diversità, proprio perché, essendole più prossimi, tendono a rimuoverla da sé
con atti eclatanti di rifiuto e di violenza»45. La società occidentale, com’è
noto, è strutturata in forme di competitività che generano divisione,
gerarchizzazione, emarginazione, e questo fa sì che il successo individuale
tenda a misurarsi attraverso l’adeguamento, l’identificazione con un modello
idealizzato di perfezione. L’«educazione nel cratere» dovrà innanzitutto saper
opporre «resistenza» a questa ideologia. Come affermato in altra sede,
«l’assenza della centralità del ruolo dell’educazione in un qualsivoglia
progetto socio-politico di costruzione o ricostruzione porta inevitabilmente
alla disgregazione sociale e all’emarginazione, all’assenza di comunità»46; ciò
vuol dire che nel processo di ricomposizione del tessuto sociale e connettivo
devono trovar fondamento le prassi educative di resistenza ai processi di
isolamento, esclusione, emarginazione. «A questi problemi come può rispondere la
cultura occidentale progressiva? In primo luogo» – sostiene Simonetta Ulivieri –
«ridando valore proposito al laicismo come nuovo umanesimo, ovvero come
liberazione dell’umanità da ogni clericalismo o ideologia totalitaria,
sviluppando nel contempo il principio della solidarietà [...]. A livello
pedagogico queste nuove problematiche trovano risposta in una formazione delle
nuove generazioni, né dogmatica, né autoritaria, ma aperta
a
comprende la dinamicità, la problematicità, la complessità e l’ambivalenza dei
tempi presenti»47.
Edoardo Puglielli - maggio 2010 (continua nel prossimo numero)
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IL
REALE ED
IL VIRTUALE!
Ci è stato detto
che Il Sale è inutile farlo in quanto “il giornale è una forma di comunicazione
superata” perché oramai c’è Internet. Indubbiamente è una osservazione come
un’altra, degna di rispetto, però mi sembra troppo drastica e sbrigativa, quindi
superficiale. La realtà ha tante
facce, e va vista nell’insieme. Per cui non condivido l’affermazione per i
seguenti motivi:
1)
Internet non arriva minimamente a livello di massa, è solo la classe
intellettuale a servirsene. Il che è importante ma certamente non è tutto.
2)
La lettura e la ricerca di articoli su Internet è scomoda e difficoltosa.
3)
Il giornale stampato ha il vantaggio di essere una selezione già fatta e
concentrata in base ad un indirizzo politico-ideale.
4)
Su
Internet c’è anche moltissima zavorra.
5)
I giornali quotidiani sono quasi tutti in crisi. Questo è vero! Il
Corriere della Sera nel mese di marzo ha venduto il 13% in meno rispetto al
marzo del 2009. Ma questo è un problema politico in quanto dipende dal fatto che
in genere dicono stupidaggini, sono qualitativamente in ribasso, la classe
intellettuale-politica ha perso credibilità nei confronti dei lettori. Ciò non
dipende dalla forma giornale, avrebbero avuto lo stesso risultato su Internet
con i giornali “online”. La qualità-schifezza sarebbe uguale. Parlo di
“schifezza morale” non letteraria, nel senso di essere immorali, servili e
banderuoli. Sono questi comportamenti che decidono il contenuto degli articoli.
Di conseguenza “la schifezza” è morale.
6)
Quindi ciò che è decisivo non è la scelta tra forma giornale e forma
Internet ma la qualità ed il contenuto delle due forme. Queste non si combattono
tra loro né si fanno concorrenza, ma si sommano in funzione dell’obiettivo
ideologico che si vuole perseguire.
7)
Il potere si serve di tutti e due i mezzi, a seconda di come e quando gli
fa comodo. Non pensa di abolire la carta stampata perché penetra in settori
della massa irraggiungibili da Internet, che rimane pur sempre lo strumento di
una minoranza.
8)
Abbandonare la forma giornale per immergersi in Internet, secondo me,
sarebbe sbagliato ed assurdo. Esprimerebbe soltanto una infatuazione
insensata di questo strumento ed una sua sopravvalutazione.
9)
L’Italia è piena di
giornali. Si possono cominciare a citare quelli dell’estrema sinistra, di cui Il
Sale fa parte, come Umanità Nova, ARivista anarchica, Falce e Martello, Il
Programma Comunista, Lotta Comunista, La Freccia di Teramo, Il Trabbocchetto del
centro sociale di San Vito, ecc. ecc. Si potrebbe aggiungere un numero infinito
di giornali prodotti da piccoli gruppi, associazioni, centri sociali. A questi
se ne possono aggiungere tantissimi altri emessi da piccole e medie
organizzazioni, nonché da partiti e sindacati ecc. ecc.
Per cui, come si può dire che “il giornale è una forma di comunicazione
superata?” Evidentemente è sbagliato!
Personalmente nei
confronti di Internet mi trovo nella sensazione opposta dell’infatuazione,
ho una specie di rigetto. Penso che ci sono da risolvere i problemi
elementari di sopravvivenza di
miliardi di persone e quindi si dovrebbero indirizzare la scienza e gli
investimenti verso la loro soluzione, invece di dedicarsi a scoprire nuovi mezzi
di comunicazione. Per questo motivo la mia prima reazione di fronte ad una nuova
scoperta è quella istintiva di rifiutarla. Penso che sia la reazione giusta!
Però il mondo non lo faccio io, quindi cerco di adeguarmi ragionando.
Oggi i Mass Media
fanno il canto di Facebook, presentandolo come la soluzione per tutti i
problemi. In realtà questo non è altro che un mezzo di comunicazione, uno dei
tantissimi, come il telefono, la radio, la posta cartacea, l’editoria, la
televisione, il cinema, ecc. Indubbiamente in nessuna epoca della storia ci sono
stati così tanti mezzi di comunicazione. Eppure non c’è mai stata tanta
incomunicabilità e solitudine: vicini di casa che nemmeno si conoscono né si
salutano….. Non si interessano l’uno dell’altro. Terribile! Ognuno preso da sé!
Non esiste un mezzo tecnico di comunicazione che potrà mai risolvere questo
problema perchè è dentro la persona, non è materiale, riguarda lo stato d’animo
interiore.
9
Una volta, ed ancora
oggi, giustamente, si criticano le
persone che fanno i pettegolezzi, particolarmente “le comari”. Io penso che
questa figura sociale sia stata esageratamente e volutamente denigrata. Secondo
me non erano così “cattive” e, tutto sommato, svolgevano un ruolo
positivo-costruttivo. Anche la sociologia definisce il pettegolezzo come
“controllo sociale”. Il fatto in sé, dicendo cose a volte giuste ed a volte
sbagliate, del resto come tutte le persone, dimostra una preoccupazione umana.
Per questo motivo, “le comari” erano migliori degli psicologi di oggi nel curare
le persone. Alla base del rapporto psicologo-paziente c’è il denaro e quindi un
rapporto mercificato-alienato. Per cui non può riprodurre altro che persone
basate su questi valori. Dicono che il paziente è guarito quando è diventato un
egoista coerente-freddo-calcolatore, purificato di ogni istinto altruista. Tutto
questo in psicologia viene qualificato come “sano egoismo”. Assurdo!
Il pettegolezzo, comunque sia, esprime
sempre un interessamento-altruista. Per questo motivo l’indifferenza di oggi la
considero peggiore. Naturalmente
non dico di tornare al pettegolezzo, ma nemmeno di rimanere al livello
dell’indifferenza. Oggi, in generale, la gente fa una vita vuota, chiusa in se
stessa, non si interessa degli altri…..che cosa può comunicare? Niente! Anzi
entra in difficoltà quando deve farlo. Questo tipo di persone è l’ideale per il
potere, non certamente per fare una società umanitaria. Facebook, i video-giochi
e tutte le cose del genere sono forme di comunicazione e di intrattenimento
irreali che spingono la persona ad autoisolarsi.
Anche il nostro
giornale ha aperto una pagina di Facebook. I benefici sono stati minimi, quasi
zero. Comunque Il Sale si è guadagnato la sua piccolissima autorità attraverso
10 anni di intervento pubblico e non virtuale, con un giornale reale. Secondo me
si deve continuare principalmente su questa strada.
La realtà si è
sempre cambiata attraverso la lotta di classe nelle piazze, le strade, i posti
di lavoro, per l’affermazione di una società libera e giusta. Questi nuovi mezzi
di comunicazione non potranno mai sostituire lo scontro violento, in atto tutti
i giorni, tra la classe sfruttata e quella sfruttatrice. La rivoluzione rimane
sempre “la locomotiva della storia”. Inoltre bisogna stare molto attenti a
questi mezzi perché sono super controllati dal potere
Un buon uso di
Facebook è stato fatto dal “Movimento viola” che, in forma autogestita ha
organizzato il “No Berlusconi day” il 5-12-09, cioè una manifestazione di
protesta contro Berlusconi a Roma; la stessa cosa si può dire dello sciopero
degli immigrati, effettuato il 1° marzo, lanciato da un gruppo di 4 donne ed
appoggiato da decine di migliaia di persone. Sono state lotte spontanee molto
importanti promosse al di fuori e contro i partiti ed i sindacati che, però, nel
momento in cui escono dal virtuale per entrare nel
reale si disperdono e si disintegrano. Secondo me ciò è dovuto
a due fattori: 1) non hanno strutture organizzative reali; 2) Sono
movimenti organizzati intorno ad un unico problema, quando si esce da quel
problema le divergenze logicamente sono tantissime e tutto crolla. Ci si trova
con una quantità enorme di persone, decine e centinaia di migliaia, senza la
qualità necessaria, con una grande responsabilità addosso, senza la pazienza di
cercare una soluzione del problema, per cui si fa la cosa più semplice ma meno
costruttiva: dissolversi, ognuno se ne va per conto suo.
Io penso che bisogna
creare prima la qualità e poi viene una quantità qualificata. Innanzitutto non
si può creare un movimento intorno ad un unico problema quando i problemi sono
tantissimi, migliaia, né tanto meno si può pensare di risolverli uno alla volta
quando sono tutti collegati tra di loro ed interdipendenti, per di più diretti
ed imposti da una unica regia, che è il potere. Per questo motivo si dovrebbe
tornare a reimpostare movimenti tipo quelli del ’68 e del ‘77 che abbracciavano
e condannavano tutta la società ed il sistema prefigurandone una nuova. Per fare
questo bisogna ricorrere ai vecchi ed insostituibili metodi reali della lotta di
classe come l’assemblearismo di base, la partecipazione, gli organismi di base,
la democrazia diretta e l’autogestione. La comunicazione è un mezzo per
raggiungere questi obiettivi.La cosa importante è la finalità non il mezzo.
Antonio Mucci
10
![]()
La pagina di Diderot
L’asfittico dibattito culturale
pescarese
Vi chiederete infine perché la parola cultura
sembra essere troppo grande per
Pescara? Quando un quotidiano locale dedica
pagina intere ai soli rappresentanti del potere locale tralasciando tutte
le altre iniziative relegate ai ruoli di Carneadi
e oscurando la città di
Pescara tutte le iniziative che non
giovano alla visibilità del sindaco, dell’assessore, il quale viene invitato per
puro scopo rappresentativo, per ottenere, per l’appunto, lo spazio adeguato sul
giornale. Succede questo perché Pescara è troppo “piccola” per la cultura. Qui,
a Pescara non esistono più sale
cinematografiche adeguate:
a il Massimo relegato ai ruoli di rassegne cinefile
( quando ci sono) e persino
il Premio Flaiano ogni anno viene messo in dubbio dalla solita querelle tra gli
organizzatori e i maggiorenti politici avari di contribuzioni,
In compenso tra Montesilvano, Chieti e Spoltore vi sono tre gigantesche
multisale, affollatissime d’inverno, desolatamente vuote i giorni feriali,
soprattutto estivi, cosicchè se vai al cinema in periodo morto rischi di
trovarti solo e sperduto in una sala tristemente vuota e desolata.
Ma in quale città viviamo?
Quella città che abbattè il Teatro Pomponi
per farci un parcheggio, Pescara che
tante speranze suscitava in chi ci viveva e in chi ci venne a vivere
qualche anno più tardi non c’è più.
E non c’è più perché non ha saputo darsi un progetto. Non c’è più perché non c’è
stata e non c’è una classe dirigente adeguata e la politica, forse, non c’è mai
stata. Oggi meno che mai. Lo si vede nella gestione delle risorse pubbliche
destinate alla cultura dove la mancanza di visione e, appunto di progetto, ha
portato, progressivamente, questa città ad essere totalmente marginale, assente
o meglio inesistente, dal dibattito culturale nazionale. Pescara poteva essere e
non è stata. Non è. Una città di sole case caoticamente sparpagliate da passati
piani regolatori scritti dai palazzinari, una città che ha visto fallire
tutta l’economia dei piccoli commercianti ed artigiani a vantaggio dei
centri commerciali, una città che abbatte i palazzi storici per costruire
al loro posto informi casermoni. E
dove il mare non c’è più : è stato cannibalizzato dagli ingordi gestori balneari
che l’hanno recintato, vilipeso,
dove lavorano solo d’estate
realizzando lauti guadagni che permettono poi di campare tutto l’inverno,
ovviamente salassando l’utenza con prezzi spropositati. E’ finito il
pendolarismo balneare che vedeva Pescara
in anni passati meta
di turisti dei paesi della provincia, che affollavano le spiagge libere, ora
scomparse o colme di rifiuti e sporcizia. In fondo era il riconoscimento
di supremazia anche culturale che che essi pagavano alla più grande città
abruzzese. Pescara che all’inizio del secolo abbatte i bastioni della fortezza
per ricavarne pietre per costruire la Cattedrale di S. Cetteo,
è l’unica città italiana che non ha più una memoria storica, non ha
vestigia, in fondo era una città a confine tra il Regno delle due Sicilie e lo
Stato della Chiesa. Di Pescara multietnica non ne parliamo ! Una città dove è
radicato un profondo razzismo, dove la neo amministrazione comunale ha tolto le
panchine in Piazza S. Cuore per far sloggiare gli extra comunitari, dove i
vigili urbani vanno a multare gli artisti di strada che s’esibiscono in Corso
Umberto perché danno fastidio ai
negozianti. Ogni tanto qualche sprazzo di cultura si nota, un’eccezione lodevole
infatti va rimarcata per la Libreria Edison che ha costruito un buon palinsesto
di presentazioni librarie in piazza Salotto, ma sono episodi sporadici.
Diderot
11
Emergenze locali e
prospettive future
Non si può più ignorare che
la società irpina stia accusando gravi disagi derivanti da una serie di
emergenze locali, a cominciare da una inarrestabile riduzione demografica che
provoca un invecchiamento progressivo dei nostri paesi, tranne rare ed isolate
eccezioni che procedono in controtendenza grazie al flusso di lavoratori
forestieri ed immigrati.Parallelamente al calo demografico, negli ultimi anni si
è manifestato un drammatico fenomeno di “spaesamento”, cioè di
atomizzazione sociale dei nostri paesi, che è la conseguenza più atroce ed
assurda di una modernizzazione selvaggia che ha innescato un processo di
imbarbarimento e mercificazione dei rapporti umani, improntati ad un disvalore
dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita
imposto alle giovani generazioni. In tal modo, quelle che erano comunità a
misura d’uomo, compatte e solidali per natura e necessità, negli ultimi anni
hanno assunto un aspetto sempre più disumano e desolante. Spaesamento e
spopolamento crescente sono due tendenze negative che hanno inciso e pesato
sulla storia recente delle nostre zone. Inoltre, negli ultimi anni si sono
aggravate altre situazioni critiche, come la questione ambientale, quella
sanitaria e quella scolastica. Tali emergenze si intrecciano e si inquadrano in
un contesto più ampio di deriva antidemocratica del tessuto civile, un
processo involutivo favorito dalla recessione economica internazionale, i cui
effetti più dolorosi si ripercuotono sulle aree depresse del
Mezzogiorno, inclusa la nostra provincia. Diversi indicatori segnalano un
impoverimento crescente del tenore di vita delle famiglie colpite dalla povertà
e dalla precarietà materiale nelle nostre zone. L'Istat rivela che il 22% della
popolazione meridionale giace sotto la soglia di povertà. In Irpinia la
percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 20%. Ma la piaga più
dolorosa che offende l’Irpinia è la disoccupazione, la mancanza di speranze e
prospettive per l'avvenire dei giovani. La disoccupazione è una vera
tragedia collettiva in quanto produce effetti di emarginazione, genera contrasti
laceranti che squarciano e indeboliscono il tessuto della convivenza civile,
esponendo i soggetti più deboli e indifesi al ricatto clientelare e riducendo
gli spazi di libertà, legalità e agibilità democratica. Il
tasso della disoccupazione si aggira intorno al 52%. Ciò significa che in
provincia di Avellino almeno un giovane su due è disoccupato. Inoltre, il numero
dei disoccupati oltre la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Assai elevato
è anche il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che nutrono pochissime
speranze di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo in Irpinia si
diffondono in misura crescente i rapporti di lavoro precari, a nero o a grigio,
specie nella fascia di giovani alla prima occupazione. E’ dunque inevitabile che
i giovani delle nostre zone decidano di emigrare per cercare fortuna altrove,
lontano dal luogo nativo. In molti casi senza fare più ritorno nella
terra d’origine. Il problema dell'emigrazione intellettuale è la sciagura
peggiore per le nostre comunità, poiché queste sono costrette a privarsi dei
figli più validi e capaci, quindi delle risorse più preziose. Questa nuova
emigrazione si presenta in modo diverso rispetto al passato, trattandosi di una
fuga in massa di cervelli, di un’emigrazione intellettuale. Infatti, i giovani
più intelligenti e preparati fuggono dal posto in cui sono nati, cresciuti e
dove hanno studiato, poiché non intendono (giustamente) sottostare al ricatto
imposto dai notabili locali che li obbligano a mendicare un lavoro che è un
diritto inalienabile di ogni cittadino, in cambio del voto, della libertà e
della dignità personale. Di fronte a queste strazianti sofferenze di una parte
consistente della nostra società, nemmeno tanto nascosta, è lecito chiedersi
quali sarebbero le prospettive sociali e politiche, le forze materiali che
potrebbero farsi artefici di un reale rinnovamento in Irpinia. Non certo gli
epigoni e gli eredi del post-demitismo, riciclatisi ovunque, né gli esponenti
locali del berlusconismo, o i “campioni esemplari” del cripto-fascismo e
le correnti del leghismo “sudista”. Da tempo è in corso una profonda
contro-rivoluzione di destra mossa da spinte ideologiche eterogenee: un fenomeno
politico e culturale rozzo e demagogico, autoritario e sovversivo (mi riferisco
al "sovversivismo delle classi dirigenti" di cui parlava Gramsci ), che è
egemone e radicato in vasti settori della nostra società. Si tratta di una
sottocultura dominante, non solo perché è al governo della nazione, ma perché è
insita nella mentalità comune, negli stereotipi della gente. Un’ideologia
intrisa di venature antioperaie e antidemocratiche, alimentata da un populismo
isterico e brutale, ispirata da un acceso liberismo in campo economico. Un
"liberismo" più di facciata che di sostanza, nel senso che sono
"liberisti" a corrente alterna, in base alle convenienze. Per cui sono
"antiliberisti", "protezionisti" e "statalisti" quando si
vuole spremere le finanze dello Stato. Come puntualmente accade nell'odierna
fase recessiva.Tornando al quesito originario - quali sono i soggetti reali del
rinnovamento in Irpinia? – si potrebbe rispondere provando a resuscitare le
speranze latenti di rinascita della gente irpina. D’altronde, io credo nel
progresso e nell’emancipazione sociale, non nello sviluppo, soprattutto non
credo in quel modello di sviluppo irrazionale, sfrenato e senza regole prodotto
da una globalizzazione feroce e ultraliberista. Mi ritengo un intellettuale
marxista, per cui cerco di indagare e descrivere marxisticamente la realtà del
mio tempo, con lucidità e onestà intellettuale. Il compito di un intellettuale
comunista è anzitutto quello di provare ad enucleare la società odierna,
profondamente malata a causa di uno sviluppo alienante e corrotto, una
democrazia ipocrita, un benessere incivile e grossolano, uno stile di vita
artefatto e fittizio, esclusivamente consumistico. Il ruolo di un intellettuale
comunista è altresì quello di analizzare e comprendere un sistema efficace per
migliorare le cose, impegnandosi in prima persona nella progettazione e
costruzione di un avvenire migliore per le giovani generazioni, insieme con gli
altri soggetti realmente antagonisti e progressisti, attraverso un'azione
politica condivisa e finalizzata ad un rinnovamento radicale della società
irpina. La quale è ancora soggiogata da una casta politica ormai vecchia ed
incancrenita, che si ostina a governare applicando metodi antiquati, alla
stregua del celebre "Gattopardo", convinto che tutto debba cambiare
affinché nulla cambi e tutto resti come prima. Dunque, non basta interpretare il
mondo, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore per cercare di conoscere e
concretizzare un’ipotesi di società migliore. Tuttavia, da solo l’intellettuale
è impotente, per cui deve agire direttamente, rapportandosi alle forze sociali
che lottano materialmente per il progresso nel momento storico presente. In
questo modo le speranze diffuse di riscatto possono tradursi in una proposta
comune di trasformazione palingenetica della società, da promuovere
politicamente, con forme e strumenti di lotta condivisi insieme ai soggetti
effettivamente interessati al progetto. La storia ci insegna che le rivoluzioni
sociali sono opera delle classi subalterne, delle masse popolari organizzate con
intelligenza e sapienza. I veri protagonisti del progresso storico sono le forze
produttive, le persone in carne ed ossa riunite ed organizzate politicamente,
per cui si riconferma una verità storica, cioè che il protagonismo politico
delle masse popolari, quando è sorretto da giuste idee e ragioni, è difficile da
ridurre all'impotenza. Un simile compito spetta tuttora al lavoro produttivo,
alla classe dei salariati, al proletariato di fabbrica sfruttato e malpagato,
sempre più precarizzato ed emarginato dalla sfera del potere economico e
politico decisionale. Una classe operaia composta in misura crescente da
lavoratori extracomunitari e che in Irpinia conosce percentuali elevate e
inquietanti di omicidi bianchi, di cui nessuno osa parlare.In Irpinia i
lavoratori salariati sono endemicamente sudditi e ricattabili, asserviti ai
notabili locali dato che le assunzioni in fabbrica sono stabilite in base a
criteri ormai superati di stampo clientelare. Ragion per cui è lecito chiedersi
a chi spetterebbe il ruolo della lotta e del cambiamento locale all’interno di
una fase di transizione storica globale verso un’epoca segnata da crisi,
disordini e sconvolgimenti profondi e duraturi.Sono convinto dell’urgenza di
affrancarsi dal giogo micidiale e soffocante del fatalismo, della rassegnazione
e dell’indifferenza, che sono il peggior nemico della nostra gente, in quanto
tali sentimenti inducono a credere che nulla possa cambiare e tutto sia già
sancito da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui le
masse sarebbero impotenti. Al contrario, l’esperienza storica attesta che le
cose possono migliorare grazie ad iniziative giuste, audaci e concrete, ma
occorre anzitutto volerlo.
Lucio Garofalo
12
![]()
a
proposito di Pomigliano
_________________________________________________________
un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”
fine giugno 2010
note di premessa
-questo
samizbar parte “dal punto di vista dell'azienda”, e arriva solo in seguito al
punto di vista del sindacato: mi è parso utile “prendere in parola” l'azienda
sui suoi obiettivi dichiarati, e vedere se l'accordo concluso era funzionale ad
essi
-questa
prima parte di considerazioni (i primi due paragrafi) è stata scritta prima
dell'esito del referendum, ma mi pare resti
valida anche ora
A) dal punto di vista dell'azienda
1.gli
obiettivi dichiarati della Fiat
Dunque, parto prendendo per buona l'enunciazione della Fiat, che vuole mantenere
Pomigliano (anche a spese dei polacchi... ma su questo non mi soffermo),
investendoci su, a condizione che vengano rispettati certi standards di
efficienza, qualità, basso assenteismo, tali da compensare, almeno in parte,
l'aggravio del costo del lavoro rispetto ai livelli polacchi.
Cosa ci si aspetta da un'azienda in questo caso?
a) che faccia un bilancio critico della past performance dello
stabilimento su questi tre parametri, dati alla mano; un bilancio articolato,
nello spazio (tra diversi reparti ed officine) e nel tempo (tra diversi momenti
– aspetto rilevante soprattutto nel caso dell'assenteismo), perchè le
performances possono variare nello spazio e nel tempo. In questo caso, il
problema è complicato dal cambiamento nella gamma di modelli (un declassamento
di gamma), per cui il bilancio dovrà prendere in considerazione le
performances di Tichy, che produce attualmente la Panda.
b) che individui le responsabilità dell'eventuale mancato raggiungimento degli
standards in passato (e le condizioni che hanno eventualmente permesso il loro
raggiungimento a Tichy): nel comportamento dei lavoratori, ed eventualmente del
sindacato nella misura in cui può influenzarli o “coprirli”, ma anche nei
comportamenti dei fornitori e, soprattutto, della gerarchia di stabilimento per
quanto le compete.
c)che
individui obiettivi di progressivo miglioramento (ricordate il kaizen?) e le
condizioni per raggiungerli.
d)che
“faccia i conti” con la gerarchia di stabilimento (e con altre forze esterne al
rapporto tra azienda-sindacato-lavoratori) sugli aspetti che dipendono da
questa/e; facendo le necessarie azioni di “repulisti” o di “energica formazione”
(a suo tempo, Marchionne eliminò l'80% del top management precedente, e a
Mirafiori “fece i conti” con alcuni capi corrotti – a titolo di “azione
esemplare”).
e) a questo punto, che si presenti ai sindacati (con alla mano i dati sui punti
di cui sopra) con una proposta di obiettivi e di strumenti per raggiungerli.
Ad esempio, un premio di risultato (di stabilimento ma articolato anche
per aree), basato sui tre parametri di qualità, produttività, assenteismo
(quest'ultimo può essere collettivo o individuale, uniforme o legato ai
possibili “momenti di picco”). Con ciò non dico che questa proposta divenga di
per sé sindacalmente accettabile, ma è una proposta funzionale agli obiettivi, e
quindi costituisce un terreno serio di negoziazione – su cui, tra l'altro, è non
solo legittima ma doverosa una consultazione tra i lavoratori. Inoltre, si
possono anche chiedere – senza ledere la logica negoziale – come “segnale di
buona volontà”, “dichiarazioni a verbale” anche su aspetti che dipendono in
realtà da cause esterne alle relazioni industriali (es. assenteismo per ruoli
elettorali).
2.la
logica dell'accordo separato e i suoi effetti non previsti
Ma la Fiat non ha fatto nulla di tutto questo. Ha presentato una proposta
“prendere o lasciare”, la cui logica è solo quella del controllo unilaterale
dell'azienda su tutti questi aspetti: “ci pensiamo noi”. Al sindacato resta
il ruolo di gendarme sui comportamenti dei lavoratori, sapendo che, se non
riesce a controllarli totalmente, a farne le spese sarà, da un lato, il
sindacato stesso, dall'altro anche i lavoratori non responsabili di
“comportamenti trasgressivi” (vedi l'abolizione del pagamento dei primi tre
giorni di malattia, in caso di picchi di assenteismo).
13
Tralascio le giuste discussioni sulla costituzionalità o meno (e, tanto più,
sulla “legittimità contrattuale”) di questo impianto, e vedrò più oltre il
possibile perchè di questa scelta della Fiat; per ora rimango sul terreno
delle implicazioni (previste o non previste) che essa può avere per la
produzione aziendale.
Si ripete, mi pare, un'operazione tipo “Romiti 1980”: prima stronchiamo una
presenza sindacale autonoma, poi al resto ci pensiamo noi. Si ripete in forme
giuridicamente e sindacalmente più estreme – su questo tornerò in seguito. Ma
come andò con la Fiat romitiana degli anni '80 e seguenti? Dopo un iniziale
successo dovuto (oltre che all'innovazione tecnologica già in atto) alla
sottomissione dei lavoratori, e alla intensificazione conseguente del loro
sfruttamento (=aumento della produttività), non avendo “posto mano alle altre
variabili” la Fiat “andò in deriva”.... fino all'arrivo del “salvatore”
Marchionne (naturalmente, hanno giocato anche altri fattori “esterni”, ma quelli
“interni all'azienda” e alla sua organizzazione della produzione erano questi).
L'accordo imposto dalla Fiat, dunque, mi fa intravvedere uno “scenario romitiano”:
-l'assenteismo
per un po' diminuisce per effetto della repressione;
-la
produttività per un po' aumenta per effetto dell'intensificazione del lavoro e
non per l'efficienza degli impianti (che anzi vengono logorati dall'applicazione
alla manutenzione della stessa logica di intensificazione del lavoro);
-la
mezz'ora di mensa a fine turno (così come gli “straordinari extra”), imposti
dall'accordo, vengono regolarmente assorbiti per ricuperare “sul piazzale” (o
sulle linee stesse) le vetture difettose uscite dalla linea – sempre più
numerose... e così via. L'esperienza dello stabilimento di Melfi (che pure
costituisce un “fiore all'occhiello” dell'efficienza Fiat in Italia) può offrire
alcune indicazioni in proposito. Ne ricordo alcuni aspetti:
-per
accordo sindacale (in quel caso unitario) si realizzarono alcune delle
condizioni oggi imposte a Pomigliano (pur senza il contorno repressivo del
recente accordo), in termini di turni/orario e di intensificazione del lavoro;
-uno
degli effetti, in capo a un paio di anni, fu la diffusione di forme di
inidoneità (a partire dai casi di ernia del disco;
-anche
per questo, l'assenteismo, rimasto basso finchè quasi tutti i dipendenti
erano in contratto di formazione-lavoro, è schizzato in alto non appena sono
passati a tempo indeterminato;
-dopodichè,
a un certo punto c'è stata la ribellione contro i 18 turni e il sistema di
organizzazione del lavoro, che ha fatto saltare i 18 turni (anche se poi la
conquista è stata parzialmente riassorbita) e ha cambiato sotto molti aspetti la
situazione sindacale in fabbrica. Complessivamente, comunque, la costruzione di
Romiti non è crollata per la ribellione operaia, ma per la propria inefficienza
e “arretratezza”. La “Fabbrica Integrata”, che doveva essere la “traduzione
italiana” del modello giapponese, non si è mai realizzata compiutamente (neanche
a Melfi, che doveva esserne il “luogo principe”) per l'incapacità di affrontare
gli “altri” problemi e contraddizioni, che non fossero quello del comando sul
lavoro. Se mi permettete un “vezzo filologico marxiano”, la strategia di Romiti
e quella adombrata nell'accordo di Pomigliano hanno un elemento in comune,
quello di “ripiegare sul plusvalore assoluto” visto che non si è capaci di
estrarre adeguatamente il plusvalore relativo.
3. l'ambizioso
progetto di relazioni industriali della Fiat...
In realtà, l'accordo di Pomigliano si inseriva in un progetto che andava ben al
di là dello stabilimento campano (di qui l'assurdità dei discorsi del PD “purchè
resti un'eccezione...”).
Sono significativi in proposito anche alcuni particolari: l'accordo è stato
firmato anche dall'Unione Industriale di Torino (e non solo perchè la sede
legale della Fiat è a Torino); subito dopo l'accordo, la Fiat New Holland di
Modena ha denunciato alla magistratura operai e delegati che, mesi prima,
avevano fatto uno sciopero per non effettuare gli straordinari comandati
dall'azienda...
L'accordo di Pomigliano doveva essere usato come “grimaldello” per imporre un
nuovo sistema di relazioni industriali negli stabilimenti Fiat italiani (che
ovviamente avrebbe “indicato la via” anche alle altre aziende...).
Questo era possibile (o forse veniva anche “suggerito”) per la congiunzione con
una strategia governativa diversa da tutte quelle precedenti. Mentre in passato
i governi – pensiamo a quelli democristiani – avevano una funzione di
mediazione nelle relazioni industriali (che poteva essere più favorevole ai
sindacati, come nell'autunno caldo, o più favorevole ai padroni, come alla Fiat
nell'80 – ma era comunque una mediazione), la strategia di Sacconi e
dell'attuale governo è una strategia “ultrà”, sia nel senso di essere tutta
dalla parte dei padroni sia nel senso di assumere al proprio interno la
divisione sindacale e gli accordi separati come elemento non solo
accettabile ma esplicitamente perseguito.
Nel quadro di questa prospettiva, gli obiettivi “produttivi” e di stabilimento
erano per certi versi secondari: anche perchè probabilmente la Fiat ricascava
nella vecchia abitudine di pensare che per le vetture di gamma bassa la qualità
non è poi così importante (la Panda non è l'Alfa...).
…
continua nel prossimo numero
presentato da Mario
Boyer
14
![]()
La nuova mafia
di
Luciano Martocchia
Nel 1992 l´atto finale della guerra del doppio Stato: pezzi di istituzioni hanno
usato e protetto la mafia .Un quadro fosco: poliziotti infedeli, prove
scomparse, verbali d´interrogatorio o di perquisizione distrutti o contraffatti,
falsi obiettivi investigativi ostinatamente perseguiti, pentiti pilotati Già
nell´89, dopo il fallito attentato all´Addaura, Falcone avvertiva: ci troviamo
di fronte a menti raffinatissime. Esistono forse punti di collegamento con
centri occulti di potere . I morti del 1992 sono solo gli ultimi. Quelle
stragi, in Sicilia, erano cominciate molto tempo prima. Con Falcone e Borsellino
c´è stato l´atto finale di una guerra fra Stato e Stato che si trascinava da
anni, segnata da una spaventosa sequela di delitti eccellenti e da altrettante
congiure.
Non c´è soltanto da scoprire che cosa è avvenuto nella tragica estate del 1992,
non c´è soltanto da capire chi ha voluto la bomba dell´Addaura, chi ha
progettato gli attentati di Capaci e di via Mariano D´Amelio. Prima di quella
resa dei conti qualcuno aveva già fatto precipitare Palermo in uno strapiombo
italiano nascondendosi dietro la mafia.
Per quasi un quarto di secolo Cosa Nostra è stata usata e protetta, s´è
guadagnata la sua impunità - pensate alle latitanze di Totò Riina e di Bernardo
Provenzano, il primo ricercato e libero per 24 anni e 7 mesi e l´altro ricercato
e libero per 42 anni e 8 mesi - scatenandosi alla bisogna. Tutelata da un pezzo
dello Stato che la manovrava contro un altro pezzo dello Stato. Quelli che hanno
deciso l´uccisione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sono gli stessi
poteri - vengono di volta in volta definiti gruppi affaristici-massonici,
apparati deviati, «entità» - che negli anni precedenti avevano incaricato o
incoraggiato o suggerito di eliminare un impressionante numero di uomini delle
Istituzioni, magistrati, poliziotti, giornalisti, segretari di partito (della
maggioranza e dell´opposizione), ufficiali dei carabinieri, prefetti,
parlamentari. Da Pio La Torre a Carlo Alberto dalla Chiesa, da Rocco Chinnici a
Gaetano Costa, da Piersanti Mattarella a Cesare Terranova. Tutti omicidi mandati
in archivio come delitti «politico-mafiosi», ma tutte esecuzioni «accollate»
esclusivamente ai Corleonesi e al loro capo che nel frattempo era diventato il
dittatore di Cosa Nostra.
Oggi, venti e anche trent´anni dopo, quella storia siciliana che è storia
italiana deve essere tutta riscritta. È stato solo Totò Riina e i suoi macellai
a spazzare via uno dopo l´altro quei personaggi che «disturbavano» un ordine
antico, che rappresentavano uno Stato che non era lo Stato sceso a patti con la
mafia? È stato soltanto lui, lo «zio» Totò, a destabilizzare la Sicilia e
l´Italia dalla fine degli Anni Settanta sino al principio degli Anni Novanta?
Partendo dalle indagini dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo
sull´estate del 1992, partendo dalle loro dichiarazioni ufficiali («Non è stata
solo Cosa Nostra a volere il massacro di via D´Amelio»), partendo dalle scoperte
di questi ultimi mesi («I depistaggi sono stati colossali»), si rintracciano
indizi che portano a ribaltare molte delle certezze acquisite sulla matrice dei
grandi delitti di Palermo. Le inchieste della magistratura, trasportate
sapientemente su binari morti, stanno arrivando a queste conclusioni con
notevole ritardo.
Prendiamo come esempio l´Addaura. Già il 21 giugno del 1989, soltanto qualche
ora dopo il fallito attentato all´Addaura, il giudice Falcone aveva indicato chi
potevano essere i suoi sicari («Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che
tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di
collegamento fra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno
altri interessi. Ho l´impressione che sia questo lo scenario più attendibile se
si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad
assassinarmi»), eppure quella pista non è mai stata battuta. Tutto è stato
scaricato solo e soltanto sui boss dell´Arenella e di Resuttana. Soltanto oggi
stanno affiorando brandelli di verità, frammenti che potrebbero farci
«risistemare» anche tutto il resto.
Funzionari dei servizi segreti ritrovati sui luoghi delle stragi, alti ufficiali
che trattavano con i capi mafiosi mentre magistrati come Paolo Borsellino
andavano soli incontro alla morte, spie avvistate in officine dove caricavano
esplosivi alla vigilia degli attentati, poliziotti infedeli, prove scomparse,
verbali d´interrogatorio o di perquisizione distrutti o contraffatti, falsi
obiettivi investigativi ostinatamente perseguiti, pentiti pilotati: è il
resoconto delle indagini sulle indagini, il bilancio delle inchieste che erano
state fatte su Capaci e su via Mariano D´Amelio.
Ma è in ogni delitto eccellente avvenuto anche prima di quel 1992, è in ogni
altro significativo momento di Palermo che si individuano - con implacabile
regolarità - sempre le stesse impronte. Che non sono mai impronte di mafia ma
impronte di Stato. La cassaforte svuotata del generale Carlo Alberto dalla
Chiesa, il covo ripulito di Riina, l´enigmatico libanese dell´attentato al
consigliere istruttore Chinnici, le piste nere dell´assassinio di Mattarella, i
Corvi delle estati palermitani, la scomparsa ed introvabile agenda rossa di
Borsellino . È un inventario di vuoti, di pezzi mancanti.
La mafia è cambiata. Ne serviva un´altra di mafia: quella stragista,
quella di Totò Riina, quella che ha trattato con lo Stato e favorito, anche con
investimenti cospicui, l’ascesa di Silvio Berlusconi nel panorama politico
italiano .
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15
LA LEGGE E´ UGUALE PER TUTTI ?
NO ! CE N´E´ UNA PER I CARABINIERI E UNA PER GLI ANARCHICI.
Non parliamo della legge scritta nelle aule di tribunale, dove saremmo tutti
uguali di fronte alla legge, quindi innocenti prima del terzo grado di giudizio
e neanche parliamo dell´uso estorsivo del carcere
preventivo (nel senso del tentativo di estorcere delle confessioni), sulla carta
applicabile a tutti. Parliamo della legge materiale, quella scritta con gli atti
e indirizzata attraverso le dichiarazioni
dei potenti, ministri, generali dei carabinieri, e attraverso il silenzio di
altri, in particolare, (e questo è molto interessante per una analisi seria
sull´uso degli strumenti repressivi), dei politici
dell´area giustizialista del centrosinistra
Ebbene questa legge parla di 400 giorni di arresti preventivi per Michele (nel
teorema politico/giudiziario il capo della cellula dei"baby terroristi"
(ah!ah!ah!), di Spoleto ( la fraseologia
inquisitoria, da baby linciaggio, è del duo de Il Messaggero Ugolini Carminati
), e di "principio della presunzione di innocenza fino a prova contraria." Il
Ministro leghista dell´Interno Maroni", che
aggiunge sulla scorta delle dichiarazioni degli Alti Gradi dell´Arma: "Il
generale Ganzer ha la fiducia del Comando generale dei carabinieri, e quindi
anche la mia".
Alcuni giudizi politici e giornalistici sono in tutta evidenza eversivi della
verità e rappresentano volutamente una colpevolezza preventiva verso gli
anarchici, e una innocenza e fiducia preventiva
verso il Generale Capo dei ROS, Giampaolo Ganzer. Totò si sarebbe domandato:
sono uomini o caporali ? Gli attendenti del vero ufficiale dei poteri che
contano, sia i politici di rango più alto che quei giornalisti che scrivono
sotto dettatura, ovviamente sono caporali e partecipano all´azione di
sovvertimento della realtà delle cose, a favore di una "verità" politicamente
utile.
Non che noi vogliamo difendere politici corrotti e per qualche giornale in odor
di mafia, ce ne guardiamo bene ! Ma quei politici giustizialisti, Di Pietro in
primis e modello per tutti gli altri,
così pronti a chiedere dimissioni di politici appena questi sono raggiunti da
un avviso di garanzia, perché tacciono ? perché non hanno da dire niente sul
Generale Giampaolo Ganzer ? che non solo non va in carcere (ci mancherebbe altro
!) ma continuerà a vestire la divisa di comandante in capo dei ROS in Italia
nonostante una condanna in primo grado a 14 anni di carcere. Dove è finita la
loro morale punitiva, si è fermata alle soglie degli alti gradi dell´arma ?
Oppure ciò che si dichiara dipende esclusivamente dalla cordata di interessi e
di poteri a cui si appartiene ?
In conclusione una verità certa c´è, se sei un giovane di idee anarchiche di 20
anni, sei rappresentato e trattato a priori come colpevole e ti becchi 400
giorni di arresti preventivi (270 in carcere,100 in isolamento e 180 in carcere
speciale), se sei Generale dei Carabinieri, sei rappresentato e trattato a
priori come innocente e puoi continuare a vestire la divisa di Comandante dei
ROS in Italia
anche se sei stato condannato a 14 anni in primo grado.
Questa è la giustizia materiale in Italia , questo il suo senso morale e
politico.
COMITATO23OTTOBRE
www.comitato23ottobre.com
AURELIO FABIANI
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(…continua dal numero precedente)
Le rivoluzioni cinesi
da un punto di vista anarchico
La fine dell'ortodossia leninista
Il periodo che va dalla costituzione del PCC nel 1921 ai disastri del 1927 può
essere visto come un periodo di ortodossia in cui il PCC applicava con
considerevole successo la linea dettata da Mosca e che gli aveva permesso di
diventare la prima forza rivoluzionaria in Cina. Quella strategia gli aveva
permesso di insediarsi nella classe operaia industriale e di costruire
un'alleanza con la borghesia "anti-imperialista" sotto le vesti del KMT. In
teoria questo avrebbe dovuto portare il PCC al potere sull'onda di una
rivoluzione borghese, ma in pratica una base sociale limitata alla classe
operaia industriale si era dimostrata troppo esigua in un paese come la Cina,
dove la classe operaia non era che lo 0,5% della popolazione.
Nel 1927 gli anarchici erano una forza ormai spenta in Cina. Una parte restante
finì con l'entrare nel KMT dopo la soppressione dei comunisti, nella speranza di
poter tornare a dirigere di nuovo quei movimenti di massa che il PCC aveva
rilevato. Una speranza vana, dato che nel 1928 il KMT era riuscito ancora
una volta ad unificare la maggior parte del paese occupato, per cui non
aveva più bisogno di movimenti di massa nè tanto meno di "anarchici nel KMT".
Il KMT ancora non controllava alcune aree rurali rimaste isolate ed era qui che
si era ritirato il PCC. Sebbene, come abbiamo visto, la strategia del PCC fosse
quella di scoraggiare la lotta di classe nelle campagne, nel 1927 un esponente
del PCC ed ex-anarchico, P'eng P'ai, prese parte alla formazione dei soviet
contadini nel Kwangtung orientale. (23). Qualche tempo prima nella
insurrezione del 1926 a Hunan, Mao aveva scritto un"Rapporto sul movimento
contadino nell'Hunan". In questa breve inchiesta vi erano gli embrioni della
strategia che egli avrebbe seguito nei successivi 10 anni.
Erano circa 2 milioni i contadini che avevano fatto l'insurrezione nello Hunan.
Il rapporto di Mao si apre con questa audace affermazione "In un tempo molto
breve, nelle province centrali, meridionali e settentrionali della Cina,
parecchie centinaia di milioni di contadini insorgeranno come una terribile
tempesta, come un uragano, come una forza così rapida e violenta che nessuna
forza, per quanto grande, sarà capace di fermarla. Abbatteranno tutti gli
ostacoli che incontreranno lungo la strada per la liberazione." (24) Ben lungi
dal seguire la linea del partito e dal condannare gli eccessi dei contadini, Mao
scriveva "Quello che i contadini stanno facendo è del tutto giusto, quello che
stanno facendo è bello! "Per dirla tutta, è necessario creare un attimo di
terrore in ogni area rurale."
La strategia di Mao era quella di incoraggiare la guerra di classe nei villaggi
in cui i poveri contadini venivano spinti a terrorizzare, torturare e spesso
uccidere pubblicamente i piccoli nobili ed i proprietari terrieri. Facendo così
avrebbero bruciato tutti i ponti col vecchio regime, che avrebbe sicuramemte
punito i responsabili se fosse tornatio al potere in quelle terre. Il PCC
avrebbe costruito "Armate Rosse" per difendere i contadini che in questo
modo sarebbero diventati dipendenti dal PCC per il loro futuro e ne avrebbero
rafforzato i ranghi.
Mao stabilì una base sulle montagne del Chingkangshan al confine con l'Hunan.
Con la sconfitta del PCC nelle città questa base ed altre diventarono la
salvezza per i sopravvissuti dirigenti del PCC e per le unità del KMT che si
erano ammutinate ed erano passate con l'Armata Rossa. Tali unità , insieme a
banditi locali, formarono agli inizi una forza di 10.000 uomini (ma solo 2000
fucili) Queste basi riuscirono a resistere alla campagna di sterminio promossa
dal KMT e l'esercito raggiunse i 65.000 uomini nel luglio 1930.
Queste basi si trovavano in regioni isolate su terreni impervi che rendevano
difficoltose le manovre per gli eserciti del KMT. Inizialmente il KMT non era in
grado di rispondere ai metodi delle guerriglia. Quattro campagne di sterminio
finirono con un fallimento.Nel novermbre 1931 venne infine dichiarata la
fondazione della Repubblica Sovietica Cinese. Ma i militari del KMT avevano
imparato dai fallimenti e la quinta campagna del 1934, basata su un lento
avanzamento di piccole fortificazioni, costrinse il PCC ad abbandonare la
regione del Chingkangshan.
Questa ritirata prese il nome famoso di "Lunga Marcia": ciò che restava dell'Arnata
Rossa marciò per 10.000 km attraverso la Cina verso una nuova base nello Shensi.
La storia convenzionale della marcia racconta che bisognava affrontare "una
scaramuccia ogni giorno, una battaglia ogni 2 settimane", sebbene recentemente
Jung Chang & Jon Halliday hanno sostenuto che Chiang Kai-shek lasciò andare
l'Armata Rossa e che alcune battaglie non erano altro che invenzione della
propaganda. Tuttavia non si può negare che le condizioni in cui avvenne la
marcia furono orrende. Sui 90-100mila iniziali, solo 7-8mila giunsero a
17
destinazione. Quelli che sopravvissero alla marcia diventeranno i futuri quadri
dirigenti del PCC e dello Stato cinese. (25)
La nuova allenza con il KMT
La situazione internazionale era cambiata non poco durante la Lunga Marcia, i
fascismi crescevano ad ovest e di conseguenza Stalin cercava alleati
"anti-fascisti". Anche la Cina dal 1931 era sotto attacchi periodici da parte
del militarismo giapponese che si espandeva costruendo stati fantoccio.
Consapevole dello stato degli eserciti cinesi a confronto con quello
giapponese, Chiang Kai-shek usò lo slogan "Unificazione e poi resistenza" per
dire che il KMT avrebbe combattuto il nemico giapponese solo quando i
nemici interni compreso il PCC fossero stati assoggettati. Disse anche che nella
guerra col Giappone egli stava scambiando "lo spazio con il tempo". Ma quando il
tempo era scaduto e la guerra col Giappone scoppiò apertamente nel luglio
del 1937, il KMT perse presto tutte le città chiave e con esse tutta la
credibilità nei confronti dei nazionalisti cinesi.
In questo contesto ed in linea colla politica del Comintern, il congresso
del PCC durante la Lunga Marcia aveva lanciato l'appello del "Fronte Unito dal
Basso". Che significava un fronte unito non con Chiang Kai-shek ma con tutti gli
attivisti del KMT sotto la direzione del PCC. Non senza sorpresa l'appello ebbe
qualche risultato. Tuttavia poco dopo nel maggio 1936 venne formata una Alleanza
per la Salvezza Nazionale con la vedova di Sun Yat-sen quale presidente.
L'Alleanza lanciò un appello per la fine della guerra civile e per un Fronte
Unito contro i Giapponesi. Nell'estate del 1936 il PCC cambiò posizione verso
un'alleanza con la guida di Chiang Kai-shek all'interno della politica della
costruzione di "Fronti Popolari" locali, come indicato da Mosca.
Sebbene a questo punto il PCC si trovasse in una posizione di debolezza,
confinato in povere province di confine, anche il KMT in realtà era nei
guai.Prima dell'inizio della guerra con il Giappone, il KMT aveva attraversato
un decennio in cui aveva controllato gran parte della Cina ed aveva avuto così
la possibilità di dimostrare che poteva modernizzare il paese. Ma senza
riuscirci, pochè al pari dei regimi precedenti la modernizzazione significava
attaccare certi privilegi di classe, specialmente quelli dei possidenti, che
avevano aderito al KMT dopo la vittoria del 1928 e ne costituivano la base di
potere nella maggior parte delle località. Per esempio, sebbene esistesse una
legislazione sui tetti per gli affitti, questa non era applicata nei tribunali
locali controllati dai latifondisti, tranne che nelle zone controllate dal PCC.
La fine del KMT
Tra il 1932 ed 1935, la produzione agricola era aumentata solo dell'1%, una
percentuale inferiore alla crescita della popolazione. La stessa crescita delle
ferrovie e dell'industria moderna aveva basi così limitate che i cambiamenti
risultavano quasi invisibili. Le riforme legislative per combattere la
corruzione e limitare gli aumenti degli affitti si dimostrarono inefficaci per
mancata applicazione a livello locale o perchè ignorate dai possidenti
terrieri. Nel 1934 Chang-Kei Sheik impresse una retromarcia alla sua politica al
punto da restaurare il Confucianesimo quale religione di stato.
La guerra col Giappone salvò il PCC perchè Chiang Kai-shek venne letteralmente
costretto a mettere fine alla sua guerra contro i comunisti per entrare a far
parte del Fronte Unito. La cosa divennne ufficiale nel settembre 1937 con la
dichiarazione congiunta di KMT e PCC. Poichè l'esercito del KMT non era in
grado di opporre una resistenza effettiva ai Giapponesi, il PCC fu in grado di
dimostrare come la sua attività di guerriglia di lunga data insieme ad una
migliore gestione amministrativa fossero armi in grado di tutelare gli interessi
nazionali della Cina. Inoltre, la politica anti-guerriglia di punizione
collettiva dei "3 tutto" dei Giapponesi, "bruciare tutto, uccidere tutti,
saccheggiare tutto", portò i contadini ad arruolarsi nell'Armata Rossa per
difendere se stessi.
A partire dallo Shensi il PCC allargò la sua area di controllo grazie alla
guerriglia. In realtà accadeva spesso che il PCC vincesse di notte ed i
Giapponesi di giorno, ma in questo modo fu possibile costituire un Governo delle
Regioni di Confine. Che non era politicamente radicale, dato che dopo la Lunga
Marcia il PCC aveva abbandonato il programma radicale allo scopo di costruire il
Fronte Unito con il KMT. Ma il semplice atto di rafforzare la legislazione
esistente promulgata dal KMT sui tetti agli affitti e sui tassi di interesse,
portò al PCC le simpatie dei contadini.
Le aree governate dal KMT soffrivano anche di un'alta inflazione simile a quella
della Germania di Weimer. I soldati di leva negli eserciti del KMT venivano
trattati male come sempre negli eserciti cinesi - non erano insoliti la mancanza
di cibo e di equipaggiamento. Per cui i soldati spesso giungevano a derubare e
persino a uccidere i contadini locali. L'Armata Rossa d'altro canto trattava i
suoi soldati in modo più ragionevole e scoraggiava fortemente i maltrattamenti
ai danni dei contadini.
Presentato da Lia Didero
(… continua nel prossimo numero)
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I NOSTRI
PRINCIPI
1) Questo “Foglio” si autofinanzia
e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base
al principio dell’Autogestione!
2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro
funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile!
L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!
3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella
pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza
interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio
per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità
delle idee.
4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base
al principio della rotazione delle cariche!
5) Si applica la formula “Articolo
presentato da.....” per
permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però
da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!
6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di
voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità
assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato
deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!
7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura
democratica!
8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni
forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!
9) L’ultimo principio
non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e
si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più
difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In
realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi
principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali
per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e
poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere
coscienti. Questo è il principio della Coscienza!
“IL SALE”