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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

anno 10
– numero 107/108 –
Agosto/Settembre 2010

www.ilsale.net
e-mail:
scriviailsale@libero.it
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Sommario
di Antonio Mucci
di Luciano Martocchia
di A.V.
di Daniele Valeri
di Diderot
presentato
da Lia Didero
presentato da Mario Boyer
firmato da Edoardo Puglielli
di Lucio Garofalo
Presentato da Annalisa Cerretani D’Angelo
de “Il Sale”
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NESSUNA FRONTIERA
NESSUNA GALERA
Sono 29 i centri per i cosiddetti immigrati irregolari attualmente operativi sul
territorio nazionale. Le strutture si distinguono in tre tipologie: centri di
accoglienza (Cda) - centri di accoglienza richiedenti asilo (Cara) - centri di
identificazione ed espulsione (Cie) (dl 92 del 23/5/08), sono gli ex Centri di
permanenza temporanea.
I Cie attualmente in funzione sono 13 e si trovano rispettivamente a: Bari,
Bologna, Brindisi, Caltanissetta, Crotone, Gradisca d'Isonzo (GO), Lamezia
Terme, Lampedusa e Linosa (AG), Milano, Modena, Ragusa, Roma, Torino, Trapani. A
questi si aggiungano i CPT adesso chiusi di Agrigento e Lecce. Quindi 15.
Filtrare gli ingressi sui territori, controllare, identificare, schedare,
espellere, comandare, schiavizzare, rinchiudere: sono queste le pratiche che lo
stato italiano, gli stati europei e tutti gli stati del mondo, quotidianamente
riservano a quelle persone che si spostano verso territori altri.
In Italia la burocrazia li divide ogni anno in regolari ed irregolari, i 4
milioni che ce la fanno contro i 500.000 che non ce la fanno ad avere le carte
in regola: tutto questo è orribile ed accade qui in Italia, dove a sentire i
mezzi d'informazione più seguiti sembra che le cose importanti siano la prova
costume o i litigi di palazzo.
Ma perché mai io dovrei essere una carta bollata o un corpo in affitto per
imprenditori senza scrupoli!
L'essere poveri o senza carte è diventata una colpa e con i cie la colpa s'è
fatta struttura!
Spezziamo questa catena e rompiamo il silenzio!
Io non voglio un mondo dove le frontiere siano il moderno filo spinato e i cie
dei nuovi lager. Non accetto la storiella dello straniero perché siamo tutti
fratelli, non accetto la distinzione 'i ricchi e i poveri' perché siamo tutti
abitanti di questo pianeta e con gli stessi diritti naturali del godere e del
preservare le risorse.
Nessuna distinzione imposta ed acquisita io riconosco come vera.
Io non accetto tutto questo, lo rifiuto e mi ribello!
La chiusura dei cie e di tutti quei centri non indispensabili al benessere e
alla salute delle persone, scelta dalle persone, deve chiudere!
Nessun compromesso, nessuna discussione, non si tratta di giusto o sbagliato, è
antiumano!
Per un mondo dove la solidarietà sia pratica attiva e quotidiana, senza gli
stati, senza il potere e senza le autorità, senza carte bollate e timbri
d'identità, perché il lavoro sia un contributo volontario per me stesso e per la
collettività nelle forme e nei modi da me scelti e non una forma di schiavismo
organizzato. Perché la diffusione delle pratiche autogestionarie e della libera
associazione, già presenti in ogni dove e da sempre esistite, siano i mezzi con
i quali insieme riusciamo a creare e a vivere in un mondo umano e progredito, in
un mondo senza sopraffazioni e gerarchie di ogni sorta.
Per la libertà, la solidarietà, l'uguaglianza!
Per l'accoglienza, contro i respingimenti.
Chiudere i CIE, subito!!!
Moreno De Sanctis
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RIFLESSIONI A RUOTA
LIBERA!
Il dissesto ambientale continua, creando sempre più danni all’ambiente ed
alle persone. I primi sei mesi di questo anno sono risultati i più caldi del
pianeta a memoria d’uomo. Nei mesi di luglio ed agosto il Pakistan purtroppo ha
avuto migliaia di morti, milioni di sfollati e distruzioni enormi a causa di una
inondazione: la peggiore che ha colpito il paese dal 1929. E la situazione non è
ancora risolta. Nel mese di agosto la Russia centro-occidentale ha dovuto subire
la morte di 50 persone e l’incendio di migliaia di ettari di foreste nonché
danni economici altissimi per il verificarsi di una ondata di caldo eccezionale,
la più elevata degli ultimi 130 anni. Come si può vedere sono tutti record
negativi, molto preoccupanti, e
sono soltanto gli ultimi in ordine di tempo. Dove si va a finire?
La classe dirigente mondiale non è capace di evitare questi disastri, per
cui seguita a girare intorno al problema. C’è chi dice che i disastri ambientali
si correggeranno inventando “tecnologie più verdi”, cioè nuove tecnologie che
dovrebbero rimediare ai danni prodotti dalle vecchie. La realtà dimostra tutto
il contrario: le nuove sono peggiori delle vecchie. Alcuni esempi: I nuovi
filtri collocati sulle ciminiere delle fabbriche permettono la fuoriuscita delle
micropolveri che entrano direttamente nel sangue e fanno più danno delle
emissioni dei vecchi filtri. La famosa benzina verde che doveva eliminare
l’inquinamento dovuto alle automobili si è rivelata una bufala: oggi
l’inquinamento c’è più del 1985, l’anno in cui è stata introdotta.
I mass media su tutte queste catastrofi ambientali se la cavano molto
sbrigativamente dando la colpa al clima che cambia, dimenticando completamente
le ere geologiche, che loro ci hanno fatto studiare a scuola. I 50 morti
diventano una conseguenza del caldo, le migliaia di morti in Pakistan vengono
attribuite alle acque del fiume che straripano. Alla fine diventa colpa della
natura se ci sono tutti questi disastri. Non c’è niente di più falso, sbagliato
ed antiscientifico. Il vero responsabile è il Sistema capitalista che, in nome
del profitto privato, non rispetta e distrugge la natura. Purtroppo non capire
il problema alla radice impedisce di intervenire sulle cause e porta ad agire
soltanto sugli effetti. In questo modo il fenomeno ambientale si aggraverà
sempre di più, portando a sprechi di denaro immensi ed a catastrofi di
dimensioni bibliche.
I climatologi prevedono grandi disastri, ma non fanno niente per
prevenirli. Perché è avvenuta questa rovina ambientale? Non ci vuole molto a
capirlo, tra l’altro lo dicono anche gli “esperti”: troppe
macchine,cemento,fabbriche inquinanti,deforestazione, distruzione
dell’agricoltura
C’è anche e soprattutto il perché del perché, cioè perché c’è stato e
continua tutt’ora questo comportamento insensato dell’uomo e della donna?
Qui viene fuori il “Dio
profitto”, al di sopra di ogni cosa e delle stesse persone. Di fronte a questo
Dio potente, pari all’altisonante Giove dell’antichità, tutti gli esperti e gli
analisti della società di oggi alzano le mani, si arrendono. Viene prima di ogni
cosa. Però non sempre hanno il coraggio di ammetterlo apertamente. Per cui si
giustificano dicendo che “è necessario per il progresso della società!”, che
“non si può tornare indietro” (invece si sta tornando indietro!) e si intascano
un sacco di soldi. Costoro prevedono le peggiori catastrofi, indubbiamente
possibilissime, però poi se ne vanno tranquillamente a dormire nelle loro case
super-lussuose.
Soltanto i popoli, cioè una grande massa di persone,
possono impedire la fine
dell’attuale livello economico-sociale-naturale raggiunto dall’essere umano.
Però per fare questo hanno bisogno prima di tutto di capire la gravità della
situazione e poi farsene una coscienza di vita. Purtroppo siamo molto lontani da
una tale consapevolezza. Per questo motivo non ci aspetta “un futuro roseo”, per
lo menoa breve scadenza. Io penso che si dovrebbero aiutare le persone a
comprendere questa realtà. Se esse non acquisiscono una tale mentalità non si
può fare niente. Non
esistono
scorciatoie, cioè avanguardie che si sostituiscono a loro, capiscono per loro,
lottano per loro, prendono il potere per loro, si mettono alla loro testa e,
approfittando del malcontento
5
generale,
sconfiggono la classe capitalista al potere, entrano a dirigere la nuova società
per fare il bene del popolo e dell’ambiente. E tutto si risolverebbe, attuando
il Paradiso o il Comunismo o l’Anarchia, cioè la società ideale che si vorrebbe.
Non è così! L’arretratezza delle masse ed il loro gretto egoismo sono stati, a
mio avviso, la prima causa del fallimento delle grandi rivoluzioni del secolo
passato. Sono state queste masse a portare le loro avanguardie al potere per poi
affossarle con la loro incomprensione, approfittando di loro per fare i propri
gretti interessi, fregandosene degli altri esseri umani e della gestione sociale
e politica. Per cui l’emancipazione
dell’uomo e della donna va fatta da oggi stesso, anzi da ieri perché siamo già
in ritardo. Non si può stare ad aspettare che gli altri risolvano i nostri
problemi. Siamo noi stessi, autorganizzandoci, che dobbiamo affrontarli e
risolverli. Non possono esistere più gli “apolitici”, cioè coloro che non si
interessano di politica. La politica e la società, per la singola persona di
oggi, devono ricevere lo stesso interesse e preoccupazione che ottiene la
famiglia. Famiglia-società-politica sono sullo stesso piano di importanza. Anzi,
se vogliamo, la società e la politica vengono prima della famiglia perché se
essa risolve il presente, le altre due risolvono il futuro. Un presente senza
futuro non ha prospettiva, muore. L’apolitico è senza futuro. Inoltre c’è da
considerare che il futuro sarà il presente del domani.
Di macchina-computer- telefonino si possono fare a meno, ma dell’ossigeno
e dell’acqua no. Che facciamo? Seguitiamo a produrre
macchine-computer-telefonini fregandocene dell’acqua e dell’ossigeno?
Impossibile! Questa è la coscienza che dovrebbero acquisire i cittadini. Se ciò
avvenisse cambierebbe la scala dei valori della propria vita e della società. Io
mi riferisco ai cittadini perché non ho nessunissima fiducia che la classe
dirigente possa cambiare. Singoli dirigenti sicuramente sì ma come classe no.
E’ un principio del materialismo storico di Marx riconfermato tutti i
giorni.
Nella maggior parte
della gente c’è una rassegnazione filosofica-masochista verso le catastrofi
dovute allo squilibrio ambientale, come se tutto ciò dipendesse da una forza
soprannaturale di fronte a cui si è impotenti. Non è vero! Dipendono
principalmente da “4 stronzi” bulimici di denaro e senza scrupoli, che si basano
su una gerarchia obbediente e servile, ed una maggioranza di popolo ignorante e
menefreghista. Dire 4 stronzi può sembrare esageratamente riduttivo perché
questi hanno un potere enorme, tra cui anche quello di scatenare una guerra
mondiale, però se miliardi di persone prenderanno coscienza dei problemi e della
situazione allora non potranno fare niente e saranno veramente quello che sono:
“4 stronzi”.
Il problema del clima oramai condiziona la vita quotidiana delle persone.
Incide sull’economia, il lavoro, provoca disastri nel territorio, arreca danni
alla salute, agisce sull’umore, la psiche, interviene sugli avvenimenti
politici. La natura si sta ribellando a questa barbarie, e lo farà sempre di più
costringendo l’uomo e la donna a seguirla. Per cui non può essere trattato a
parte come un problema dei “verdi”, cioè degli ambientalisti.
Esso deve essere prima di tutto agganciato alla salute, al lavoro ed
all’economia. Non si possono seguitare ad accettare condizioni come alla FIAT di
Pomigliano dove pur di ottenere il mantenimento del posto di lavoro, per ora, si
rinuncia al diritto di sciopero e si accetta di produrre la Panda, senza nemmeno
porsi il problema dell’inquinamento atmosferico che provocherà questo veicolo e,
quindi, dei tumori alle persone. In Italia il 75% dei tumori viene provocato
dall’aria inquinata. Non si pensa nemmeno per un momento che ci sono già altri
44.000.000 di autoveicoli che hanno ammazzato milioni di Italiani e che sarebbe
ora di smetterla di produrre questi mostri. Questo problema morale è
completamente assente dalla discussione dei mass media e, purtroppo, anche da
quella dei lavoratori. Ognuno pensa per sé! Però così non potrà continuare. Il
Governo è tutto preoccupato perché la FIAT ha avuto un calo delle vendite. Meno
male! Ben venga! In Grecia, dopo la crisi dell’autunno scorso ed il conseguente
impoverimento dei lavoratori, c’è stato un calo delle vendite delle auto pari al
50%. Forse non tutti i mali vengono per nuocere…… Io penso che, con questa
crisi, ci sarà una presa di coscienza rivoluzionaria da parte della maggioranza
della popolazione.
Antonio Mucci
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RIFLESSIONI A RUOTA
LIBERA!
Il dissesto ambientale continua, creando sempre più danni all’ambiente ed
alle persone. I primi sei mesi di questo anno sono risultati i più caldi del
pianeta a memoria d’uomo. Nei mesi di luglio ed agosto il Pakistan purtroppo ha
avuto migliaia di morti, milioni di sfollati e distruzioni enormi a causa di una
inondazione: la peggiore che ha colpito il paese dal 1929. E la situazione non è
ancora risolta. Nel mese di agosto la Russia centro-occidentale ha dovuto subire
la morte di 50 persone e l’incendio di migliaia di ettari di foreste nonché
danni economici altissimi per il verificarsi di una ondata di caldo eccezionale,
la più elevata degli ultimi 130 anni. Come si può vedere sono tutti record
negativi, molto preoccupanti, e
sono soltanto gli ultimi in ordine di tempo. Dove si va a finire?
La classe dirigente mondiale non è capace di evitare questi disastri, per
cui seguita a girare intorno al problema. C’è chi dice che i disastri ambientali
si correggeranno inventando “tecnologie più verdi”, cioè nuove tecnologie che
dovrebbero rimediare ai danni prodotti dalle vecchie. La realtà dimostra tutto
il contrario: le nuove sono peggiori delle vecchie. Alcuni esempi: I nuovi
filtri collocati sulle ciminiere delle fabbriche permettono la fuoriuscita delle
micropolveri che entrano direttamente nel sangue e fanno più danno delle
emissioni dei vecchi filtri. La famosa benzina verde che doveva eliminare
l’inquinamento dovuto alle automobili si è rivelata una bufala: oggi
l’inquinamento c’è più del 1985, l’anno in cui è stata introdotta.
I mass media su tutte queste catastrofi ambientali se la cavano molto
sbrigativamente dando la colpa al clima che cambia, dimenticando completamente
le ere geologiche, che loro ci hanno fatto studiare a scuola. I 50 morti
diventano una conseguenza del caldo, le migliaia di morti in Pakistan vengono
attribuite alle acque del fiume che straripano. Alla fine diventa colpa della
natura se ci sono tutti questi disastri. Non c’è niente di più falso, sbagliato
ed antiscientifico. Il vero responsabile è il Sistema capitalista che, in nome
del profitto privato, non rispetta e distrugge la natura. Purtroppo non capire
il problema alla radice impedisce di intervenire sulle cause e porta ad agire
soltanto sugli effetti. In questo modo il fenomeno ambientale si aggraverà
sempre di più, portando a sprechi di denaro immensi ed a catastrofi di
dimensioni bibliche.
I climatologi prevedono grandi disastri, ma non fanno niente per
prevenirli. Perché è avvenuta questa rovina ambientale? Non ci vuole molto a
capirlo, tra l’altro lo dicono anche gli “esperti”: troppe
macchine,cemento,fabbriche inquinanti,deforestazione, distruzione
dell’agricoltura
C’è anche e soprattutto il perché del perché, cioè perché c’è stato e
continua tutt’ora questo comportamento insensato dell’uomo e della donna?
Qui viene fuori il “Dio
profitto”, al di sopra di ogni cosa e delle stesse persone. Di fronte a questo
Dio potente, pari all’altisonante Giove dell’antichità, tutti gli esperti e gli
analisti della società di oggi alzano le mani, si arrendono. Viene prima di ogni
cosa. Però non sempre hanno il coraggio di ammetterlo apertamente. Per cui si
giustificano dicendo che “è necessario per il progresso della società!”, che
“non si può tornare indietro” (invece si sta tornando indietro!) e si intascano
un sacco di soldi. Costoro prevedono le peggiori catastrofi, indubbiamente
possibilissime, però poi se ne vanno tranquillamente a dormire nelle loro case
super-lussuose.
Soltanto i popoli, cioè una grande massa di persone,
possono impedire la fine
dell’attuale livello economico-sociale-naturale raggiunto dall’essere umano.
Però per fare questo hanno bisogno prima di tutto di capire la gravità della
situazione e poi farsene una coscienza di vita. Purtroppo siamo molto lontani da
una tale consapevolezza. Per questo motivo non ci aspetta “un futuro roseo”, per
lo menoa breve scadenza. Io penso che si dovrebbero aiutare le persone a
comprendere questa realtà. Se esse non acquisiscono una tale mentalità non si
può fare niente. Non
esistono
scorciatoie, cioè avanguardie che si sostituiscono a loro, capiscono per loro,
lottano per loro, prendono il potere per loro, si mettono alla loro testa e,
approfittando del malcontento
5
generale,
sconfiggono la classe capitalista al potere, entrano a dirigere la nuova società
per fare il bene del popolo e dell’ambiente. E tutto si risolverebbe, attuando
il Paradiso o il Comunismo o l’Anarchia, cioè la società ideale che si vorrebbe.
Non è così! L’arretratezza delle masse ed il loro gretto egoismo sono stati, a
mio avviso, la prima causa del fallimento delle grandi rivoluzioni del secolo
passato. Sono state queste masse a portare le loro avanguardie al potere per poi
affossarle con la loro incomprensione, approfittando di loro per fare i propri
gretti interessi, fregandosene degli altri esseri umani e della gestione sociale
e politica. Per cui l’emancipazione
dell’uomo e della donna va fatta da oggi stesso, anzi da ieri perché siamo già
in ritardo. Non si può stare ad aspettare che gli altri risolvano i nostri
problemi. Siamo noi stessi, autorganizzandoci, che dobbiamo affrontarli e
risolverli. Non possono esistere più gli “apolitici”, cioè coloro che non si
interessano di politica. La politica e la società, per la singola persona di
oggi, devono ricevere lo stesso interesse e preoccupazione che ottiene la
famiglia. Famiglia-società-politica sono sullo stesso piano di importanza. Anzi,
se vogliamo, la società e la politica vengono prima della famiglia perché se
essa risolve il presente, le altre due risolvono il futuro. Un presente senza
futuro non ha prospettiva, muore. L’apolitico è senza futuro. Inoltre c’è da
considerare che il futuro sarà il presente del domani.
Di macchina-computer- telefonino si possono fare a meno, ma dell’ossigeno
e dell’acqua no. Che facciamo? Seguitiamo a produrre
macchine-computer-telefonini fregandocene dell’acqua e dell’ossigeno?
Impossibile! Questa è la coscienza che dovrebbero acquisire i cittadini. Se ciò
avvenisse cambierebbe la scala dei valori della propria vita e della società. Io
mi riferisco ai cittadini perché non ho nessunissima fiducia che la classe
dirigente possa cambiare. Singoli dirigenti sicuramente sì ma come classe no.
E’ un principio del materialismo storico di Marx riconfermato tutti i
giorni.
Nella maggior parte
della gente c’è una rassegnazione filosofica-masochista verso le catastrofi
dovute allo squilibrio ambientale, come se tutto ciò dipendesse da una forza
soprannaturale di fronte a cui si è impotenti. Non è vero! Dipendono
principalmente da “4 stronzi” bulimici di denaro e senza scrupoli, che si basano
su una gerarchia obbediente e servile, ed una maggioranza di popolo ignorante e
menefreghista. Dire 4 stronzi può sembrare esageratamente riduttivo perché
questi hanno un potere enorme, tra cui anche quello di scatenare una guerra
mondiale, però se miliardi di persone prenderanno coscienza dei problemi e della
situazione allora non potranno fare niente e saranno veramente quello che sono:
“4 stronzi”.
Il problema del clima oramai condiziona la vita quotidiana delle persone.
Incide sull’economia, il lavoro, provoca disastri nel territorio, arreca danni
alla salute, agisce sull’umore, la psiche, interviene sugli avvenimenti
politici. La natura si sta ribellando a questa barbarie, e lo farà sempre di più
costringendo l’uomo e la donna a seguirla. Per cui non può essere trattato a
parte come un problema dei “verdi”, cioè degli ambientalisti.
Esso deve essere prima di tutto agganciato alla salute, al lavoro ed
all’economia. Non si possono seguitare ad accettare condizioni come alla FIAT di
Pomigliano dove pur di ottenere il mantenimento del posto di lavoro, per ora, si
rinuncia al diritto di sciopero e si accetta di produrre la Panda, senza nemmeno
porsi il problema dell’inquinamento atmosferico che provocherà questo veicolo e,
quindi, dei tumori alle persone. In Italia il 75% dei tumori viene provocato
dall’aria inquinata. Non si pensa nemmeno per un momento che ci sono già altri
44.000.000 di autoveicoli che hanno ammazzato milioni di Italiani e che sarebbe
ora di smetterla di produrre questi mostri. Questo problema morale è
completamente assente dalla discussione dei mass media e, purtroppo, anche da
quella dei lavoratori. Ognuno pensa per sé! Però così non potrà continuare. Il
Governo è tutto preoccupato perché la FIAT ha avuto un calo delle vendite. Meno
male! Ben venga! In Grecia, dopo la crisi dell’autunno scorso ed il conseguente
impoverimento dei lavoratori, c’è stato un calo delle vendite delle auto pari al
50%. Forse non tutti i mali vengono per nuocere…… Io penso che, con questa
crisi, ci sarà una presa di coscienza rivoluzionaria da parte della maggioranza
della popolazione.
Antonio Mucci
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QUALCOSA DI CUI
PARLARE
Lunedì 13 settembre sono iniziati i lavori per portare la filovia sulla “Strada
Parco”, strada che attraversa in linea retta parte del Comune di Montesilvano e
parte del Comune di Pescara.
Lunedì mattina “gli utenti” che solitamente attraversano la suddetta strada in
bici, a piedi o con i pattini, hanno assistito all'arrivo dei camion, davanti al
plesso sportivo “Le Naiadi”, e di operai che, armati di ringhiere in ferro e
blocchetti di cemento, hanno recintato una porzione di strada per dare inizio a
quello che sarà il cantiere dei lavori per la posa dei pali elettrici per
fornire corrente al filobus e per la realizzazione delle piazzole di sosta per
le fermate del suddetto. Il lavoro è stato svolto nel più totale silenzio, sia
da parte dell'amministrazione comunale, sia da parte della Gestione Trasporti
Metropolitani; hanno deciso così nelle stanze del “potere” che da un giorno
all'altro si sarebbe dato il via ai lavori! Reputo (e spero molti altri con me)
questa presa di posizione una vera e propria imposizione, una vera a propria
mancanza di sensibilità da parte di chi, trovandosi in una posizione di
vantaggio verso i cittadini, non ha mai chiesto un parere in merito al discorso
Strada Parco: insomma siamo dinnanzi ad una vera e propria imposizione
antidemocratica, dove come sempre le decisioni vengono calate dall'alto e dove
nessuno ha diritto di mettere bocca.
La Strada Parco è l'unica area urbanizzata dove le famiglie hanno la possibilità
di ritrovarsi e fermarsi a parlare con serenità, rappresenta l'unica area (fa
eccezione Villa Sabucchi) dove i bimbi possono giocare tranquillamente senza
incorrere nel pericolo di essere investiti dalle macchine, rappresenta un
percorso in linea retta di oltre sei chilometri in cui ciclisti e pattinatori
possono dare sfogo alla loro passione senza dover necessariamente subire i
disagi di una traffico fuori controllo, rappresenta inoltre un punto di
ancoraggio per molte persone anziane che possono passeggiare lì tranquillamente
e socializzare con altre persone della loro stessa età e non, senza dover
preoccuparsi di stare attenti agli automobilisti imbizzarriti che transitano a
tutta velocità sulle strade della città. La Strada Parco rappresenta inoltre la
sede del mercato rionale del mercoledì; altro luogo in cui le persone possono
ritrovarsi e, nel fare la spesa, discutere in armonia e rilassatezza; si può
anche aggiungere che l'area rappresenta anche uno dei pochi polmoni verdi
rimasti alla città di Pescara, inglobata e bloccata dalle logiche mercantili dei
“signori del mattone e del cemento” e dove lo smog provocato da un traffico
perennemente in subbuglio viene mitigato dalla presenza delle piante che offrono
una maggiore ossigenazione dell'aria.
La posa in opera della filovia rappresenta l'ennesimo imbarbarimento di Pescara,
dove l'unica cosa che conta è il denaro di cui le amministrazioni si ritrovano
ostaggio!
Poiché i voti vengono smossi in funzione degli appalti, delle concessioni
edilizie e
delle assegnazioni in conto terzi per la messa in opera di pubblici
cantieri: questa “grande opera” che vogliono far passare in realtà altro non
rappresenta se non uno scambio “politico” e una lapalissiana incapacità di
progettare uno sviluppo ecosostenibile di Pescara, in cui manca totalmente un
piano traffico serio e programmatico, in cui non si hanno vere e proprie zone
pedonali, in cui non si trovano luoghi di socializzazione, in cui non si
“costringe” una ditta come la GTM, che si occupa di trasporto pubblico, a
rinnovare il parco macchine dotandosi di un maggior numero di autobus e
soprattutto di mezzi ecologici, come possono esserlo
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autobus a metano o addirittura elettrici. La filovia è un alibi a tutto questo,
si vuol convincere la cittadinanza che a fronte di un “piccolo” sacrificio si
possano trarre degli enormi benefici.
La Strada Parco andrebbe lasciata quello che è: l'unica vera e reale isola
pedonale esistente in Pescara, quotidianamente rapinata da una mancanza di una
pianificazione seria della mobilità, anzi andrebbe ulteriormente potenziata
garantendo la posa in opera di alcuni servizi, come edicole, bar e, qualora si
voglia, anche la possibilità di aprirvi un grande centro servizi culturali, che
possa, in organizzazione con il consiglio di quartiere, garantire l'accesso alla
cultura e anche alle nuove tecnologie a tutti e soprattutto a titolo
completamente gratuito.
Viale Bovio e buona parte del Quartiere Castellammare si è trasformato da anni
in un quartiere dormitorio, proprio per la mancanza di un luogo di aggregazione
che offra uno spazio adatto a tutti e la Strada Parco rappresenta proprio
questo, per cui sarebbe il caso di finirla con le imposizioni ai cittadini per
il solo accantonamento economico, ma sarebbe il caso di iniziare a ripensare una
Pescara come una città altamente vivibile ed in cui la qualità della vita
rappresenti davvero qualcosa di cui discutere in maniera programmatica e
soprattutto in maniera democratica attuando una serie di consultazioni popolari
che coinvolgano la cittadinanza tutta.
L'alibi del filobus non regge, poiché nasconde una pochezza di idee in merito ad
una seria riorganizzazione degli assetti urbanistici della città: Pescara è una
città con un traffico spaventoso che produce non solo disagi alla circolazione
(questo si riperquote principalmente su chi decide di usare il mezzo pubblico)
ma anche e soprattutto sulla salute perchè l'inquinamento legato alle
micropolveri e agli scarti della combustione degli idrocarburi finiscono nei
polmoni delle persone, aggredendo anche le vernici e gli intonaci delle
abitazioni e i monumenti; quindi perchè non mettersi a tavolino con la
cittadinanza e cercare insieme una soluzione al problema? Invece no si
preferisce decidere in maniera perentoria piuttosto che lasciare la voce a chi
la città la vive quotidianamente, piuttosto che cercare una soluzione a lungo
termine per il miglioramento della qualità della vita e del benessere dei
cittadini; perchè il benessere non è rappresentato dal mero possesso economico,
ma anche e soprattutto dall'avere una città che sappia accogliere e che possa
andare in accordo con uno stile di vita più sano, in cui ci siano luoghi di
confronto, in cui si abbia una mobilità organizzata per il mezzo pulito invece
che per le macchine, in cui si possa passeggiare senza il rischio di essere
investiti.
Bene, signori amministratori e signori dirigenti della GTM, questa possibilità
vi è stata data, ora sarebbe il caso di riconvertire i fondi stanziati per
un'opera inutile come la filovia, per l'ampliamento del parco macchine della GTM
offrendo un servizio migliore e soprattutto ecologico e, per l'Amministrazione
comunale la concreta possibilità di riuscire a varare un piano traffico che sia
pensato per una mobilità ecosostenibile, poiché Pescara così come si trova non
va più da nessuna parte!
Daniele Valeri
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La pagina di Diderot
Strada parco e porca filovia - I cittadini si mobilitano,
interveniamo in appoggio. Bisogna impedire l'avvio dei cantieri. Dal momento
l'Assemblea del 23 scorso in aula consiliare Comune di Pescara ha dimostrato lo
scollamento esistente tra la popolazione e la politica tutta,
dal momento compresa quella che, ahimè, si definisce opposizione di
sinistra, ormai residuale ed ex sinistra radicale, che nel chiuso dei consigli
di aministrazione ha votato a favore dell'insediamento, avviando lo
sperpero di ben 31 milioni di euro per un opera inutile, impattante e preclusiva
agli interessi di tutta la popolazione e
non solo dei residenti. E’ necessaria l’occupazione dei cantieri, e
questa volta la lotta non deve essere gestita da nessun partito. La doppia
morale dei partiti che intascano laute prebende e gettoni presenza
dall'istituzione di commissioni e tavoli tecnici per far finta di
risolvere quello già deciso con contratti già firmati ormai è diventata
nauseante. Alle prossime elezioni mandiamoli tutti a casa. Questa mobilitazione
è stata decisa dal basso e non dai vari Sorgentoni e consiglieri comunali
carrieristi ed autoreferenziali che hanno fatto sfoggio di politichese e
indegna passerella: uno sporco gioco delle parti. La cittadinanza è ingannata.
Ecologia ed intrallazzi.
E alla fine tutto si concluse parafrasando il nobel per la letteratura 1972 Heinrich
BÖLL, con la Foto di gruppo con signora
( in giallo), modo elegante per non dire
a tarallucci e vino. Stiamo
parlando ovviamente del convegno sull’acqua avvelenata dagli scarichi Montedison
di Bussi, tenutosi in Sala Figlia di Iorio-Provincia di Pescara organizzato
dall’ Associazione Articolo 3 ( Mai un articolo della Costituzione è stato
citato così a sproposito ) la cui presidente la signora Allegrino sfoggiava per
l’occasione una mise giallo canarino fosforescente tale
che il Il Centro non potette esimersi dal pubblicare il resoconto con
gigantesca foto dei relatori sorridenti e felici per il
volemose bene , dimenticando chi era
la contro parte. Il convegno è
stato organizzato con relatori, Giovanni Damiani presidente dell’Ecoistituto
Abruzzo, ( già noto per le sue posizioni filo ministeriali , quando nel 2001
dette una mano al Governo negando la pericolosità dell’uranio impoverito
causa delle morti di molti militari italiani e stranieri in missioni
internazionali in Kosovo) un’
Associazione collegata con il fior fiore
dell’ecologia pescarese come Marevivo, Italia Nostra, WWF,
Miladonnambiente, Marelibero, ecc., con
e Adriano Goio supercommissario governativo alla discarica dei veleni che
da 5 anni a questa parte ha prodotto una consistente quantità di …. Nulla ! Chi
è Adriano Goio ? Ecco cosa scrive di lui “
Questotrentino “ un giornale di
Trento,
n° 12 del 17 giugno 2006,
(http://www.questotrentino.it/2006/12/Adriano_Goio.htm)-
“Adriano
Goio, la nomenclatura.
L'ennesima poltrona per l'ex (discusso) sindaco. Settantenne, incompetente,
inaffidabile, ma fa parte del giro degli amici (…)per 14 anni ha occupato,
sempre nomina politica, la poltrona di segretario dell’Autorità di Bacino
dell’Adige. Dove si è distinto per immobilismo, di fronte al degrado delle
condizioni, soprattutto di sicurezza, in cui versa il nostro fiume (…)Alla fine
di due mandati (14 anni), i suoi sponsor politici (il centro-destra, nel
frattempo) non gli hanno rinnovato l’appoggio, preferendogli un nuovo nome.
Scatenando le ire del Goio, che per dispetto si avvicina alla Margherita .Bene,
ora a tale personaggio, ormai settantenne, si affida la poltrona del Corerat
(3.500 euro mensili). Competenza specifica dell’uomo: nessuna. Coerenza
politica: zero, conta la poltrona. E allora, che senso ha una tale nomina? Uno
solo: noi siamo una casta, il potere ce lo spartiamo tra di noi, le poltrone
sono cosa nostra “
E ora tale personaggio, grazie alla politica ambigua dell’allora Margherita-
oggi PD-
ce lo troviamo Commissario straordinario in Abruzzo, ed anche con il
beneplacito delle associazioni ambientaliste che hanno ingaggiato con lui uno
squallido gioco delle parti, altrimenti come possono continuare a percepire
incarichi nel sottobosco delle piccole nomine
che la politica clientelare abruzzese concede loro per tenerseli buoni?
Damiani ha fatto finta di rintuzzare responsabilità ed ha litigato benevolmente
in diretta con Goio , con posizioni riportate ampiamente dai giornali locali che
però hanno tralasciato di riportare l’unico intervento in cui si sono
spiattellate a Goio i giudizi che di lui si danno in Trentino. E rielaborando
Bennato possiamo cantare in coro, “ ma
che politica che cultura .. sono solo…
11
… continua dal numero precedente
(traduzione a
cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)
Per
una storia anarchica della rivoluzione cinese
La vittoria del PCC
In questo contesto non vi è alcun mistero del fatto che nel corso della guerra
quasi tutte le classi sociali cinesi siano giunte a vedere il PCC come quella
forza che poteva offire la migliore speranza per un futuro migliore rispetto al
KMT. L'elite del PCC apparve in grado di proporre uno sguardo a lungo termine
dopo l'ondata di modernizzazione e una efficace capacità di governo. I contadini
vedevano come il PCC teneva sotto controllo i possidenti e gli usurai. A
differenza del KMT, il PCC non era corrotto, ovviamente, e non era in
combutta col l'imperialismo occidentale, dato che durante e dopo la guerra gli
USA avevano fornito il KMT di armi e mezzi di trasporto per le truppe. Eppure
quando il PCC giunse al potere nel 1949 e Mao dichiarò la vittoria dalla porta
di Tienamen, egli lo fece in termini nazionalistici, egli disse che la Cina
doveva "rialzarsi" ed ufficialmente il 1949 venne descritto come la
"vittoria della democratica rivoluzione borghese nazionale." Le 4 stelle più
piccole sulla bandiera cinese rappresentavano l'alleanza che ha portato alla
vittoria gli operai, i contadini, i ceti medi ed i capitalisti progressisti
(cioè nazionalisti).
Non occorre più discutere sul fatto se il Maoismo ha portato la libertà agli
operai ed ai contadini cinesi. Le stesse parole di Mao dimostrano che così non è
stato ed oggi la Cina è diventata una parte vitale dell'economia capitalista
globalizzata. Mao giunse al potere perchè fu capace di seguire i sentieri che
massimizzavano la crescita, il prestigio ed il potere del PCC nei periodi
decisivi, in particolare nel 1927 e nel 1936. Egli aveva una chiara comprensione
delle torsioni e delle svolte necessarie per portare il PCC al potere e per
restarci, queste sue caratteristiche così esplicative sono compendiate
nell'appellativo che un tempo lo rese molto popolare quello de 'il Grande
Timoniere'.
Da un punto di vista anarchico, la questione più interessante e grandemente
inesplorata è quella del fallimento dell'anarchismo cinese nell'offrire una
propria alternativa nonostante il fatto che nel 1920 esso avesse tutti i numeri
per poterlo fare. In primo luogo si può dire che l'anarchismo cinese non riuscì
ad emanciparsi dalle sue origini collocate nella parte più radicale dell'elite
repubblicana. Vi furono anarchici che riuscirono con successo a costruire i
sindacati, ve ne furono di quelli che andarono nelle campagne per organizzare i
contadini, ma il movimento in sè rifiutò di organizzarsi come tale e ne pagò il
caro prezzo.
Andrew Flood
1 Lucien Bianca, Origins of the Chinese Revolution, 1915-49, Stanford University
Press, 1971, p4
2 Anarchism in the Chinese Revolution, Arif Dirlik, 1991, University of
California Press, p34
3 Anarchism in the Chinese Revolution, p27
4 James P Harrison, The Long March to Power: A history of the Chinese Communist
Party, 1921-72, Praeger Publishers, 1972, p16
5 Anarchism in the Chinese Revolution, p2
6 Anarchism in the Chinese Revolution, p148
7 James P Harrison, The Long March to Power, p9
8 Anarchism in the Chinese Revolution, p170
9 Anarchism in the Chinese Revolution, p15
10 Anarchism in the Chinese Revolution, p18
11 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p95
12 Anarchism in the Chinese Revolution, p170
13 Anarchism in the Chinese Revolution, p26
14 Anarchism in the Chinese Revolution, p178
15 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p54
16 Mao: The Unknown story, Jung Chang & Jon Halliday, Jonathan Cape 2005, p28
17 Mao: The Unknown story, p28
18 Anarchism in the Chinese Revolution, p154
19 Anarchism in the Chinese Revolution, p13
20 Anarchism in the Chinese Revolution, p153
21 Anarchism in the Chinese Revolution, p147
22 Cited in Theses on the Chinese Revolution, Solidarity, (1967) online at
http://struggle.ws/disband/solidarity/china_rev2.html
23 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p62
24 Report on an Investigation of the Peasant Movement in Hunan, March 1927,
Online at
http://www.fordham.edu/halsall/mod/1927mao.html
25 Lucien Bianco, Origins of the Chinese Revolution, p68
Questo articolo è stato proposto per il giornale North Eastern Anarchist alla
fine del 2007.
Una versione modificata è stata pubblicata nel n°14, primavera 2009. L'articolo
è stato anche usato come base per un presentazione audio-video intitolate
Anarchism & the Chinese Revolution –
Presentato da Lia Didero
12
![]()
… continua dal numero precedente
a proposito di
Pomigliano
_________________________________________________________
un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”
fine giugno 2010
di Vittorio Rieser
4. ...e gli
effetti del referendum
L'esito del
referendum costituisce uno di quei casi esemplari (frequenti anche se non
frequentissimi) della lotta di classe, in cui il padrone “fa la figura del
cretino”: cioè non ha capito niente della coscienza e dei conseguenti
comportamenti dei lavoratori sottoposti al suo comando. (Per limitarci a
ricordare un altro caso, basti ricordare l'accordo separato del luglio 62, con
cui Valletta si illuse di fermare la lotta contrattuale dei “suoi” lavoratori –
ottenendo invece l'effetto opposto).
Figura esattamente
analoga hanno fatto i sindacati firmatari dell'accordo: il “capolavoro” esaltato
da Bonanni non sembra essere stato particolarmente apprezzato dai lavoratori di
Pomigliano.
(Va detto subito che
neanche chi era contrario all'accordo, probabilmente, prevedeva un tale esito
del referendum: aspetto non irrilevante, su cui torneremo nella seconda parte).
La Fiat
(diversamente da Sacconi e dai sindacati firmatari) ha ammesso esplicitamente
che l'esito è stato diverso dalle aspettative, e ora si trova realmente in una
situazione di incertezza di scelte.
Non credo infatti
che l'”ipotesi su Pomigliano” fosse un semplice trucco, messo in atto per
trovare una scusa per andarsene: il marchingegno messo in piedi con l'accordo
separato era troppo impegnativo.
A questo punto, le
alternative di fronte alla Fiat sono:
-andarsene
da Pomigliano: scelta che al
momento sembra impraticabile per tutta una serie di ovvie ragioni;
-fare
una new company, in cui
vengono assunti con contratto individuale (libero da altri vincoli contrattuali)
solo i lavoratori che aderiscono a tutti i termini contenuti nell'accordo
separato: sarebbe la soluzione “ideale” per la Fiat, ma – anche in base alle
dichiarazioni del ministro e dei sindacati che le sono alleati, oltre che per
difficoltà “giuridiche” – sembra difficilmente praticabile;
restano dunque due
altre ipotesi possibili:
-la
Fiat, basandosi anche sulla maggioranza comunque ottenuta dai “sì” al referendum
e forte dell'appoggio di sindacati firmatari e governo, mantiene l'ipotesi
originaria su Pomigliano, e si appresta a “forzarne l'applicazione” tra i
lavoratori (e magari a chiedere qualche sostanzioso sostegno supplementare al
governo);
-la
Fiat mantiene Pomigliano, ma con un programma produttivo più “debole” e di corto
respiro, analogo a quello che doveva essere il “programma sostitutivo” di Tichy,
riservandosi ulteriori mosse.
Al momento, però, un
punto sembra comunque fermo (da parte della Fiat come dei sindacati firmatari
dell'accordo): non c'è la disponibilità a riaprire realmente una trattativa,
tanto più se questa comporta il rientro di FIOM (ed eventualmente CGIL) al
tavolo negoziale. La reazione dura dei sindacati firmatari alla pur timida
proposta in proposito fatta da Sacconi è significativa.
Questo è un elemento
importante, di cui terrò conto nella parte successiva, in cui – finalmente – mi
porrò “dal punto di vista sindacale”.
13
B) dal punto di vista sindacale
1.l'accordo
e il referendum
Non mi soffermo
sulla scelta FIOM di non firmare l'accordo, perchè le sue ragioni sono state
abbondantemente illustrate: era una scelta giusta e inevitabile. Altrettanto
giusto è stato il rifiuto di un referendum che metteva in gioco “sotto ricatto”
diritti individuali indisponibili. E' stata avveduta l'indicazione di andare a
votare per evitare rappresaglie – senza accompagnarla con indicazioni di come
votare. Quest'ultima scelta era formalmente coerente con il rifiuto della
legittimità del referendum – ma forse derivava anche da un'implicita convinzione
che, sotto ricatto, quasi tutti i lavoratori avrebbero votato “sì”. Una
convinzione esplicitata più volte sia sui giornali della sinistra (il
Manifesto), sia in qualche dichiarazione CGIL – che, affermando giustamente che
avrebbe rappresentato i lavoratori del “sì”, qualche volta ha maldestramente
detto che ovviamente il “sì” avrebbe prevalso in misura schiacciante.
La posizione della
FIOM ha prodotto, anche prima del referendum, alcuni effetti importanti: gli
scioperi a Mirafiori, e l'affermazione FIOM alle elezioni RSU di Melfi. In
sostanza, la posizione assunta dalla FIOM ha fatto sì che i lavoratori non la
percepissero come “un sindacato come tutti gli altri”, ma come un possibile
punto di riferimento. “Possibile” e non scontato: può anche avvenire (com'è
avvenuto in Fiat in un lontano passato) che questo si traduca in un “avete
ragione, ma purtroppo non contate niente”. Dipenderà, anche, da come la FIOM
riuscirà a utilizzare un risultato che le dà ragione (in una misura superiore
alle aspettative) e che in qualche modo “riapre i giochi”.
Questa nuova
prospettiva non va vista solo nei termini di un (improbabile) rientro nella
trattativa, ma in termini di cosa si intende fare dopo, per tutelare i
lavoratori di Pomigliano – e di altri stabilimenti in cui la Fiat tenterà di
estendere, se non la lettera, lo “spirito” dell'accordo separato di Pomigliano.
6.l'ipotesi
di rientro nel tavolo negoziale
Come abbiamo detto,
è un'ipotesi improbabile, visto se non altro l'atteggiamento dei sindacati
firmatari. Ma non ci si deve rinunciare,e va proposta – come faceva, in
condizioni di isolamento, la FIOM e la CGIL negli anni 50: per una ricerca
incessante di ogni possibile occasione di ricostruire l'unità tra i sindacati, e
per un criterio di “realismo”, che tenga conto dei mutamenti nelle condizioni
immediate e non rinvii tutto al futuro. Se vogliamo, la proposta di “riapertura
del tavolo” rientra – non per scelta FIOM – nella “propaganda”, ma in quella
seria, in cui il sindacato fa sapere quali sarebbero le sue intenzioni.
Ma la proposta di
rientro non può avvenire “al ribasso”. Non può, anzitutto, essere una proposta
tipo “a questo punto firmiamo anche noi”
- come si ventila nel PD e forse auspica anche qualcuno in CGIL.
Naturalmente, dev'essere una proposta che parte dall'impianto dell'accordo, ma
ne propone alcune modifiche sostanziali:
-anzitutto,
ovviamente, l'eliminazione delle clausole che violano diritti sindacali e
costituzionali;
-ma,
anche sui 18 turni, non ci si può
limitare ad accettarli nei termini proposti dalla Fiat: avrebbe senso, ad es.,
una proposta di riduzione d'orario per il turno notturno;
-sono
poi importanti alcune proposte di modifica apparentemente “di dettaglio”: ad
es., sui tempi di lavoro, la procedura di reclamo/verifica contenuta
nell'accordo è quella vigente in Fiat prima del '68: è il singolo lavoratore, da
solo, che deve andare a reclamare (esponendosi così a possibili rappresaglie), e
solo in ulteriori istanze possono intervenire le RSU; a queste andrebbe invece
attribuito un “diritto di iniziativa”.
Sono solo alcuni
esempi: ma sarebbe sbagliato “appiattirsi sull'accordo” per poter
“rientrare”, per poi sentirsi dire “no, tu no!”. Già che probabilmente si
tratterà solo di “propaganda”, che sia propaganda seria, che fa conoscere ai
lavoratori in che direzione ci si muoverà:
… continua nel
prossimo numero
presentato da Mario
Boyer
14
![]()
(...continua dal numero precedente)
Resistere alla
marginalità: comunità aperte
Non si tratta
di conservare il passato, ma di
realizzare le
sue speranze.
T. W. Adorno
Nel vocabolario della
ricostruzione, «comunità aperte» avrebbe dovuto
significare partecipazione e democrazia diretta. Nella ricostruzione del
Friuli, criticando quello che era stato per il Belice (1968), così il
parroco di Santa Ninfa del Belice si pronunciava:
Non
diventate Belice, perché è troppo grosso il Belice come scandalo, come motivo
di riflessione e come ingiustizia, da poter pensare che si ripeta anche
fra di voi […] [...] Fate in modo
che la nostra gente sia [...] responsabile e partecipe dei suoi fatti,
non fatela emarginare assolutamente da qualunque partito o potere.
Democrazia sì, imposizione no; e
democrazia è partecipazione, mai imposizione; democrazia è
rispetto dell’uomo e l’uomo deve essere lui il costruttore di se stesso e
del suo bene [...].
Guardate che questo Belice può essere il Friuli, i disegni faraonici, le
urbanizzazioni discutibili, quel
passare sopra la testa di tutti, il voler realizzare secondo criteri
verticistici erano esclusivamente opera e quindi responsabilità di coloro
cui il governo aveva dato
l’incarico di realizzare la ricostruzione. Si trattava cioè delle
cosiddette opere a totale carico dello Stato – e può avvenire anche nel
Friuli – quelle cioè che lo Stato
si assume di fare in proprio, quelle che eliminano la responsabilità
e la partecipazione del cittadino interessato, quelle che sono insomma la
peggiore elemosina che si possa
compiere, perché si fanno male e distruggono l’uomo nella
sua
dignità48. Responsabilità e
partecipazione perché «l’uomo deve essere il costruttore di
se stesso e del suo bene» vuol dire ‘internalizzare’ il locus of control
della psicologia sociale; vuol
dire, usando il linguaggio di Carl Rogers, agire
orientati dall’attualizzazione, decidere cioè della propria vita
liberamente verso una piena
realizzazione della propria autenticità 49; vuol dire, per citare
un’altra voce della psicologia umanista, rispettare la ‘scala dei
bisogni’ strutturata da Abraham
Maslow50, che tradotta in termini sociali significa
che non si può promuovere una società attualizzante (autostima,
riconoscimento sociale, autorealizzazione) se non sono soddisfatti in
detta società i bisogni di livello
inferiore, vale a dire quelli collegati alla
sopravvivenza, alla serenità e all’appartenenza sociale; vuol dire – come
ha scritto Guido Crainz riferendosi
all’esperienza friulana – «democrazia dal
basso – nelle assemblee delle tendopoli, nel coordinamento dei paesi
terremotati»; vuol dire «capacità di unire la sfiducia nel Palazzo e la
fiducia in se stessi. Ma anche in
quel concreto operare di uomini e istituzioni. In
quel concreto operare anche del Palazzo. Anch e dei legislatori nazionali
e degli amministratori locali, a
contatto diretto e talora conflittuale con gli
amministratori. Con i cittadini. Con i paesi e le culture colpite dal
sisma»51. Responsabilità e
partecipazione perché anche nel processo pedagogico di
ricostruzione sociale non può esserci alcuna educazione democratica
possibile che non contempli un’integrazione, allo stesso tempo, tra
partecipazione e responsabilità, accettazione e rispetto, promozione
della specificità individuale nelle
libere relazioni sociali. John Dewey, ad
esempio, ha sostenuto che «la libertà non è qualcosa che può venire
regalata agli uomini dal di fuori
[...] ma che può essere posseduta solo in quanto gli
individui partecipano al suo conseguimento» 52. Libertà che può
svilupparsi attraverso
un’educazione/pedagogia in grado di porsi quale cultura
dell’interdipendenza a tutti gli effetti, cultura e pratiche per una
società fatta
di
uomini e per gli uomini permeate da un’idea di società fondata sull’ascolto, il
dialogo, la conversazione; dove l’ascolto è il disporsi a
ricevere le ragioni dell’altro e coglierne le radici; il dialogo è
comunicazione reciproca; la
conversazione è la realizzazione del dialogo, l’atto
concretamente costitutivo, in quanto – spiega Franco Cambi – nella
reciprocità dei discorsi «si crea un con-vergere, un andare-verso-insieme»;
la conversazione è dialogo costruttivo di spazi d’intesa comune e di
un’etica comune di comunicazione e
di convivenza 53. Perché l’altro è già «nel vivo
del soggetto»; il principio d’inclusione è originario, come per
l’uccellino che – per usare la
metafora di Edgar Morin – «quando esce dall’uovo, segue
sua madre». L’altro è una necessità interna. Il soggetto si struttura con
la mediazione degli altri soggetti
anche prima di conoscerli veramente. Il
soggetto emerge al mondo integrandosi con l’intersoggettività.
L’intersoggettività è il tessuto di esistenza della soggettività,
«l’ambiente di resistenza» del soggetto senza il quale esso deperisce. La
comprensione stessa non può emergere che nella relazione intersoggettiva ed è
spesso immediata, quasi
intuitiva54.
Un’educazione/pedagogia quale cultura e pratica dell’interdipendenza può
fare dello «spazio dell’incontro» uno spazio etico/politico/culturale,
disposto a giocare in pieno il suo ruolo di modello di convivenza, di
organizzazione sociale, di valore culturale sia come fine che come mezzo.
I modelli educativi e scolastici
«devono confrontarsi e prestare attenzione agli
aspetti esistenziali, alla diversità dei vissuti, alle varie radici
culturali e linguistiche, mitiche e
religiose, antropologiche ed etniche. La situazione di
instabilità attuale può avere una lettura in positivo se serve a giocare
un ruolo importante nella critica
di modelli educativi obsoleti, e a favorire
l’emergere di progetti educativi dove la tolleranza, la dialettica dei
valori, il diritto di ognuno alla
propria diversità trovino spazio e cittadinanza»55. La sfida, dunque, è quella
di innestare e sviluppare pratiche sociali diverse
per una società diversa, una società che non deve preoccuparsi di far
necessariamente sintesi delle differenze ma, al contrario, impegnarsi a
garantirne il libero sviluppo in un processo continuo. Accettazione e
varietà, diversità e pluralismo sono sul versante pedagogico componenti
fondamentali. Sarebbe contraddittorio sostenere o proporre una via unica
all’educazione/pedagogia, un modello unico: vanno invece accolte
un’insieme di riflessioni e idee che mirano alla critica e alla
dissoluzione di discriminazione, esclusione, emarginazione e razzismo 56, di
dominio e autorità intesi come rapporto gerarchico e di subordinazione tra
individui, non solo tra governati e
governanti, ma, come ha precisato Murray
Bookchin, in ogni situazione, perché la gerarchia – intesa come sistemi
culturali e psicologici di comando e obbedienza – e il dominio
«potrebbero facilmente continuare a
esistere in una società senza classi o senza Stato. Mi riferisco al dominio del
vecchio sul giovane, dell’uomo sulla donna, di un
gruppo etnico su un altro, dei burocrati (che si pretendono portavoce dei
superiori interessi sociali) sulle masse, della città sulla campagna e,
in un senso più psicologico e
sottile, della mente sul corpo, di una piatta
razionalità strumentale sullo spirito, della società e della tecnologia
sulla natura»57. A riguardo,
Leonardo Trisciuzzi ha ricordato che esiste un filo
discorsivo che collega storicamente le varie forme di emarginazione e
che, implicitamente, rappresenta il livello culturale della società che
stabilisce un tipo di marginalità.
Un filo rappresentato dai valori culturali di una data
società e il modo con cui essi regolano i rapporti sociali e vengono
trasmessi alla generazione
successiva. Ogni epoca culturale ha dunque il suo ‘centro
culturale’, il quale stabilisce uno specifico modello comportamentale.
Ogni cultura tramite l’educazione
impone una direzione, il cui traguardo tende a
coincidere con l’immagine dell’uomo che quella cultura sceglie e produce.
La società ha sempre fornito lo status e il ruolo degli individui,
delimitandone la possibilità di manovra nell’ambito di quella cultura
economica58. Nota, a tal proposito, Herbert Marcuse che nella società
così come organizzata la gente
«gode di una porzione considerevole di libertà nel
comprare e nel vendere, nel cercare e nello scegliere un lavoro,
nell’esprimere la sua opinione e nel muoversi in tutte le direzioni. Ma
le sue libertà non trascendono mai
il sistema sociale stabilito, il quale determina i
suoi bisogni, le sue scelte e le sue opinioni» 59. Anche il sistema
educativo viene troppo spesso
pensato come supporto allo sviluppo economico, lo si
vorrebbe esplicitamente organizzato in funzione ancillare alle necessità
15
dell’economia, annullando
così l’aspetto fondativo dell’educazione stessa,
ovvero luogo di relazione, strumento per affermare la libertà e
l’uguaglianza. In
contrapposizione a questo sistema di dominio bisogna quindi mostrare che altre
forme di relazione tra gli individui, basate sull’uguaglianza
sostanziale, sulla libertà e il consenso, possono dar vita a comunità
sociali aperte, non coercitive e
solidali. Da questo punto di vista, non si può non
notare come «autoritarismo, centralismo e patologia sociale» sono fattori
che tornano puntuali nelle accese critiche al modello imposto per la
ricostruzione del Belice: «lo Stato pretendeva di progettare e di gestire
gli interventi da Roma. Anziché
capire il contenuto di ordine economico,
sociale e di organizzazione che le comunità avevano avuto prima del sisma
e aiutarle a riconquistarlo in
termini di continuità, veniva assunto un modello
astratto, carico di utopia, di rifondazione urbana. Infine, anziché
ridurre all’essenziale il carico
procedurale degli interventi, si è adottato un modello
ad alta complicatezza burocratica. Centralismo, utopismo, burocratismo
hanno così generato tutte le premesse per i ritardi, per il mancato
conseguimento dei risultati, per lo sterile assistenzialismo e per la
patologia sociale»60. Al contrario,
nel ‘modello’ Friuli, «l’elezione dei sinistrati a
protagonisti assoluti [della ricostruzione] ha garantito la
provvidenziale presenza sul campo
di soggetti attenti e interessati al buon esito delle
operazioni individuali, e ha creato un esaltante fenomeno di frenetica
vitalità»61. È interessante notare come quanto fin’ora detto trovi
soprattutto da un punto di vista socio pedagogico forti corrispondenze nelle
prassi adottate per la ricostruzione friulana: A posteriori si può affermare che
gli obiettivi emersi da quel dibattito [sulla
ricostruzione] si potevano ricondurre ad alcuni principi basilari:
• un principio di tempestività pena il rischio di passare dal danno al
degrado sociale; • un principio di
autonomia e di assunzione di responsabilità diretta da parte di
tutti i soggetti, istituzionali e sociali, localmente coinvolti; • infine
un principio di continuità [evitando di] realizzare ristrutturazioni
organizzative, socio-economiche e territoriali radicali [ex novo] pena la
perdita di consenso e di risposta sociale unitaria62.
Teorie educative per una ricostruzione sociale, fondate cioè sulla
concezione dell’uomo quale essere
interattivo, dialogico e cooperativo, ce ne sono ma
vengono spesso avversate. Nella critica di Paul Goodman 63, ad esempio,
nella nostra società «bambini intelligenti e vivaci, potenzialmente
capaci di conoscenza, di nobili
ideali, sforzi onesti e di qualche forma di realizzazioni
intrinsecamente valide, vengono trasformati in bipedi inutili e cinici, o
in giovani per bene chiusi in
trappola o precocemente rinunciatari, sia dentro
che fuori del sistema organizzato. Il mio scopo è semplicemente questo:
dimostrare come oggigiorno sia disperatamente difficile, per un bambino
normale, crescere fino a farsi uomo, perché il nostro attuale sistema
sociale organizzato non richiede
uomini: sono pericolosi, non convengono»64. Il
progetto goodmaniano, esplicandosi sostanzialmente nella difesa e
nell’allargamento degli spazi di libertà esistenti, interpreta molto bene
quel
pragmatismo
democratico attraverso cui hanno potuto prendere corpo
teorizzazioni ed esperienze educative alternative. Si pensi allo stesso
Dewey: «l’estendersi dell’area degli interessi condivisi, e la
liberazione di una maggior varietà
di capacità personali che caratterizzano una democrazia
[...], una volta create uno sforzo
deliberato s’impone per sostenerle ed
estenderle»65; o all’approccio antropologico di David Graeber: «relazioni
sociali anarchiche e forme di azione non alienata già esistono intorno a
noi. E questo ha una valenza
critica, perché ci mostra che l’anarchismo è già
adesso, ed è sempre stato, una delle principali basi per l’interazione
umana. Ci autogestiamo e
pratichiamo il mutuo appoggio da sempre. L’abbiamo
sempre fatto»66. Si tratta,
sostanzialmente, di teorie educative che muovono partendo da:
• critica del quotidiano67;
• allargamento degli spazi di libertà esistenti, pratica degli spazi di
libertà come modelli alternativi già presenti e/o come spazi di
cambiamento possibile; •
educazione/pedagogia che vede gli allievi come fine e non come
mezzo68; •
educazione/pedagogia consapevole del suo essere fallibilista e
contingente: fallibilista perché educa al dubbio, in primo luogo
sull’educazione e sull’educatore stesso e i suoi metodi. Contingente
perché rinuncia ad autoriprodursi forzosamente: deve lasciare libero l’altro di
percorrere una via diversa69. Anche Paulo Freire, ad esempio, ha sostenuto che i
programmi educativi devono venire
‘dal basso’; in questo contesto, l’educatore assume il ruolo di
tramite importante, ma deve prima imparare per poter insegnare;
attraverso il dialogo quotidiano
con chi gli sta davanti, sviluppando discussioni, deve
capire quali sono i loro problemi fondamentali e basarsi sulle loro
conoscenze. Si tratta di un’educazione ‘coscientizzatrice’, che non
significa semplice presa di
coscienza ma avvicinamento critico al mondo e alla
propria quotidianità. Un’educazione critica/problematizzante che, avendo
come punto di partenza gli uomini concreti nel loro qui ed ora, sviluppa
nell’educando e nell’educatore un
atteggiamento critico di fronte alla realtà
in cui vive. Un processo su cui si avvia la persona, lungo il quale si
disvela la sua realtà, si apre la
possibilità di esprimerla e di comprendere il mondo
per poi impegnarsi nella sua trasformazione70.
La costruzione di dimensioni educativo/comunitarie aperte è dunque
essenziale per resistere alla marginalità e all’esclusione sociale;
perché è un processo che stimola ed
educa all’azione diretta; perché rappresenta in un
certo senso il tentativo di mediazione tra l’individuo e la società, una
microsocietà con regole diverse, in una scala e in una misura umana che
permettono agli individui che ne fanno parte di controllarla 71; perché
sviluppa e diffonde modelli e prassi di resistenza: per saper meglio
resistere al prossimo shock.
Pedagogicamente parlando, e condividendo la riflessione di Marc Augé, nel
cratere del terremoto aquilano oggi siamo tutti chiamati innanzitutto a
dover affrontare seriamente la
necessità «di reimparare a sentire il tempo per
riprendere coscienza della storia. Mentre tutto concorre a farci credere
che la storia sia finita e che il
mondo sia uno spettacolo nel quale quella fine viene
rappresentata, abbiamo bisogno di ritrovare il tempo per credere alla
storia. Questa potrebbe essere oggi
la vocazione pedagogica delle rovine» 72. Senza
«una storia» non si sedimenta né azione diretta né resistenza, anzi,
rimaniamo «profondamente vulnerabili all’azione di quelle persone che
sono pronte a trarre vantaggio dal caos per i propri scopi». Appena
disponiamo «di una nuova versione dei fatti che offre una diversa
prospettiva sugli eventi scioccanti, ritroviamo l’orientamento e il mondo
torna ad avere un senso per noi»73.
48 Giovanni Pietro Nimis,
cit., p. 16. 49 Per Rogers la
salute è un processo di pieno sviluppo di se stessi in modo autentico, la
malattia è l’inautenticità, il
falso Sé. 50 Bisogni fisiologici,
bisogni di sicurezza, bisogni associativi e di appartenenza, bisogno di
autostima e di riconoscimento
sociale, bisogno di autorealizzazione.
51 Guido Crainz,
Introduzione, in Giovanni Pietro Nimis, cit., p. VIII.
John Dewey, Intelligenza creativa, riportato in Luigi Corvaglia,
Psicopatologia della libertà.
Capitalismo e nevrosi ossessiva, CSL Camillo Di Sciullo, Chieti, 2003, p. 122.
53 Franco Cambi, Incontro e
dialogo. Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci, Roma,
2006, p. 25. 54Edgar Morin, Il metodo 5. L’identità umana, Raffaello
Cortina, Milano, 2002, p. 57. 55
Simonetta Ulivieri, Sentieri storici dell’emarginazione, cit., p. 36.
Si veda Alessandro Vaccarelli, Dal razzismo al dialogo interculturale. Il
ruolo dell’educazione negli scenari
della contemporaneità, ETS, Pisa, 2008.
57 Murray Bookchin,
L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, Elèuthera,
Milano, 1995, p. 25. 58
Leonardo Trisciuzzi, Il centro e il margine. Conformismo educativo e
dissenso esistenziale, in Simonetta
Ulivieri (a cura di), cit., pp. 49-50. 59
60 61
62 Herbert Marcuse, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, p. 289
Giovanni Pietro Nimis, cit., p. 44. 60 Ivi, p. 20.
61Ivi, p. 57. 63
Si veda Paul Goodman, Individuo e comunità, Elèuthera, Milano, 1995.In
Filippo Trasatti, Lessico minimo di pedagogia libertaria, Elèuthera, Milano,
2004, p. 103. 65 John Dewey,
Democrazia e educazione, Sansoni, Firenze, 2008, pp. 95-96.
66 David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano,
2006, p. 75. 67 Si veda Raffaele
Mantegazza, Teoria critica della formazione. Espropriazione dell’individuo e
pedagogia della resistenza, Unicopli, Milano, 1995.
68 Si veda Francesco Codello,
La buona educazione. Esperienze libertarie e teorie anarchiche in
Europa da Godwin a Neil, Franco Angeli, Milano, 2005.
69 Per una cornice
epistemologica si veda John Dewey, Rifare la filosofia, Donzelli, Roma, 2002. 70
Di Paulo Freire si vedano: La pedagogia degli oppressi, Mondatori,
Milano, 1971; L’educazione come
pratica della libertà, Mondatori, Milano, 1973.
71 Filippo Trasatti, cit. p. 22.
72 Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri,
Torino, 2004, p. 41. 73 Naomi
Klein, cit., p. 525.
fine
Edoardo Puglielli
16
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Per non
dimenticare
In queste giornate rischiano
di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera
umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono
le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che furono annientate. Solo nei mesi
immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila.
Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350
mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni.
Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui sono state impiegate
armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando
intere generazioni e annichilendo intere città. Bisogna ricordare che la
paternità storica di tali crimini commessi contro l’umanità, rimasti tuttavia
impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un
momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.
In particolare occorre
riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si
è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito
per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi
tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio,
e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere
sperimentata (tale ragionamento è semplicemente cinico). Il secondo motivo era
di ordine strategico-politico, in quanto la seconda bomba era inutile per
vincere la guerra contro il Giappone, un Paese stremato, ridotto alla mercè dei
vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda
esplosione, un gesto scellerato compiuto in funzione antisovietica. In tal senso
le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda
guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”.
Insomma, si trattava di una scelta ben precisa, un chiaro segnale intimidatorio
teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni.
Negli anni successivi al ‘45
le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS l’ottenne nel
1949 (grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla
creazione della bomba H per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un
giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia
nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, segnato da una prima
proliferazione degli arsenali atomici, si generò un clima di “guerra fredda”,
nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora
esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica)
erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi
atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla
base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della
deterrenza che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un
conflitto termonucleare totale.Tale “equilibrio”, benché utile deterrente
sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli
arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari
divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al
punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e
Nagasaki apparivano come “giocattoli”. Gli arsenali atomici a
disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma
nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo)
erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma
decine di volte.
Nel
corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla
stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale
riduzione delle armi atomiche possedute dalle due superpotenze. In quegli anni,
esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (in italiano
“Giochi di guerra”) che racconta la storia di un ragazzo di Seattle che,
giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa
nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il pericolo di
un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come
in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe
potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi. Eppure
la situazione odierna è più pericolosa di quella descritta, relativa al periodo
della “guerra fredda”.
Attualmente, gli Stati che
dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto
“Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia,
Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece,
gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a
programmi di riarmo nucleare sono il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e
alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, cioè Ucraina, Bielorussia e
Kazakistan. Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche
come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche
e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto
diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle
mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze
(USA e Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse
offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’odierna situazione
internazionale, avvolta in quella che convenzionalmente è definita “la
spirale guerra-terrorismo”, segnata da tensioni e contraddizioni
17
aggravate dalla politica
della cosiddetta “guerra globale preventiva” che, di fatto, alimenta le
spinte oltranziste in ogni angolo della Terra. Per questo, non di “spirale”
si tratta, ma di mostri gemellari partoriti dallo stesso apparato di distruzione
e oppressione: l’imperialismo Usa.L’odierna situazione planetaria è dunque più
insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e
dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11
settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove
generazioni di bombe nucleari più piccole e facili da utilizzare. Nonostante
ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da
parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello più basso rispetto
agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è
stata un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un potente
effetto deterrente.
Oggi quell’equilibrio non
esiste più ed è rimasto solo il “terrore”. Anzi, la situazione è
profondamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da
soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati
con arroganza e che li ha condotti all’isolamento. Oggi assistiamo ad un
insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un
coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Basti pensare che all’aeroporto
militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte almeno
90 testate nucleari. Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno
scenario internazionale, rammento alcuni episodi del 2002, quando India e
Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono
sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al
confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana
omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive nella regione), una
pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad uno scontro militare e al
ricorso ad armi nucleari. Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la
stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono
atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa
denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di
“antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più
grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia,
che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed
agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in
contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Giappone, Europa e Cina,
o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre
finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi
atomiche, ma solo a quelle convenzionali.
Finora ho fornito una
ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando a evidenziare un
confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è
assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda
rispetto al passato. A tale proposito cito un brano di un articolo di Giorgio
Bocca (apparso anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale
l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto
capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima
atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia
venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso
in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se
ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione
totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava
in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini il
fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo,
cioè il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale.
Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che
giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con
fermezza e in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni
forma di vita sul nostro pianeta.
Le cause delle guerre, siano
esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il
controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie
prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da
parte di un altro popolo, cioè di una classe sociale da parte di un’altra
classe. Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto
bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si
sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie
assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della
guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente tra guerre tradizionali e
guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE
TOTALE: un “dettaglio” che non è certo trascurabile, per cui non va
sottovalutato.
Dunque, concludo con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo e
utopistico, esprime un’istanza diffusa tra la gente comune, implica un
presupposto di estrema importanza e contiene una proposta indispensabile alla
salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra:
BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E
L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!
Lucio Garofalo
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INVITO

Presentato da
Annalisa Cerretani d’angelo
19
I NOSTRI
PRINCIPI
1) Questo “Foglio” si autofinanzia
e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base
al principio dell’Autogestione!
2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro
funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile!
L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!
3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella
pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza
interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio
per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità
delle idee.
4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base
al principio della rotazione delle cariche!
5) Si applica la formula “Articolo
presentato da.....” per
permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però
da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!
6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di
voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità
assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato
deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!
7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura
democratica!
8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni
forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!
9) L’ultimo principio
non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e
si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più
difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In
realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi
principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali
per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e
poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere
coscienti. Questo è il principio della Coscienza!
“IL SALE”