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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

anno 11 –
numero 115 – Marzo 2011

www.ilsale.net
e-mail:
scriviailsale@libero.it
Sommario
posto all’ attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti
di
Giuseppe Bifolchi
di Antonio Mucci
di Luciano Martocchia
di Giuseppe Bifolchi
di Lucio Garofalo
di Daniele Valeri
posto all’ attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti
de “Il Sale”
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Posto all’attenzione da Speranza 2000 e
Lorenza Pelagatti
Parole del Subcomandante Insurgente
Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà
con le Comunità Zapatiste
Caracol La Garrucha - 2 agosto 2008
(Parte Seconda)
A quel tempo è stata importante anche la partecipazione di un compagno
meticcio, proveniente dalla città, il Subcomandante Insurgente Pedro, che cade
in combattimento il primo gennaio del 1994.
Di fronte a questa alternativa ed alle comunità che dicono "alziamoci in
armi", il calcolo militare che facemmo - il Tenente Colonnello Moisés forse lo
ricorda bene perché fu su questa montagna che sta alle spalle del villaggio,
lassù, dove avevamo un accampamento, che si tenne una riunione di tutti i
comandi zapatisti -, il piano che presentai loro fu questo: dobbiamo pensare
bene a quello che faremo, perché quando si inizia qualcosa non si può tornare
indietro.
Se noi andavamo a chiedere alla gente se ci si doveva sollevare in armi o no,
non potevamo poi fermarci. Sapevamo e sentivamo che la risposta sarebbe stata un
sì. E sapevamo e sentivamo che quelli che sarebbero morti erano quelli che si
stavano riunendo su queste montagne, qui a La Garrucha.
Poi è successo quello che è successo. Non vi racconterò del primo gennaio del
'94 perché iniziate a saperne un bel po' su di noi - almeno alcuni di voi,
perché altri erano molto piccoli - e si apre una tappa di resistenza, diciamo
noi, dove si passa dalla lotta armata all'organizzazione della resistenza civile
e pacifica.
Accadde qualcosa in tutto questo processo sul quale voglio richiamare
l'attenzione: il cambiamento della posizione dell'EZLN rispetto alla questione
del potere. E la posizione rispetto alla questione del potere è quella che
segnerà in maniera più profonda il percorso zapatista. Noi ci eravamo resi conto
- e per noi vanno incluse le comunità, non solo il primo gruppo - ci eravamo
resi conto che le soluzioni, come tutto in questo mondo, si costruiscono dal
basso verso l'alto. E tutta la nostra proposta precedente, la proposta della
sinistra ortodossa, fino ad allora, era stata il contrario: dall'alto si
risolvono le cose per il basso.
Questo cambiamento dal basso verso l'alto per noi significava non
organizzarci, non organizzare la gente per andare a votare, né per andare ad una
marcia, né per gridare, ma per sopravvivere e per trasformare la resistenza in
una scuola. Questo è stato quello che hanno fatto i compagni, non l'EZLN
originale, quel piccolo gruppo, ma l'EZLN con ormai presente questa componente
indigena. Quello che ora si conosce a grandi linee come la costruzione
dell'autonomia zapatista è un processo che vi spiegherà ora il Tenente
Colonnello Insurgente Moisés.
Prima di questo, volevo segnalare alcune cose. Si dice, non senza ragione,
che negli ultimi due anni, il 2006 e 2007, il Subcomandante Marcos ha lavorato
con impegno e con successo a distruggere l'immagine mediatica che si era
costruita intorno a lui. E si fa osservare come persone che prima erano vicine a
lui ora si siano allontanate o diventate addirittura anti-zapatiste. Alcune di
queste persone sono andate nei rispettivi paesi a tenere conferenze e sono state
ricevute come se fossero stati loro a ribellarsi in armi. Sono gli zapatologi,
pronti a viaggiare con tutti i rimborsi spese, a ricevere gli applausi, le
carovane e qualche altro favore, quando viaggiano all'estero.
Continua
à
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Che cosa è successo? Vi dirò come la vediamo noi. Voi avrete la vostra
opinione. Mi spiego: qui nelle zone indigene si parla molto dei "coyote". A
differenza che tra gli yaquis ed i mayos per i quali il coyote è molto
rispettato ed emblematico, in Chiapas no. Il coyote è l'intermediario. È
qualcuno che compra a buon mercato agli indigeni e poi rivende al mercato a caro
prezzo.
Quando scoppia l'insurrezione zapatista, nascono quelli che noi chiamiamo gli
intermediari della solidarietà. Cioè, i coyote della solidarietà. Questa gente
che diceva, ed ancora dice, di avere il contatto diretto con lo zapatismo, di
avere il telefono rosso, sono quelli che sanno come stanno le cose qui, e questo
per loro rappresenta un capitale politico. Vengono e portano qualche cosa, cioè
pagano a buon mercato; se ne vanno e si presentano come emissari dell'EZLN:
riscuotono molto.
La comparsa di questo gruppo di intermediari, in cui c'erano politici,
intellettuali, artisti e gente del movimento sociale, ci nascondeva l'esistenza
di altre cose, di altri in basso. Noi intuivamo che c'era la Spagna del basso;
che c'erano i Paesi Baschi in rivolta; che c'era la Grecia ribelle; che esisteva
la Francia insorta; che c'era l'Italia della lotta; ma non lo vedevamo.
Temevamo, quindi, che neanche loro ci vedessero.
Questi intermediari organizzavano e facevano cose quando eravamo di moda ed
incassavano il loro capitale politico. Così come chi organizza concerti e si
tiene una quota: riscuote il suo salario, o quello che spetta alla sua
organizzazione.
C'era un altro in basso. Abbiamo sempre avuto questa idea: lo zapatismo ha
sempre detto di non essere l'unico gruppo ribelle, né il migliore. La nostra
idea non era creare un movimento che egemonizzasse tutta la ribellione in
Messico, o tutta la ribellione a livello mondiale. Non abbiamo mai aspirato ad
una internazionale, alla quinta internazionale o non so a che numero sono
arrivati - Ora c'è la Sesta. Ma questa è un'altra, questa è L'Altra
Internazionale.
Che cosa è successo? Vi dirò alcune cose che per voi non saranno novità. La
descrizione della sinistra istituzionale è perfettamente chiara per gli
spagnoli, con Rodríguez Zapatero o Felipe González; per i Paesi Baschi - Gora
Euskal Herria - ancora di più; anche per l'Italia ribelle non deve essere una
novità; ed anche la Grecia può raccontarci molto; in Francia con Miterrand, il
barone, è lo stesso.
In Messico, no. Continua ad esserci questa aspettativa: che è possibile che
la sinistra che ci ritroviamo adesso, se arriva al potere, lo farà impunemente,
cioè: può arrivare a governare senza smettere di essere di sinistra. Spagna,
Italia, Francia, Grecia, praticamente tutti i paesi al mondo possono rendersi
conto del contrario: di gente di sinistra, coerente - non necessariamente
radicale - che smette di esserlo nel momento in cui arriva al potere. Varia la
velocità, varia la profondità, ma inevitabilmente si trasformano. Questo è
quello che noi chiamiamo "l'effetto stomaco" del potere: o ti digerisce o ti
trasforma in merda.
In Messico questo avvicinamento della sinistra, o di quello che si
autodefinisce sinistra, al potere - mi viene in mente ora che su un giornale è
stato scritto che io non ero qui, ma che ero a Città del Messico alle feste
della sinistra, ma non sapevo ci fosse una sinistra a Città del Messico e che
facesse delle feste…. Sì c'è ancora, ma è un'Altra sinistra - dicevo, nel
momento in cui si è presentata la possibilità del potere, è iniziato il processo
di digestione e defecazione del potere su questa sinistra. (...)
Dunque, noi avremmo dovuto, ce lo chiedeva questo gruppo di intellettuali,
artisti, leader sociali, ritornare alla situazione storica presente al 1984,
quando pensavamo che un gruppo, o una persona,
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se arriva al potere, trasforma tutto
dall'alto verso il basso. E che noi depositassimo la fiducia, il futuro, la
nostra vita ed il nostro sviluppo nelle mani di un illuminato, di una persona,
insieme ad una banda di 40 ladroni... che è la sinistra in Messico.
Noi abbiamo detto no. Non è che il presidente legittimo ci sia antipatico,
semplicemente non crediamo in questo processo. Non crediamo che qualcuno,
nemmeno così figo quanto il Subcomandante Marcos, sia capace di operare questa
trasformazione. Noi non potevamo fare questo, ed allora c'è stata la rottura.
Voglio richiamare l'attenzione su una cosa: allora dicemmo quello che sarebbe
successo. Quello che sta succedendo adesso. Quando noi lo dicevamo, dissero che
stavamo facendo il gioco della destra. Ora che stanno ripetendo perfino con le
nostre stesse parole quello che dicevamo due anni fa, si dice che è per fare un
servizio alla sinistra.
Lo zapatismo è scomodo. È come se nel rompicapo del potere ci fosse un pezzo
che non si incastra e di cui bisogna disfarsi. Di tutti i movimenti che ci sono
in Messico, uno di questi - non l'unico - lo zapatismo, è scomodo per questa
gente. È un movimento che non permette di accontentarsi, che non permette di
arrendersi, che non permette di tentennare, che non permette di vendersi. E nei
movimenti dell'alto questa è la logica, questo è razionale. È la "real politik",
come si dice.
Allora si verifica l'allontanamento che, a poco a poco, incomincia a permeare
perfino i settori internazionali, in America Latina ed in Europa,
fondamentalmente. In questo percorso, tuttavia, si sono costruite relazioni più
solide. Per citarne alcune, con i compagni della CGT della Spagna, con il
movimento culturale ribelle dei Paesi Baschi, l'Italia sociale e, più
recentemente, la Grecia ribelle ed insubordinata che abbiamo conosciuto.
Questo spostamento a destra si nasconde in questo modo, si dice: "L'EZLN si è
radicalizzato ed è diventato più di sinistra". Scusate, ma il nostro progetto è
sempre lo stesso: non cerchiamo la presa del potere, pensiamo che le cose si
costruiscono dal basso. Quello che è successo è che quei settori, gli
intermediari della solidarietà, i coyote internazionalisti, o l'internazionale
del coyotaggio, si sono spostati a destra. Perché il potere non ti fa entrare
gratis.
Il potere è un club esclusivo e bisogna avere determinati requisiti per
accedervi. Quello che gli zapatisti chiamano "la società del potere" ha le sue
regole. E vi si può accedere solo se si rispettano determinate regole. Chiunque
cerchi giustizia, libertà, democrazia, rispetto per le differenze, non ha
possibilità di accedervi, a meno che tentenni su queste idee.
Quando noi abbiamo cominciato a vedere questo spostamento a destra del
settore apparentemente più zapatista, ci siamo chiesti che cosa c'era sotto,
cosa c'era dietro. Ad essere sinceri siamo partiti dal contrario: abbiamo
cominciato dal mondo, cioè a livello internazionale, e poi ci siamo chiesti del
Messico.
Per ragioni che forse voi potete spiegare, la vicinanza dello zapatismo è
stata più forte con altri paesi che col Messico. Ed è stata più forte in Messico
che con la gente del Chiapas. Come se ci fosse un rapporto inverso nella
geografia: chi viveva più lontano era più vicino a noi, mentre chi viveva più
vicino era più lontano da noi.
È venuta l'idea di cercarli con l'intuizione ed il desiderio che esistessero:
voi, altri come voi. È arrivata la Sesta Dichiarazione, la rottura definitiva
con quel settore dei coyote della solidarietà. E la ricerca, in Messico e nel
mondo, di altri che fossero come noi, ma che fossero diversi…
…
continua alla pagina 18
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Tutto sotto controllo.
Tonino D’Orazio
Quando siamo presi in giro
lo intuiamo, a volte ci porta il ragionamento, a volte la saggia diffidenza
dovuta all’esperienza, anche se spesso si impara poco perché le fregature non si
assomigliano mai abbastanza per riconoscerle. A volte non ricordiamo.
Ormai bisogna pur porsi
alcune domande su come l’informazione ci stia pilotando sulla vicenda
dell’incidente nucleare del Giappone. Mai la realtà delle immagini che ci
vengono proposte, quasi sempre le stesse, e in concomitanza di quelle Hiroshima,
contrastano fortemente con i toni rassicuranti dei giornalisti.
Ci sono state proposte due
drammatiche visioni. Una lingua enorme d’acqua che scaraventava in aria tutto
ciò che incontrava, un’intera città, macchine, palazzi, navi sui tetti delle
case. La visione era apocalittica. La prima informazione parlava di 11 morti. La
memoria ci porta immediatamente allo tsunami delle Filippine: 200.000 morti.
Oppure al recente terremoto di Haiti: 300.000 morti. Le immagini erano le stesse
o quasi. In verità iniziava la disinformazione. Infatti, cinque giorni dopo il
numero era diventato di 3.373 morti. Dio mio che precisione! Oggi si parla di
10.000 e domani, piano piano anche di 100.000.
L’altra drammatica visione
è quella ovviamente nucleare. Troppo violenta e paurosa. Allora bisogna far sì
che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie. Inizialmente tutto
viene raccontato come “sotto controllo” oppure “esplosioni pilotate”. La tecnica
è far parlare i responsabili politici, come se tutta la responsabilità fosse dei
poteri pubblici, rassicurare la popolazione, evitare il panico e ovviamente
contenere la perdita della Borsa.
“"Quando
hanno capito che
la pressione del
reattore
numero 1 era troppo
grande, hanno
deliberatamente fatto saltare in aria
l'edificio per
rilasciare vapore
debolmente radioattivo, e così
hanno fatto tutto quello che dovevano
fare sull’
edificio numero 1
. "
L’abbiamo sentito tutti, perché veniva ripetuto continuamente a reti unificate.
Eppure
altre informazioni, sui siti americani per esempio e su gran parte dei siti
internet, era
chiaramente spiegato che da quel momento,
con le interruzioni di
corrente elettrica, l’impianto del
flusso del liquido di
raffreddamento non avrebbe funzionato poiché
i generatori di emergenza
erano stati
danneggiati dallo tsunami.
Immediatamente si capì quanto la
minaccia fosse
reale. Inoltre,
da quel momento,
il segretario
di Stato Usa Hillary
Clinton ha
inviato fluidi refrigeranti.
Sul posto inizierà una
lotta drammatica per impedire la fusione. Consideriamo per un momento il
personale dello stabilimento: essi sanno che la loro possibilità di fuga è
diventata debole, ma essi si atterranno alla loro missione: si deve limitare
l'evento, limitando i danni, salvare il salvabile per il Giappone, le loro
famiglie, i loro parenti, il loro paese .... Un SMS inviato da un lavoratore,
che chiede alla sua famiglia di andare via dicendo loro addio, è il miglior
riassunto della situazione.
Di nuovo parte la
disinformazione. Nei primi cinque giorni assistiamo ad una grande differenza tra
ciò che viene detto e ciò che si vede.
Si istaura una zona di
evacuazione, che diventerà più grande giorno dopo giorno, si misura la
radioattività (si vendono migliaia di contatori Geiger), si distribuisce lo
iodio miracoloso.
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Commenti a reti unificate:
"Le dosi non sono nocive per le persone"
e "non si può paragonare la
situazione a Chernobyl”. Insomma una volontà permanente per minimizzare. Gli
interessi finanziari mondiali sono a rischio enorme.
Ma siccome non si può
rassicurare troppo con le bugie, allora arrivano gli esperti, ovviamente di
parte,
tali da individuare anche
un evidente conflitto di interesse.
Poi i discorsi del governo
giapponese sono diventati meno ambigui. Nulla era sotto controllo. Anzi.
L’incidente
sale costantemente
sulla scala
dell’International Nuclear and Radiological Event Scale (INES), da una
posizione a 4, che indica
una situazione "sotto
controllo " e
un rilascio di materiale
radioattivo limitato ma importanti
a livello locale, alla
posizioni 6,
incidente grave...
vicino al
massimo 7, rilasciata
per Chernobyl. E contrariamente a Chernobyl vi sono
quattro reattori nucleari. Infatti vediamo dalle immagini le strutture saltare
in aria una dopo l’altra. Gli ingegneri hanno recentemente lasciato le loro
postazioni a causa dell'intensità della radioattività. Lunedì
14, la porta-aerei
degli Stati Uniti
Ronald
Reagan, anche se ancorata a 150
km di distanza, si è spostata
per evitare una nube
radioattiva. Le esplosioni di
vapori carichi di radionuclei,
sono già un segno
del disastro, con
le ovvie conseguenze sulla salute
umana, l’agricoltura, l’alimentazione … (Tutti a
controllare se nei nostri supermercati stanno arrivando prodotti giapponesi!)
Allora entrano in gioco gli
“esperti” dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute), gli stessi che
vedevano nell’influenza H1N1 un disastro planetario rimpinguando le casse delle
case farmaceutiche con denaro fresco, e il 14: "Da
quello che sappiamo fino ad ora sui livelli di radioattività, il rischio per la
salute pubblica è minimo per il Giappone. " Rimane in giro qualcosa di
credibile?
No, di drammatico. A Tokyo
vi sono 35 milioni di abitanti. Li faranno morire di radioattività con la
disinformazione poiché non possono evacuarli definitivamente? E se gira il
vento? Veramente la nostra società super tecnologica dipende dalla meteorologia?
Se tutto non fosse così
drammatico verrebbe da sorridere pensando che la natura con un semplice brivido
della crosta terreste sia stata capace di distruggere tutte le teorie fanatiche
della crescita del nucleare e una delle più grandi e appetitose economie
mondiali.
Mi sembra che il governo
italiano invece abbia detto “Tiremme ‘innanze”.
I soldi prima di tutto. Ma anche la Merkel che inizialmente aveva detto che
andavano chiuse le sette centrali tedesche ora è tornata indietro. Forse
chiuderanno solo le due più vecchie. Insomma creare problemi per poi offrire le
soluzioni.
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La rivoluzione è una scienza, non una semplice
ribellione!
LA
MORALE UMANITARIA!
(Seconda Parte)
L’economia, a differenza di quanto appare a prima vista,
non è la cosa principale. Anche se ci venisse dato uno stipendio mensile di
100.000 euro a testa non si risolverebbe niente, anzi si peggiorerebbe la
situazione. Aumenterebbero il consumismo e la capacità di distruzione
dell’ambiente, la violenza tra le persone, la corruzione; l’egoismo e
l’individualismo prenderebbero le forme più assurde pazzesche e degenerate, con
un imbarbarimento totale dell’uomo e della donna. Potrebbe essere veramente la
fine della Storia umana. Berlusconi
e Marchionne lo sanno e, per il nostro bene, non ci danno un simile stipendio…….
Naturalmente sto scherzando! Ma voglio dire che in questa società tutta basata
sul profitto e sul Dio denaro, i problemi si possono risolvere soltanto
cambiando l’uomo, cioè uscendo dall’economia ed entrando direttamente nella
sfera dei valori umani, dei suoi rapporti, dei suoi bisogni, della sua forza,
della sua spiritualità. Miliardi di esseri umani che soffrono tutti i giorni
hanno una potenza immensa. E la sofferenza peggiore non è quella materiale ma
morale, cioè il fatto di vedere e capire che si soffre ingiustamente e
inutilmente.
E’ l’aspirazione alla giustizia umana che crea la molla,
cioè la capacità, il piacere, l’armonia e la forza per risolvere i problemi di
questa epoca, non l’aspirazione alla ricchezza. Quest’ultima ha generato tutti i
problemi attuali. Alla base della nostra identità e fraternità c’è il fatto di
capire e di sentire che io sono uguale a te, tu uguale a me e noi siamo tutti
uguali in quanto appartenenti alla stessa specie, alla razza umana, al
cosiddetto homo sapiens. Ci si commuove per un cane abbandonato e si passa
indifferenti davanti a tanti poveri buttati per terra che chiedono qualcosa.
Questa è la vera crisi perché è la nostra, cioè dell’essere umano in quanto
tale, che non riconosce più il suo simile.
Questi sono i nostri veri problemi di cui ci dobbiamo fare
carico, per risolverli. Il PIL che praticamente non cresce più (solo l’1,1% nel
2010) ed il debito pubblico alle stelle non ci riguardano. E’ la crisi della
classe al potere, dovuta alla avidità di denaro ed alla concorrenza
intercapitalista, che il governo scarica sui cittadini. Sarebbe da
impacchettarla e rispedirla al mittente pari pari, dalla A alla Z. Purtroppo non
possiamo farlo perché non ne abbiamo la forza. Però mai farcene carico, cioè
dimostrare “senso di responsabilità”, come dicono le Sinistre. Possiamo subirla
perché imposta ma mai accettarla dentro di noi, cioè autoconvincerci. E’ la
forza della prepotenza bruta, non della ragione. Per cui si subisce
momentaneamente per mandare tutto all’aria appena possibile!
Se si acquista questa sensibilità e comprensione, il resto
dei problemi si risolverà molto facilmente. L’amore umano assorbe e valorizza le
differenze razziali-etniche-religiose-patriottiche. Queste differenze fanno
parte della sovrastruttura socio-politica e non della struttura socio-umana.
L’essere umano, quando è spinto da sentimenti altruisti e collettivisti,
sviluppa l’intelligenza e la cultura necessaria per prendere il meglio da tutti
ed unirsi a loro. Questi problemi si risolverebbero molto facilmente con la
libertà ed il rispetto. Purtroppo attualmente non è così. Si vive in una società
in cui questi valori esistono a livello minimo, e la loro espansione si scontra
con il rifiuto del potere, per cui il loro progresso, pur essendo sentito e
voluto da tanta gente, procederà lentamente. Però sarà inarrestabile.
L’esistenza del potere e la sua natura anti-umana va tenuta
presente nella soluzione di qualsiasi problema sociale, altrimenti è un
ragionare astratto. Se si parla soltanto di giustizia umana, altruismo, amore
umano senza tenere presente l’esistenza del potere, diventa un parlare astratto
e religioso. Per cui questi obiettivi diventano impossibili da raggiungere e da
attuare. Mentre se si considera coscientemente e razionalmente l’esistenza del
sistema repressivo-reazionario e la necessità di abbatterlo attraverso un
movimento di popolo basato sull’emancipazione e la rivoluzione, la cosa, pur
essendo difficile, diventa possibile. E’ su questi due aspetti che bisogna
puntare: da una parte l’emancipazione della gente e dall’altra
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la necessità dei
movimenti rivoluzionari. Naturalmente dando la precedenza alla massima
emancipazione possibile, prima di dare l’assalto al potere.
Il rivoluzionario non è un “fuori legge” per partito preso
come lo è il delinquente comune, ma è costretto a ragionare in questo modo
perché capisce che la via dell’emancipazione dei popoli può andare avanti
soltanto attraverso la soppressione del potere. Per questo motivo la rivoluzione
è una scienza non una semplice ribellione.
L’Italia comincia adesso a venire fuori da un periodo di
profondo riflusso e di demoralizzazione rivoluzionaria, dopo gli avvenimenti del
’68 e degli anni ‘70. Il popolo italiano deve ancora digerire il PCI. Non a caso
è venuto fuori un “Manifesto politico” (il manifesto-6/2/11), già sottoscritto
da 1.000 persone in data 6 febbraio, che di nuovo vuole rifondare il PC, dopo
che ci hanno già provato Rifondazione Comunista ed altre organizzazioni ancora.
Il PCI è stato una delusione molto grande!
Il mito della Rivoluzione
Russa e di Stalin si è tramandato per generazioni ed ha impedito
un’assimilazione critica ed autocritica, cioè razionale, di questa esperienza.
Il mito svolge sempre questo ruolo negativo perché fa di un individuo o di uno
Stato un qualcosa al di sopra di tutto, sviluppando una fede cieca in esso,
impedendo alle persone di imparare a riflettere e ragionare con la propria
testa. La stessa operazione, in formato molto ridotto, il potere l’ha ripetuta
con Che Guevara.
La morale rivoluzionaria in sé e per sé è contro il mito
perché basa la sua forza e la sua intelligenza sulle masse, non sull’individuo.
Sono loro che effettuano le scelte storiche e prendono le decisioni, non è
l’individuo. Se le masse non vogliono, l’individuo può anche essere un genio, ma
non riesce a cambiare la loro volontà. Inoltre, da un punto di vista
rivoluzionario, il ruolo dell’individuo, organizzato in avanguardia,
viene visto e vissuto non come un’élite privilegiata
ma come una abnegazione della propria persona al servizio della massa,
cioè del progresso umano. E’ il principio rivoluzionario che gli zapatisti
messicani esprimono con il “Comandare obbedendo!”. L’avanguardia senza la massa
è un insieme di persone apparentemente “eccentriche-bislacche-strane”. Nella
Storia questo distacco si è verificato tante volte e tornerà a ripetersi. Essa
deve saper aspettare il momento giusto per congiungersi alle masse. Al
rivoluzionario non è vero che sono
richieste qualità speciali ma particolari, questo sì. Come per l’insegnante il
muratore l’ingegnere sono necessarie delle conoscenze particolari. Per il resto
il rivoluzionario è uno “stronzo” come tutti gli altri. Senza offendere nessuno,
parlo per me. Il mito non esiste, come non esistono gli eroi ed i martiri. Il
rivoluzionario è semplicemente una persona che la pensa in modo
diverso-particolare e quando uno dice di essere rivoluzionario non è che deve
far sprofondare la terra sotto i piedi dei governanti del mondo, altrimenti non
è niente. Dire sono rivoluzionario è la stessa cosa che dire sono
liberale-riformista-musulmano-cattolico ecc. E’ un modo di pensare come un altro
ed un uomo o una donna come tutti gli altri, con i pregi ed i difetti delle
persone comuni. La scelta è soggettiva e relativa. Lo stesso discorso vale per
tutte le idee.
Parlando con compagni ed amici della Sinistra ho sentito
dire tante volte che “Bakunin e
Marx sono superati perché oggi è un’epoca diversa!”. Secondo me, non è vero! E’
diversa nella forma, non nella sostanza: i principi e le idee della lotta di
classe non sono cambiati, anzi si sono inaspriti perché tuttora viviamo in una
società super classista. Per cui la morale rivoluzionaria è sempre necessaria,
anche se è leggermente cambiata nel senso che prima era il frutto di
un’avanguardia che si metteva alla testa delle masse per guidarle
all’insurrezione e poi all’emancipazione. Oggi la morale rivoluzionaria è il
frutto di un’avanguardia che non si mette più alla testa ma in mezzo alle masse
per guidarle all’emancipazione e poi alla distruzione del potere. Per questo
motivo l’avanguardia di oggi è quella che per prima acquisisce la morale
umanitaria e che si mette al servizio della gente, per diffonderla.
5/3/11
Antonio Mucci
(Continua nel prossimo numero)
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Sul vincolo di edificabilità in Pineta : fatti e misfatti.
( Luciano Martocchia )
La bocciatura del Consiglio dei ministri del provvedimento che amplia la Riserva
Dannunziana di Pescara , disegnata per abbracciare un territorio dalla collina
alla foce del torrente Vallelunga ( un’area di enorme portata
naturalistica, un polmone ecologico tra collina e mare ) rappresenta un
regalo ai palazzinari pescaresi ( gli stessi che l’hanno fatta crescere
disordinatamente durante lo sviluppo urbanistico e la dice lunga sulla qualità
dell’impegno sociale ed ecologico di questo governo: basta con il verde, cemento
per tutti!
C’è chi ne ha già approfittato : in adiacenza della
pineta di Pescara, via Scarfoglio , in un spiazzo ricolmo di attrezzi , ancora
non edificato , campeggia il cartello di un costruttore : “ Vendesi appartamenti villetta
quadrifamiliare – Insula XXVIII –Lotto 8 - Lottizzazione 1912 a cura ing.
Antonino Liberi ( nato nel 1855 e
cognato di Gabriele D’Annunzio) “
Sembra una battuta umoristica , ma è tristemente vera per una concessione
edilizia rilasciata per
edificande palazzine
in anno 2011 e mi risulta
che l’area era di proprietà del Comune e data in gestione ad Attiva
per rimessaggio attrezzature, ora passata inopinatamente ad un costruttore
privato che si accinge ad edificare. Non è precisamente vero che solo l'area RAI
di Via Pantini fosse rimasta fuori dal vincolo, altri spazi quindi subiranno gli
attacchi della speculazione edilizia come già è accaduto per il litorale di
Pescara Porta nuova.
Dov'è il tanto sbandierato vincolo osannato da alcuni partiti quale sonante
vittoria contro la speculazione ?
E’ necessario essere documentati e dettagliati
sulla "ResPubblica" ( un termine composto
latino antico ma
valido su cui è nato il termine "Repubblica"
che sta indicare la "Cosa pubblica" ) , cioè di tutti.
Quando poni l'interrogativo sul perchè in Consiglio comunale chi si picca di
svolgere ( e fa di tutto per accreditarsi come tale)
un ruolo di censore verso i misfatti del potere non è intervenuto
dimostra che hai davvero centrato il nocciolo della questione: fare battaglie o
azioni di lotta selettive mirate solo al "particulare" interesse personale di
visibilità elettorale non giova alla causa dell'ambiente.
Perciò ci dobbiamo chiedere sul
perchè si stende un velo pietoso su licenze di cotruzioni rilasciate a
costruttori amici o vicino agli amici che si danno anche l'aurea di storici
facendo risalire la validità della licenza addirittura all'epoca dannunziana e
qui non stiamo parlando di salvaguardia dei beni architettonici storici come si
vuol far credere ma di palazzi di nuova costruzione e si vuol far leva
sulla Storia per buttar fumo negli occhi all’ignaro cittadino : non
esistono speculazioni edilizie benefiche ed utili e quelle da condannare ad
opera di palazzinari corruttori. La speculazione edilizia è tutta da condannare
in tondo.
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Mi chiedo cosa ne pensa
la Magistratura se indagasse
per quale motivo questa società ad indirizzo pubblico , la cui presidenza
viene nominata dal Sindaco di Pescara, (e la
dirigenza del Consiglio d'Amministrazione a nomina dei partiti che si
spartiscono la torta) debba poi vendere
a privati un'area che le era stata assegnata a fini comuni.
Uno dei
motivi per cui, ahimè, la
Sinistra è arretrata schiacciata da un berlusconismo rampante è proprio perchè
non è esente da un comportamento ambiguo adottato dai cosiddetti "duri e puri"
in apparenza, ( e qui ci inserisco anche i cosiddetti ambientalisti da salotto )
ma che in realtà sono congeniali a quel potere a cui
loro dichiarano di opporsi.
A Pescara la lotta all’abusivismo
si fa a giorni alterni, come la circolazione delle auto in momenti di
sovrainquinamento.
Se davvero si vuole tutelare la Pineta sia dal
cemento futuro e quando si
ristrutturano ediifci esistenti
(vedi viale Primo Vere con tanto di ricorso al Tar), perchè non si è evitata
questa colata di cemento quando bastava rendere non edificabile questo lotto
in fase di approvazione della Variante al PRG? Si poteva dare una
destinazione pubblica al lotto - di proprietà comunale - per realizzarci
edificio un legno dove illustrare la storia e la bellezza della Riserva
naturale.
Invece si preferisce vincolare gli immobili
altrui ma non quelli propri che poi finiscono, guarda caso, ai soliti noti.
Né si è fatta una
battaglia per farsi ridare da Attiva il terreno quando questa ha comunicato
al Comune che stava per venderlo ad un privato costruttore, il quale non ci
avrebbe di certo realizzato un'opera pubblica.
La domanda da farsi è questa: chi siede in
Consiglio comunale poteva fare una battaglia per evitare tutto ciò?
La risposta è sì, ma non è stato fatto.
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FAHRENHEIT |
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ovvero |
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l'altra Italia |
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Giuseppe Bifolchi |
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Amo la radio perché arriva dalla gente |
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entra nelle case e ci parla direttamente |
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se una radio è libera ma libera veramente |
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mi piace anche di più perché libera la mente |
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Così cantava Eugenio Finardi negli anni 70. Parole sante per
chi, come me, è convinto che lo |
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sfacelo a cui è giunto questo paese, pur riconoscendo come
causa principale la sconfitta totale delle |
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idee che una volta erano bagaglio della sinistra e la
vittoria, altrettanto totale, del processo iniziato |
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negli anni 80 (allora si chiamava |
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reflusso |
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) e ora al culmine con le ultime convulsioni del |
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berlusconismo, abbia trovato nella televisione il canale
naturale attraverso il quale, proprio in grazia |
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dello strapotere mediatico assunto dal mezzo televisivo in
tutta la vicenda, costringere la |
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popolazione ad una ebete sudditanza nei confronti del
potere. E |
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l'ebete sudditanza |
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è assolutamente |
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trasversale. Infatti anche con tutta la buona volontà non si
riesce a trovare differenze sostanziali tra |
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chi rimane incollato al televisore per i programmi
spazzatura di Mediaset e chi vi rimane per i |
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teatrini dei vari Santoro, Lerner, ecc. Sconfitta totale
perché |
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l'ebete sudditanza |
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non morirà con |
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l'uscita di scena di Berlusconi, ma fa parte ormai del
patrimonio genetico dei |
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teleasserviti |
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. E tutto |
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ciò con buona pace degli utili idioti che continuano imper
territi ad asserire che il problema non sta |
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nel mezzo televisivo ma nell' |
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uso |
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che se ne fa. Pessimismo totale quindi? In gran parte sì,
ma... |
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Nonostante tutto c'è un'altra Italia, anch'essa
assolutamente trasversale, che non rientra quindi negli |
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schemi stantii di destra e sinistra (almeno per quello che
questi termini significano per il teatrino |
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televisivo). Basterebbe accendere la radio per scoprire
quest'altra Italia, fatta di persone che |
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leggono, pensano, si interessano di teatro, musica,
letteratura e, soprattutto, hanno un concetto della |
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politica che nulla ha a che fare con i politicanti
televisivi di ogni colore e bandiera. |
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Uno dei programmi più belli del pomeriggio radiofonico si
intitola Fahrenheit, prendendo a prestito |
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il titolo dal libro di Ray Bradbury, libro quanto mai
premonitore che, accanto a |
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1984 |
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di Orwell e |
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Il |
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mondo nuovo |
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di Huxley, rappresentava una realtà di fantasia (al momento
in cui questi libri sono |
|
stati scritti) che purtroppo si è rivelata estremamente
simile a quella che ci circonda. |
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I temi attorno ai quali ruotano i romanzi sono tristemente
sotto gli occhi di tutti (di tutti? di chi vuol |
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vedere, non certo di chi si bea della |
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realtà |
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televisiva): la gestione delle informazioni, il controllo |
|
della società attraverso l'imposizione di un consumo di
massa, il regno dell'apparenza, l'estrema |
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incapacità di reagire al degrado civile, ecc. |
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Nel libro di Bradbury tutti i cittadini rispettosi della
legge devono utilizzare la televisione per |
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istruirsi, informarsi e per vivere serenamente al di fuori
di ogni inutile forma di comunicazione. La |
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televisione come elemento ossessivo della società viene
utilizzata dal governo per definire ciò che è |
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giusto e ciò che è sbagliato. I libri sono aboliti e la loro
lettura è considerata sovversiva. Il corpo dei |
|
vigili del fuoco è sempre all'erta per scoprire eventuali
trasgressori e bruciare il corpo del reato (451 |
|
gradi fahrenheit). |
|
La trama del libro, ricavata da Wikipedia, è la seguente: |
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Montag, che per anni è stato un vigile del fuoco, un giorno
commette un'improvvisa infrazione: |
|
decide di leggere un breve trafiletto di un libro che dovrebbe
bruciare. In seguito, attirato dalla sua |
|
prima fugace lettura, salva alcuni libri e inizia a leggerli di
nascosto. La decisione di infrangere le |
|
regole gli viene suggerita dalla conoscenza di Clarisse, una
ragazzina sua vicina di casa, che |
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mostra un modo di vivere strano. Infatti Montag ha notato che i
familiari di Clarisse alla sera non |
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guardano la televisione, che non possiedono, ma trascorrono il
tempo parlando tra di loro, e tutti |
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dimostrano di possedere un'allegria e spensieratezza difficile
da comprendere e facilmente |
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invidiabile. |
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La famiglia di Clarisse sembra felice, a differenza di quella di
Montag, che non ha figli e la cui |
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moglie (che ha appena tentato il suicidio) non ne vuole. Montag,
dopo aver riflettuto a lungo, |
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prende coscienza di non amare né realmente conoscere quella
donna, e capisce che nella sua vita |
|
c'è qualcosa di profondamente sbagliato. La lettura dei libri
che ha preso lo conduce a scoprire un |
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nuovo mondo, ma lo spingono anche verso la rovina. Sua moglie,
dopo aver dato l'allarme alla |
|
caserma, abbandona Montag, mentre i vigili del fuoco lo
costringono a incendiare la sua stessa |
|
dimora. Poco dopo Montag, minacciato e provocato dalle parole
del suo ex-capo Beatty, in preda |
|
alla rabbia brucia quest'ultimo con un lanciafiamme e, ferito da
un segugio meccanico che poi |
|
distruggerà con lo stesso lanciafiamme, fugge dolorante verso la
periferia della città. |
|
Montag fugge poi lungo il fiume, sulle cui rive incontra un
gruppo di uomini fuggiti dalla società |
|
che, insieme ad altri loro compari sparsi per tutta la nazione,
costituiscono la memoria letteraria |
|
dell'umanità, in quanto conoscono a memoria numerosi testi.
Sulla città viene sganciato un ordigno |
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nucleare e Montag, con i suoi nuovi compagni, si avvia verso di
essa per prestare soccorso ai |
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sopravvissuti. |
|
Non può, infine, non essere citato il film che Truffaut ha
tratto dal libro. Le scene finali lungo il |
|
fiume, con i personaggi che recitano, tra il nevischio, i libri
che hanno imparato a memoria |
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rimangono nella storia del cinema. |
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C'è solo da sperare che non la vinca il capitano dei vigili del
fuoco: |
|
«Stammi a sentire Montag: a |
|
tutti noi una volta nella carriera, viene la curiosità di sapere
cosa c'è in questi libri; ci viene |
|
come una specie di smania, vero? Beh dai retta a me Montag, non
c'è niente lì, i libri non |
|
hanno niente da dire!» |
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![]()
La lezione dei popoli magrebini
Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte
nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi
chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria,
appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine
come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte
della penisola arabica,Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen,
Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all'attenzione dei
mass-media.
In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il
quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi
di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori
diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della
politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo
di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici
nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.
Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane
non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un "effetto
domino", come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo
dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla
fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico
su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre
ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un
evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel
quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica
rivoluzionaria.
La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si
anniderebbero dei “burattinai
occulti” che farebbero capo alla
solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente
ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e
semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.
L'ondata rivoluzionaria non
accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia
di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo
l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi
economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo
internazionale.
Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici
nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni
epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza
economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto
il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui
ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico
della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve
petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.
Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani
al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario,
stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra
europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella
lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che
s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che
nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare
ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio
fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.
Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di
queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è
accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore
risolutivo per le sorti di una rivoluzione: si pensi ai soldati e agli
ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i
cosiddetti“interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione
bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.
he
oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano
per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i
regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile
causa” della “esportazione
della democrazia” attraverso la
guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.
E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con
i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali
auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una
prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché
nulla cambi e tutto rimanga come prima.
Lucio Garofalo
17
OLTRE IL PRESENTE
Questo non è il classico
articolo che di solito si trova su Il Sale, ma vuole essere una scrittura che in
qualche modo cerca un risveglio per le coscienze, una ricerca di persone
politicamente attive che abbiano voglia di superare il mero discorso
istituzionale!
Da troppo tempo ormai si
assiste ad uno svuotamento del senso della parola delega, soprattutto per quel
che concerne il discorso più strettamente politico ed è per questo che mi
rivolgo a tutti gli amici de Il Sale ed a tutti i suoi scritto/lettori: mi
piacerebbe che ci si riappropriasse del senso della parola politica e che ci si
rendesse nuovamente conto che la delega non sta lì a rappresentare un semplice
gesto rituale da compiersi al termine di una campagna elettorale. La delega
rappresenta uno strumento importante in una democrazia rappresentativa, ma oggi
è totalmente svuotato di ogni senso poiché si è scambiato questo strumento per
uno scarico estremo di responsabilità, per una sorta di menefreghismo che
impedisce poi a noi cittadini di contare davvero nelle istituzioni. Oggi tutti
lasciano che siano altri a prendersi la responsabilità di governo (che si parli
del singolo comune o dello stesso
Stato Nazionale) e noi assistiamo inermi e senza volontà di reazione,
all'incapacità di coniugare la parola politica con un progetto di sviluppo
sostenibile e dell'impronta fortemente ecologica!
La delega non ci deve
allontanare dal discorso politico, anzi dovrebbe spingerci ad una maggiore
partecipazione alle attività politiche che governano in qualche modo le nostre
vite; perchè sono convinto che la politica, nonostante tutto, continui a
rappresentare il mezzo (l'unico mezzo) attraverso cui si possano migliorare le
condizioni di vita di ognuno di noi, per cui lasciare la visione del futuro o
del presente ai soli amministratori e ai mestieranti rappresenta, per me, la più
grande arrendevolezza che
un popolo posa compiere e soprattutto rappresenta un atto contro se stesso.
Non sono uno di quelli che
pensa che la politica si sia allontanata dalla gente comune, ma penso piuttosto
che la gente comune si sia allontanata dalle “trame di palazzo” per occuparsi
del proprio orticello, credendo che le parole degli amministratori riassumibili
nell'ormai ben noto: “voi non dovete preoccuparvi di nulla, penso a tutto io”,
potesse rappresentare una svolta nella quotidianità di ognuno; una svolta che ci
avrebbe permesso di porre maggiore attenzione a ciò che più ci sta vicino: alle
nostre famiglie, ai nostri interessi culturali, ai nostri hobbies, insomma a
tutto ciò che rappresenta in un certo qual modo la nostra persona e il nostro
vivere giornaliero. Ma il nostro vivere è scandito dalle decisioni che gli
uomini di palazzo, a cui abbiamo ciecamente delegato il nostro futuro e il
nostro presente, prendono per noi e questo va a coinvolgere il nostro tempo, i
nostri affetti e le nostre sensibilità; per cui credo che riappropriarsi della
parola politica sia fondamentale, soprattutto in un momento come questo!
La mia idea di fondo era
quella di costruire un comitato politico di base, un'assemblea permanente con
cui occuparsi di quella che è la gestione della nostra città, con cui discutere
di problemi riguardanti la nostra vita (la vita della collettività) in questa
città; in cui la politicia è totalmente assente e si risveglia nel momento in
cui c'è da vestire a nuovo tutto il comparto per il solo scopo di apparire, n on
assistiamo ad una reale progettazione che porti Pescara verso un futuro fatto di
mobilità sostenibile, di zone verdi, di capacità imprenditoriali legate alla
valorizzazione del territorio in merito ad un discorso turistico. Assistiamo ad
una visione miope della gestione di questa città, legata solo agli appalti delle
imprese edili; non c'è una spinta che porti verso investimenti sulla cultura,
non c'è una spinta che porti a studi di settore per quanto riguarda il
ripensamento di una mobilità che porti le persone a preferire il mezzo pubblico
o la bici al mezzo privato!
Questo mi spinge a chiedere
“aiuto” a persone che so essere molto attente al discorso partecipativo per
cercare di unirsi insieme in un sistema realmente democratico con cui elaborare
critiche e soluzioni a chi amministra la città partendo da un interesse comune e
cercando di coinvolgere, man mano, la cittadinanza in questo: rappresenterebbe
un modo per tornare a riappropriarsi dello strumento di delega che abbiamo
dimenticato da troppo tempo!
La mia idea è quella di
uscire fuori dalla logica che sta dietro i partiti politici che sono legati ad
interessi di voto e tornare a riprenderci in mano noi il senso della parola
politica; per cui, credo, oltre a rappresentare una forma di aggregazione
sociale, potrebbe essere una ricerca di un pungolo per le amministrazioni e per
i partiti stessi a che si cerchi davvero di guardare oltre. Non parlo di una
collaborazione con le amministrazioni ma una vera e propria spinta propulsiva
per fare in modo che ci si renda conto che si possa tornare realmente a contare
e non ad essere un semplice numero, in tanti, che rappresenta un semplice voto.
I problemi di cui si
potrebbe parlare sono davvero tanti in questa città e si può davvero pensare di
rappresentare un discorso alternativo a chi invece lega la parola politica ai
propri privati interessi, senza un occhio attento al futuro, allo sviluppo delle
nuove tecnologie, allo sviluppo di percorsi politici differenti non
necessariamente legati agli interessi dei poteri forti ma consapevolmente
ancorati a ciò che rappresenta la crescita di una collettività, alla capacità di
guardare oltre l'orizzonte imbarbarito di una quotidianità che non ha
prospettive future e che tende solo a mantenere in un galleggiamento precario
quello che è invece lo status quo. Da anni assistiamo ad una mancanza di
progettualità da parte delle amministrazioni che agiscono esattamente come i
regimi totalitari in cui si cerca di salvare le apparenze proponendo solo una
bella vetrina ma il cui contenuto resta vuoto e privo di ogni prospettiva che
porti ad una crescita reale e responsabile.
Daniele Valeri
18
![]()
… continua dalla pagina 5
Oltre a questa posizione rispetto al potere, c'è una caratteristica
essenziale nello zapatismo - e lo vedrete ora che siete qui in questi giorni o
se parlerete con i Consigli Autonomi e con le Giunte di Buon Governo, ovvero con
le autorità autonome -: la rinuncia ad egemonizzare ed omogeneizzare la società.
Noi non pretendiamo un Messico zapatista, né un mondo zapatista. Non pretendiamo
che tutti diventino indigeni. Noi vogliamo un posto, qui, il nostro, che ci
lascino in pace, che non ci comandi nessuno. Questo è la libertà: che noi
decidiamo quello che vogliamo fare.
E pensiamo che sia possibile solo se altri come noi lo vogliono e lottano per
la stessa cosa. E si stabilisce un rapporto di cameratismo, diciamo noi. Questo
è quello che vuole costruire L'Altra Campagna. Questo è quello che vuole
costruire la Sesta Internazionale. Un incontro di ribellioni, uno scambio di
apprendistati ed un rapporto più diretto, non mediatico, ma reale, di appoggio
tra organizzazioni.
Alcuni mesi fa sono venuti qua compagni di Corea, Tailandia, Malesia, India,
Brasile, Spagna - e non mi ricordo di che altre parti - di Vía Campesina. Noi li
abbiamo incontrati a La Realidad ed abbiamo detto loro: l'incontro tra dirigenti
per noi non vale niente. Tanto meno le foto con loro. Se le dirigenze di due
movimenti non servono affinché i movimenti si incontrino e si conoscano, queste
dirigenze non servono.
Diciamo la stessa cosa a chiunque venga a proporci questo. Quello che ci
interessa è quello che c'è dietro: voi, altri come voi. Non possiamo andare in
Grecia, ma possiamo fare un calcolo e dire che non sono tutti qua quelli che
avrebbero voluto venire. Come possiamo parlare con questi altri? E dire loro che
non vogliamo elemosine, che non vogliamo pietà. Che non vogliamo che ci salvino
la vita. Che vogliamo un compagno, una compagna, ed uno/a compagno/a in Grecia
che lotti per le proprie rivendicazioni. In Italia, nei Paesi Baschi, in Spagna,
in Francia, in Germania, Danimarca, Svezia - non elenco tutti i paesi perché se
ne salto uno poi mi contestano -…
Dove guardiamo noi? Mentre vi espongo questo rapido percorso, vi parlo di
un'eredità morale ed etica dalla quale siamo nati. Ha a che vedere soprattutto
con la lotta ed il rispetto per la vita, per la libertà, per la giustizia e per
la democrazia. Noi abbiamo un debito morale con i nostri compagni. Non con voi,
non con gli intellettuali che si sono allontanati, non con gli artisti né con
gli scrittori, né con i leader sociali che ora sono antizapatisti.
Noi abbiamo un debito con coloro che sono morti lottando. E noi vogliamo che
arrivi il giorno in cui ai nostri morti ed alle nostre morte potremo dire solo
tre cose: non ci siamo arresi, non ci siamo venduti, non abbiamo tentennato.
(traduzione del Comitato
Chiapas "Maribel" - Bergamo)

Posto all’attenzione da Speranza 2000 e Lorenza Pelagatti
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1) Questo “Foglio”
si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole
alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!
2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro
funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile!
L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni
minoritarie fino a quelle del singolo!
3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella
pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio
per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.
4) Il Coordinatore
nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della
ROTAZIONE DELLE CARICHE!
5) Si applica la
formula “Articolo presentato
da.....” per
permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però
da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!
6) Laddove
discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa
e necessita il voto, viene richiesta la presenza
nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta.
Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta
dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere
il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!
7) Il motto “Una
penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!
8) Questo “Foglio”
NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria
personale, a pagamento o gratuita!
9) L’ultimo
principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro
di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è
il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”.
In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi
principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali
per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e
poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere
coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!
“IL SALE”