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foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

anno 11 –
numero 116 / 117 – Aprile e Maggio
2011

www.ilsale.net
e-mail:
scriviailsale@libero.it
Sommario
presentato da Campo Antiimperialista
di
Franco Pinerolo
presentato da Axteismo Press
Di
Marco Tabellione
Presentato da Notiziario Campo Antiimperialista
Presentato
da Marinus Van der Lubbe
di Giuseppe Bifolchi
dal libro“Una Voce Fuori dal Coro” di Giorgio Fioretti
di Antonio Mucci
di Lucio Garofalo
di Tonino D’Orazio
de “Il Sale”
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Posto all’attenzione da Speranza 2000 e
Lorenza Pelagatti
Parole del Subcomandante Insurgente
Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà
con le Comunità Zapatiste
Contro-inchiesta sul debito
pubblico italiano e la sua sostenibilità
Scritto da Moreno
Pasquinelli. Presentato da Campo Antiimperialista
Che cos’è il debito pubblico?
E’ un fatto che il debito privato italiano,
quello delle aziende e delle famiglie, è inferiore di circa trenta punti
percentuali rispetto alla media europea, e decisamente più basso di paesi come
Regno Unito o Olanda dove la propensione all’esposizione debitoria è
tradizionalmente alta e non tanto perché sono popoli cicala, quanto per la
natura cosiddetta “marked oriented” dei sistemi bancari e finanziari. Si guardi
al peso della borsa italiana (il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e Pil è
del 28%): lo Stivale in coda alla classifica mondiale, 45° posto, dietro a paesi
come Perù o Sri Lanka. Per questo Tremonti ha tanto insistito ai vertici della
UE dell’anno passato nel chiedere che venga considerato il “debito aggregato”
(somma tra il Debito Pubblico e quello Privato) e non solo quello sovrano. Il
commissario europeo per gli Affari Economici, Olli Rehn, rispose a suo tempo che
sarebbe comunque stato il parametro del debito pubblico a contare in prima
battuta per decidere eventuali sanzioni. La Commissione europea potrà
considerare anche altri fattori (tra cui il debito privato) per avere una
visione d’insieme sulla sostenibilità del debito. Tutto qui.
Il Debito Pubblico è definito come il debito del
settore pubblico ovvero il debito accumulato da uno Stato e dai suoi diversi
enti nei confronti di determinati creditori. Solitamente i governi contraggono
prestiti mediante l’emissione di obbligazioni (in Italia di titoli di Stato come
Bot o Cct) destinate a ripianare il deficit pubblico e a coprire il fabbisogno
finanziario statale. Per dirla con le parole del Ministero dell’Economia: «Il
debito pubblico è pari al valore nominale di tutte le passività lorde
consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti
locali e istituti previdenziali pubblici). Il debito è costituito da biglietti,
monete e depositi, titoli diversi dalle azioni – esclusi gli strumenti
finanziari derivati – e prestiti, secondo le definizioni del SEC 95».
Il debito italiano è tuttavia composto per più
dell’80% da Titoli di stato . Tremonti tranquillizza il paese, sostenendo che
grazie alla “crescita” «Non ci sarà alcuna manovra lacrime e sangue, non c’è
stata durante la crisi e non ci sarà nel periodo 2013-2014». Poi però precisa:
«Il grosso degli interventi è previsto per il 2013 e il 2014». Col che lascia
intendere che il massacro sarà scaricato sulle spalle del governo che verrà dopo
le prossime elezioni politiche. Ma che le sue speranza siano realistiche, è
tutto da vedere. Resta che il destino del paese è tutto appeso a questa
fantomatica “crescita”. Se essa fosse più bassa, o se addirittura avessimo una
nuova recessione, è facile intuire che le lacrime e il sangue scorreranno
copiosi. C’è poi un altro fattore ostativo a questa fantomatica”crescita”, la
composizione anagrafica della forza lavoro italiana, sempre più anziana, per
cui, o si fanno affluire frotte di migranti, o si allunga l’età lavorativa a 80
anni, o un mix di tutte e due le cose. Né va dimenticato che a causa della certa
debacle dei debiti sovrani di Grecia, Irlanda e Portogallo, il contagio potrebbe
estendersi a Spagna e Italia, spingendo i lupi della speculazione a fare affari
vendendo i titoli italiani per riacquistarli poi a tassi più remunerativi e dopo
debita fidejussione europea. Ma su questo torneremo più avanti. Riguardo ai
presunti poteri taumaturgici della “crescita” del Pil varrebbe la pena entrare
nel merito dei parametri aleatori e perversi con cui esso oggi si calcola.
Notiamo che oramai anche analisti ed economisti non certo sovversivi contestano
radicalmente i criteri standardizzati. E’ un fatto che, anche considerando
validi certi parametri, la composizione del Pil italiano non promette nulla di
buono, dato che quasi il 50% di esso è composto da settori improduttivi, quali
quelli del credito, della speculazione, della rendita finanziaria.
Sempre restando al Pil vanno considerati altri
due fattori il peso dell’economia criminale e cosiddetta “illecita”, che si
calcola fatturi 100 miliardi l’anno, e la cosiddetta “economia sommersa” la
quale si dice ammonti (dati Istat 2008) a 260 miliardi di euro, ovvero circa il
15% del Pil.
Quali sono le cause del debito pubblico?
Se il debito di uno Stato aumenta è perché
evidentemente esso non ha altre risorse per coprire l’accresciuta spesa
pubblica, dato che le sue entrate sono inferiori alle uscite. Tra Pil e Debito
c’è una relazione biunivoca, dalla quale si può evincere che il Pil è cresciuto
grazie al secondo, che il debito ha finanziato il Pil. Questo ci aiuta a capire
qual’è stata una tra le cause primarie dell’aumento esponenziale del debito:
grazie ad esso è stato sorretto, diciamo drogato, il ciclo economico, la qual
cosa ha permesso alle aziende capitalistiche di vendere le loro mercanzie
sorreggendo quindi i propri declinanti tassi di profitto. E’ stato quindi il
Capitale, in barba alle esecrazioni ufficiali dei suoi analisti, che ha goduto
di questo debito. Come sappiamo, negli altri paesi, Usa anzitutto, il ciclo
economico è stato invece sorretto dall’aumento enorme del debito privato,
Continua
à
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stratagemma per sostenere un’economia basata sui
consumi di massa a tasso calante dei salari e dei redditi del ceto medio. Qui
debito pubblico, lì privato: due diverse modalità per contrastare la medesima
tendenza, la crisi di sovrapproduzione combinata con la diminuzione del potere
d’acquisto dei salari, due modi per fermare la crescente svalorizzazione del
capitale causata dalla caduta generale del saggio di profitto.
E’ quindi considerando la causa del debito, la
sua crescita esponenziale e la sua fenomenologia, che si può comprendere a
pieno la metamorfosi conosciuta dal sistema capitalistico e imperialistico in
Occidente, consistito nel definitivo passaggio ad un neo-sistema
contraddistinto dal fatto che la rendita finanziaria, ovvero il modo di
moltiplicare guadagni e denaro saltando le fatiche del processo di creazione di
plusvalore, ha preso il sopravvento sul capitale produttivo — dove per
produttivo, con Marx, deve intendersi quel capitale che crea merci (materiali o
immateriali) le quali soltanto incorporano valore di scambio. Si parla a questo
proposito della crescita abnorme della “speculazione finanziaria”, definizione
corretta, solo a patto di considerare che essa non è una patologia momentanea,
un’alterazione maligna di un corpo sano, quanto invece il modus essendi e
operandi del sistema capitalistico occidentale giunto al suo estremo grado di
bulimia. Qui sta il busillis: siamo in presenza di un sistema segnato dalla
tendenza compulsiva a fare profitti ma oramai incapace a creare plusvalore su
larga scala, ovvero della metastasi per cui la sfera finanziario-creditizia,
cresciuta in misura mostruosa, non è più un supporto alla creazione di
plusvalore, ma un gigantesco parassita che capta e succhia plusvalore alla sfera
produttiva per ingrassare quella improduttiva. Il fatto è che tra il parassita e
la sua vittima si è stabilita una relazione simbiotica, così che i due non sono
separabili.
Ma la relazione
biunivoca tra aumento del debito e crescita del Pil, nasconde una relazione
altrettante biunivoca tra capitale e classe dei salariati, poiché anche
quest’ultima ha partecipato alla gozzoviglia, si è ingrassata grazie al debito,
così che il reddito dei lavoratori dipendenti non è venuto più solo a dipendere
dallo scambio col capitale ma, appunto, anche da micro-rendite di varia forma.
In Italia, in particolare, derivanti da risparmio, acquisto di titoli e
obbligazioni, polizze vita, proprietà immobiliari, ecc. Ove questa
cetomedizzazione del proletariato non c’è stata per spontanea germinazione ma è
stata anzitutto la risposta politica e sociale del capitale e del suo personale
politico all’ondata straripante di lotte sociali degli anni ’70.
A quanto ammonta il “servizio sul debito”,
ovvero qual è la cifra degli interessi annui che lo Stato deve rimborsare ai
suoi creditori?
La spesa per gli interessi corrisposti ai
detentori delle obbligazioni statali è detta “Servizio del Debito”. Nel 2003 il
costo del debito, ovvero quanto lo Stato doveva pagare in interessi, era circa
70 miliardi, quasi il 5% del Pil di allora, che già equivaleva a tre manovre
finanziarie. In cifre la spesa per interessi che ha gravato sul deficit pubblico
è stata nel 2008 pari a 80 miliardi di euro. Nel 2010 è scesa a 70,1 miliardi.
Tale spesa è in flessione rispetto ai valori del 2000 quando rappresentava il
6,4% del PIL. Non ci si illuda sulla causa di questa diminuzione, essa è stata
dovuta principalmente alla discesa dei tassi di interesse favorita dalla
politica monetaria espansiva promossa dalla Banca Centrale Europea. Va da sé
che una politica monetaria restrittiva, ovvero l’aumento dei tassi di interesse
della Bce causa automaticamente un aumento degli interessi sul debito. In
effetti questi tassi della Bce, visto che erano scesi quasi a zero, non possono
che aumentare, ciò che la Bce ha in effetti fatto il 7 aprile scorso quando ha
deciso di alzare di 0,25 punti il tasso d’interesse dell’area Euro, portandolo
all’1,25%.
Ecco perché secondo le proiezioni del Ministero
dell’Economia il servizio sul debito è destinato nei prossimi anni a crescere,
passando dagli attuali 70 miliardi ai 97,605 nel 2014, il che farebbe, ferma
restando l’ipotesi ottimistica di una crescita costante del Pil dell’1,5 annuo,
ben il 6% del Pil — «per la spesa per interessi si prevede il 4,8% del Pil nel
2011, il 5,1% nel 2012, il 5,4% nel 2013».
Ognuno capisce quanta parte di ricchezza (la cui
fonte, non scordiamolo, resta pur sempre il lavoro) va in malora solo per pagare
gli interessi passivi.
Chi possiede questo debito?
Fino agli inizi degli anni ’90 il debito
pubblico italiano era quasi intermente un debito interno. Negli ultimi quindici
anni la situazione è profondamente mutata. La quota dei detentori esteri di
titoli di stato è passata dal 5,59% del 1991 al 51,4% del 2009. Un balzo enorme.
E questa quota è certamente cresciuta nell’ultimo biennio. La cosa può sembrare
secondaria, ma non è così. Se uno Stato è in debito coi suoi cittadini, questo
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vuol dire che tra il primo e i secondi si
stabilisce una relazione di reciprocità se non proprio di coincidenza, visto che
i secondi non possono avere alcun interesse al collasso del primo. La musica è
diversa quando i creditori di uno Stato sono invece esterni, soprattutto se si
tratta di grandi investitori finanziari, i quali ultimi possono avere tutto
l’interesse a speculare vendendo e ricomprando titoli, o semplicemente a cedere
titoli in portafoglio per andare a cercare altrove più lauti guadagni. In poche
parole tanto più è consistente il debito estero di uno Stato, tanto minore è la
sua effettiva sovranità nazionale. Ma le cose sono radicalmente mutate anche per
quanto riguarda la composizione del 50% di debito in mano italiana. Chi sono
infatti i possessori di titoli di stato? In gran parte si tratta di banche,
assicurazioni e fondi pensione o di altra natura, i quali così danno copertura
alle obbligazioni loro proprie che hanno rifilato ai clienti.
La fuga delle famiglie dai titoli di Stato come
forma principale di risparmio è facilmente comprensibile, vista la caduta dei
tassi di interesse, ovvero solo chi ha una grande liquidità può assicurarsi
rendite apprezzabili — da notare che a questa fuga delle famiglie dai titoli di
stato ha corrisposto un vero e proprio boom di acquisti di obbligazioni (guarda
caso anzitutto delle banche, che in questo modo hanno tenuto su i loro bilanci).
«L’enorme debito pubblico italiano è nei
portafogli di banche, assicurazioni ed altre istituzioni finanziarie estere per
l’86,34 per cento,contro il 13,66 per cento in mano alle famiglie. Il rigoroso
studio dell’Adusbef sui detentori di titoli di stato italiani (elaborazioni dati
Bankitalia), dimostra che è cambiata, anche per la caduta tendenziale dei tassi
di interesse e la minore attrattiva di rendimento, la fisionomia dei possessori
dei titoli del debito pubblico italiani: mentre nel 1991 le famiglie avevano il
58,64 dello stock complessivo del debito pubblico (362 miliardi di euro)
riducendole sette anni dopo al 21,60 per cento nel 1998 (234 miliardi di euro),
nel 2005 hanno ridotto tale tipologia di investimen
to al 13,66 per cento ossia
a 179 miliardi di euro; le banche che nel 1991 detenevano il 25 per cento del
debito, pari a 159 miliardi, hanno aumentato le quote nel 1998 al 39,77 per
cento (432 miliardi di euro) per ridurre gli investimenti in BOT e BTP (in
precedenza ci facevano i bilanci) dal 39,77 al 21,32; le assicurazioni hanno
leggermente aumentate dal 7,29 al 10,34 %; ma sono gli investitori esteri ad
aver aumentato i loro portafogli con titoli italiani, dal 29,12 % del 1998 (era
il 5,99 nel 1991) al 53,31% del 2005, con quasi 700 miliardi di euro investiti».
E’ dunque chiaro che tutti gli enormi sacrifici
che si richiedono per pagare debito e interessi servono a tener su i bilanci
del sistema bancario-finanziario italiano, nonché quelli delle banche, degli
Hedge fund e dei lupi della speculazione internazionale.
E’ “sostenibile” questo debito, ovvero può
davvero l’Italia riportarlo sotto la soglia del 60% che i Trattati di Maastricht
ritengono tollerabile?
Ammettiamo pure che i pronostici di “crescita”
ostentati da Tremonti saranno rispettati. Anche ove Tremonti non dia i numeri
sarà inevitabile a breve una sostanziosa “manovra di aggiustamento” dei conti
pubblici (leggi altri tagli a parità di imposizione fiscale. Ricordiamo infatti
che in base alle direttive recentemente stabilite dal Patto di stabilità europeo
la regola numerica impone ai paesi con debito superiore al 60% del Pil di
ridurre lo scostamento del 5% ogni anno. Draghi da parte sua ha affermato:
«Questa riduzione del debito non è drammatica, se cresciamo al 2%», il che
significa implicitamente far capire che se la “crescita” sarà meno consistente
la situazione sarà drammatica. Più che drammatica, almeno dal punto di vista
dei ceti meno abbienti, visto che essi il dramma lo vivono già.
Carlo Batastin non ha peli sulla lingua: «I
prossimi anni saranno estremamente severi per chiunque governi la politica
economica. La politica di bilancio sarà più restrittiva di quanto non sia mai
stata nel dopoguerra e la politica monetaria finirà di stimolare la crescita.
Entrambe le politiche saranno sorvegliate o dettate da Bruxelles e da
Francoforte… Con gli accordi del Consiglio europeo di fine marzo sono stati
fissati paletti di rigore fiscale che, a un calcolo approssimativo, per l’Italia
possono significare una correzione di oltre 10 punti di Pil da qui al 2015 a
crescita economica invariata».
Al fondo la domanda è se il debito italiano sia
“sostenibile”. Lo è davvero? Perché ove non lo fosse, date le sue dimensioni,
la crisi del debito, che potrebbe manifestarsi in un aumento improvviso degli
interessi da pagare per potere continuare a piazzare i titoli, causerebbe una
vera e propria catastrofe economica. La gran parte degli analisti sistemici
esclude, o sarebbe meglio dire esorcizza, l’eventualità di una catastrofe, ma
non spiega a quali condizioni essa è evitabile. Proviamo noi ad elencarle
queste imprescindibili condizioni: (a) nei prossimi decenni il ciclo economico
italiano si dovrebbe stabilizzare ad una media di crescita del Pil di almeno il
2% annuo e non conosca recessioni serie; (b) contestualmente ad un aumento della
produttività generale i salari reali (non solo dei dipendenti pubblici)
diminuiscono (quindi un tasso alto e costante di disoccupazione) per permettere
alle aziende di ottenere più alti tassi di profitto, senza cui nessun circolo
virtuoso di accumulazione capitalistica è possibile; (c) un attacco in
profondità alla rendita e alla
…
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BERLUSCONI E MORATTI: 2 V(U)OTI A
PERDERE
di Franco
Pinerolo
Berlusconi sta utilizzando il voto
di Milano per ingannare l’elettorato milanese, perchè non diventerà Consigliere
comunale e dunque deciderà lui chi fare eleggere. In questo modo da una parte si
confonde la democrazia e dall’altra si mina lo stato di diritto. La Giunta
comunale Moratti, d’altra parte, è stata l’emblema del vuoto assoluto….
IN SINTESI:
IL VUOTO PNEUMATICO DELLA GIUNTA
MORATTI
1) ha approvato meno della metà
dei provvedimenti rispetto al Consiglio
Precedente
2) il Consiglio comunale è
sfaldato e sull’orlo della paralisi a causa della crisi
che ha investito la maggioranza
3) dei 100 punti che si era
prefissata Moratti col discorso programmatico
illustrato al suo insediamento, ne
ha realizzati pochissimi e solo in parte
4) Assenteismo della Moratti: ,
sporadica o nulla la presenza degli
assessori in consiglio comunale
5) Gli ordini del giorno della
Giunta sono composti in gran parte solo da una sfilza di patrocini e di
costituzioni in giudizio in ricorsi sulle buche
IL VUOTO PNEUMATICO DELLA GIUNTA
MORATTI
1) La giunta di destra milanese in
quattro anni e mezzo ha licenziato meno della metà dei provvedimenti rispetto al
Consiglio precedente.
2) ad un’opposizione sempre in
aula e decisa a battagliare corrisponde un Consiglio comunale sfaldato,
sull’orlo della paralisi a causa della crisi che ha investito la maggioranza,
con il presidente Manfredi Palmeri passato a Futuro e libertà insieme con
Barbara Ciabò; i due consiglieri indagati Guido Manca e Stefano Di Martino che
hanno dichiarato di non votare più alcuna delibera di giunta; il pidiellino Aldo
Brandirali che si è schierato più volte contro il capogruppo Giulio Gallera;
Matteo Salvini (Lega) e Giovanni Bozzetti (Pdl) sempre assenti; Lorenzo Malagola
che, causa trasferimento, non siede più nei banchi del centrodestra.
3) Dei 100 punti che si era
prefissata Moratti col discorso programmatico illustrato al suo insediamento ne
ha realizzati pochissimi e solo in parte: bike-sharing, dimezzandolo e
concentrandolo dove meno serve, il centro; ecopass, su cui invece di valutare i
risultati e decidere se proseguire o meno, ha fatto una commissione politica
della maggioranza; la fusione di Aem e Asm Brescia in A2A; il piano della
pubblicità e quello sull’inquinamento acustico
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4) Assenteismo della Moratti:
Sporadica o nulla la presenza degli assessori in consiglio comunale Il sindaco
Moratti, con la sua consueta assenza in Consiglio, è il primo protagonista
dell’assoluta mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini: 6 presenze nel
2008 e 3 nel 2009, di cui l’ultima il 21 ottobre 2009, per la presentazione di
un primo bilancio del mandato. Dei 61 rappresentanti di giunta e consiglio,
Letizia Moratti è ultima per presenza alle votazioni, con un totale del 5%. Il
sindaco Moratti è stata inoltre richiamata dal presidente del Consiglio
Comunale, Manfredi Palmieri per non aver risposto alle 100 interrogazioni
portate dal consigliere di opposizione Pierfrancesco Majorino ai sensi del
regolamento.
5)
Gli ordini del giorno della giunta sono stati composti in gran parte da una
sfilza di patrocini e di costituzioni in giudizio in ricorsi sulle buche
stradali..
VISTO CHE BERLUSCONI HA
CHIESTO DI DARE UNA VALENZA POLITICA A QUESTE ELEZIONI, MANDIAMOGLI ANCHE DA
MILANO UN CHIARO MESSAGGIO POLITICO: CHE I CITTADINI, NON NE POSSONO PIÙ DEL SUO
GOVERNO E CHE C’E’ UN CONTRASTO EVIDENTE TRA LA MAGGIORANZA NUMERICA IN
PARLAMENTO E LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI CHE VOGLIONO MANDARLO A CASA.
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UCCIDI LA TUA RELIGIONE
PRIMA CHE LA RELIGIONE
UCCIDA TE
Presentato da Axteismo Press
Giovanni Caporaso intervista Ennio
Montesi, scrittore ateo dichiaratamente contro la Chiesa cattolica e contro il
Vaticano, i cui libri, scritti e conferenze sono spesso fonte di accese
polemiche.
Ennio, ci vuoi raccontare l’ultimo
tuo libro “Racconti per non impazzire” edito da Mursia?
Se la letteratura è la complessità
della vita rappresentata sotto forma di scrittura, le storie narrate vogliono
essere l’implacabile testimonianza di una umanità in bilico tra dolcezza e
ferocia, tra il concepibile e l’irrealizzabile. La società si auto alimenta
come il catoblepa, l’animale impossibile che divora se stesso a cominciare dai
piedi. Così i personaggi dei “Racconti per non impazzire” vengono inghiottiti
all’interno delle proprie esistenze. Le storie fluiscono su diversi registri
narrativi e offrono livelli differenti di interpretazioni in base alla
percezione del lettore. La montagna aspetta di essere arrampicata ma le energie
messe in campo per arrivare in cima sono differenti tra scalatori. In queste
storie uso la scrittura per frugare all’interno delle coscienze, per smuovere
stati intorpiditi di emotività. Dissemino senza lesinare chiavi di lettura,
faccio balenare porte interiori da aprire, getto corde metafisiche da afferrare,
a volte lasciandole in bella mostra sin dalle prime righe. Spesso le tracce sono
talmente vicine agli occhi del lettore che appaiono invisibili. Altre volte le
camuffo, le deformo, le dilato, le restringo come in un giuoco nel quale vince
chi sa aguzzare l’intelligenza, chi ha la capacità e il coraggio di strappare
via i diversi strati narrativi che si accavallano e per chi ha il coraggio di
calarcisi dentro. La sfida lanciata non si ferma alla narrazione, ma va ben
oltre la parola scritta. La ricompensa vuole essere la conquista della cima più
alta, più aspra e più difficile da raggiungere. Tutti noi dobbiamo scalare la
nostra cima... prima o poi.
Tu hai dichiarato che l’Italia è
una colonia del Vaticano, cosa ha comportato a livello economico per il Paese?
Ho anche dichiarato in una lunga
intervista pubblicata nel libro “Come fare a meno di Dio e vivere liberi – Saggi
e interviste sulla libertà di pensiero” Coniglio Editore, che lo Stato italiano
è servo alacre e genuflesso del Vaticano. I parlamentari italiani sono lo
zerbino degli stregoni cattolici. Cose risapute delle quali tuttavia siamo in
pochissimi ad avere il coraggio di affermarlo, di scriverlo e di spiegarlo con
chiarezza alla gente. Durante le mie conferenze non è raro che le persone adepte
della terrorizzante setta fondamentalista della Chiesa cattolica, organizzazione
parallela riconducibile allo Stato integralista e dittatoriale del Vaticano,
escano stizzite ed infuriate dalla sala bofonchiando contrariate alle mie
affermazioni, tra l’altro affermazioni facilmente dimostrabili. Immagino che se
potessero mi brucerebbero in piazza come fecero per Giordano Bruno e come
usavano fare i criminali preti del Tribunale dell’Inquisizione perpetrando
crimini efferati contro l’umanità, contro chiunque non la pensasse come loro. È
emblematico ed allarmante che poco tempo fa il partito politico Lega Nord abbia
organizzato una manifestazione pubblica ateofoba contro di me, contro i miei
scritti, contro i miei libri, essendo io uno scrittore orgogliosamente ateo. Una
specie di fatwa cattolica lanciata ad personam che fa riflettere con angoscia e
terrore. Il fatto che l’Italia sia una colonia del Vaticano ha trasformato i
cittadini italiani in miserevoli sudditi sottomessi agli arroganti gerarchi
cattolici-fascisti dello Stato extracomunitario e dittatoriale del Vaticano. Ciò
ha rallentato in maniera considerevole il cammino della cultura, lo sviluppo
politico, economico, sociale e scientifico dell’Italia, ma soprattutto il Popolo
italiano è stato privato e depredato, dal Vaticano, della propria sovranità,
dell’uguaglianza, della democrazia e della libertà riducendolo in un popolo
disgraziato e infelice.
Sei d’accordo a definire la
religione come “l’oppio dei poveri”?
La trovo una
definizione superficiale ed ingenua e spiego le ragioni. La religione non ha
nulla a che vedere con la meravigliosa pianta dell’oppio essendo l’oppio usato
con efficacia in campo medico per curare malattie e patologie gravi. Ciò non si
può dire della religione. L’oppio non viene somministrato e non viene imposto
con arroganza e violenza sociale dagli adulti ai propri bambini obbligandoli a
fumare l’oppio sino da quando nascono, mentre la religione sì, viene imposta con
la consueta arroganza sino dalla nascita.
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La pianta dell’oppio non fa male a
nessuno crescendo liberamente nei campi come tutte le altre piante del pianeta.
L’uomo con la propria follia accusa, condanna e mette al bando le piante come
fossero criminali, vorrebbe estirparle piuttosto che prodigarsi ad estirpare la
propria pazzia religiosa che alberga nella propria testa. Se una persona amasse
mangiare il cocomero fino a farsi scoppiare la pancia, l’uomo metterebbe forse
al bando i cocomeri? La religione è il cancro sociale dell’umanità, su questo
non c’è dubbio. La religione colpisce e affligge tutti, poveri e ricchi, bianchi
e neri, analfabeti e plurilaureati. Attraverso la religione si sono perpetrati –
e continuano a perpetrarsi – crimini atroci e genocidi contro l’umanità, milioni
e milioni di uomini, donne e bambini uccisi trucidati, di cui la Storia dovrebbe
averci messo ampiamente in guardia già da tempo dalle pericolosissime metastasi
tumorali che nascono dalla religione. Non bisogna avere paura nel dire un no
energico alla idiozie criminali e deliranti propagandate dalle religioni e non
bisogna dialogare con le menti disturbate dei ciarlatani, menti inebriate di
stupidaggini fuori misura alle quali si vorrebbe che tutti credessero senza
fiatare. È tempo perso e non è dignitoso mettersi a discutere di idiozie
farneticanti con i malati mentali. Chiunque discuta e scriva di “Teologia” cioè
sulla scienza del nulla meglio conosciuta come la scienza dei truffatori per gli
imbecilli, è un truffatore di menzogne e spacciatore di idiozie oppure è un
disturbato mentale al pari di chiunque discuta e scriva di “Pinocchiologia”, di
“Biancanevelogia” o di “Uomoragnologia”. Da non confondersi con la
“Proctologia” l’importante scienza che studia le malattie dell’ano. Tra un
teologo, studioso del nulla, e un proctologo, studioso dell’ano che potrebbe
salvare la vita alle persone, nessuno dovrebbe avere dubbi su chi sia il
buffone. L’umanità è costantemente dinanzi a un bivio di due strade. Una è
quella di scegliere di vivere nella religione con tutte le proprie follie
criminali. L’altra strada è vivere non permettendo alla religione di entrare ed
impossessarsi della propria vita, vivendo liberi, senza sottostare all’odio e
alla violenza dei fondamentalismi. “Uccidi la tua religione prima che la
religione uccida te.” Questa mia frase andrebbe scritta dinanzi alle chiese,
alle moschee, alle sinagoghe, alle scuole, alle università, al parlamento,
andrebbe scritta sugli autobus, affissa in gigantografie in tutte le città,
stampata sulle magliette tshirt e portata in striscione durante le
manifestazioni popolari.
Rifacendoci al titolo del tuo
libro, direi che stiamo tutti impazzendo, siamo in troppi e le economie contano
su una crescita senza fine. Questo ci porterà all’autodistruzione?
Il pianeta ha
un livello di inquinamento che ha oltrepassato il punto di non ritorno, come ci
hanno allertato varie volte gli scienziati ai quali non diamo ascolto. Poi
abbiamo il fallimento del capitalismo da un lato e del comunismo dall’altro. La
democrazia proprio in buona salute non è. La terza via dell’umanità non è stata
trovata benché i politologi si stiano spaccando il cervello. Questi fallimenti
stanno inducendo l’umanità a cercare nelle religioni i propri riferimenti
economici ed etici. A sostenere questa mia considerazione sociale e politica,
basta osservare in maniera critica i vari scenari internazionali. Nel terzo
millennio si sono accentuate le guerre di religione che vengono camuffate dagli
ipocriti mass media come guerre etniche, guerre per esportare democrazie, guerre
di antiterrorismo, guerre di antifondamentalismo, guerre per liberare popoli,
guerre di razza. Non lasciamoci ingannare dalle menzogne. La solfa è sempre la
stessa di un tempo, cioè le solite criminali crociate di una religione contro
un’altra religione. L’umanità sta ancora uccidendo se stessa in nome del solito
personaggio di fantasia denominato Dio. Il mio Dio è meglio del tuo e quindi ti
uccido. Ti uccido perché me lo ha detto il mio Dio. Pazzie a livelli talmente
elevati che i governi in qualche modo assecondano per vigliaccheria divenendo
essi stessi complici criminali. Le guerre di religione sono dettate e motivate
principalmente dai soliti insulsi libri denominati Bibbia, Corano, Talmud.
Cristianesimo, nella fattispecie il cattolicesimo, islamismo ed ebraismo, che
nascono tutte dallo stesso ceppo, sono sempre lì a combattersi generando, ieri
come oggi, odio, razzismo, violenza, torture, morte e montagne di cadaveri da
annebbiare l’olocausto nazista. Ritengo che solo quelle nazioni di intelligente
e spiccata cultura sociale e quei popoli a democrazia evoluta che avranno il
coraggio e la determinazione politica di lasciare le religioni completamente
ben relegate al di fuori dall’orbita sociale della civiltà, impedendo loro di
mettere bocca nelle cose dello Stato, potranno sperare in futuro di non
lasciarsi coinvolgere in conflitti di odio religioso, discriminazione e
razzismo. In concreto, è indispensabile e vitale che lo Stato sia ateo restando
inesorabilmente super partes, senza tuttavia imporre l’ateismo di Stato.
Imporre l’ateismo sarebbe anch’esso un crimine contro l’umanità. Che ci siano
pure mille religioni a cianciare sulle loro stupidaggini da barzellette,
piuttosto che una sola religione privilegiata e predominante sulle altre che si
imponga con violenza sulle altre e sul popolo. La ricetta è semplice, basta
avere solo il coraggio e la serietà politica per applicarla come dovrebbe essere
già di fatto e da molto tempo.
Continua nella pagina successiva
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continua dalla pagina precedente
Come mai le religioni hanno in
mano le redini del mondo?
La maggior parte dei parlamenti e
dei governanti, per incompetenza politica e per cialtroneria criminale, di
solito barattano i diritti civili dei propri cittadini cedendoli e svendendoli
alle gerarchie religiose. Una specie di scambio mafioso di favori tra la
politica e le idiozie religiose. Tu gerarca religioso disturbato mi fai votare
dai tuoi “Teopitechi”, alias dai tuoi credenti nelle fanfaluche, ed io fingo che
le tue idiozie deliranti che propagandi come “miracoli”, “beatificazioni”,
“santificazioni” e “apparizioni” non sono idiozie per persone dal cervello
spappolato e ti proteggo e ti do i soldi per mantenere sia te che la tua
costosissima organizzazione fanatica. Io governo, proteggo te gerarca religioso
e la tua setta farneticante, e in cambio tu gerarca religioso e la tua setta
delirante proteggete me governo. Dopo millenni di criminali genocidi, anche la
politica attuale percepisce un senso di paura e di terrore verso i gerarchi
religiosi, in particolare modo verso i vendicativi ed arroganti gerarchi
cattolici-fascisti vaticani, a cominciare dal raìs fondamentalista Joseph
Ratzinger, come dai suoi predecessori, il quale Ratzinger risulta essere di
fatto il dittatore dello Stato del Vaticano che governa in regime di inaudito
totalitarismo ledendo i principi e i diritti inviolabili della Carta
Internazionale per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani.
Come vedi l’economia italiana?
Male, malissimo. L’ignoranza
oscurantista di matrice cattolica-fascista che da secoli è penetrata nel tessuto
sociale italiano ha permeato tutti gli strati. Questo è il principale dei
problemi da risolvere. Esiste un grande ed insormontabile problema di
comunicazione, interazione e di sviluppo con gli altri popoli, verso le altre
culture. L’Italia è un paese che ancora non è uscito dal medioevo e non uscirà
dal medioevo fino a quando seguirà gli ordini e i dettami degli stregoni
vaticani e delle idiozie criminali da essi propagandate. L’Italia fino a quando
non cancellerà l’aberrante e scellerato articolo 7 dalla Costituzione ed i
criminali Patti Lateranensi, sarà sempre un paese di poveracci attaccato alle
nauseanti superstizioni medievali di stampo cattolico-fascista. In Italia c’è
bisogno di una grande e profonda rivoluzione culturale, sociale e civile, c’è
bisogno che il Popolo italiano, dopo essersi indignato, si incazzi sul serio,
che si dia una bella svegliata smettendola di lamentarsi e cominciando piuttosto
ad agire in maniera colta, equilibrata e concreta. Il Popolo italiano deve
essere filo italiano e non filo cattolico o filo vaticano. I regimi di stampo
cattolici-fascisti vivono e si ripresentano puntualmente nella società con
andamento ciclico, direi seguendo un percorso sinusoidale. La subdola ideologia
cattolica-fascista si impone nei governi sostituendosi periodicamente alla
democrazia. Il terribile catto-fascismo, dopo aver preso il posto della
democrazia, avvelenerà per un certo periodo la società lavorando in maniera
sotterranea per distruggere diritti civili, diritti sociali e diritti umani. Il
Popolo italiano deve avere il coraggio e l’orgoglio patriottico di riprendersi i
propri diritti civili, umani, culturali, politici ed economici, facendo spurgare
dal pus prodotto dal cancro della Chiesa cattolica e del Vaticano, cancro che ha
imputridito e appestato la società. Il Popolo italiano deve sapere prendere le
distanze da tutto quello che ha relazione con la più grande banda di falsari e
dalla più grande associazione criminale della Storia.
Tu dici: «La vita è un continuo,
incalzante, straordinario, infinito racconto.» Cosa c´é di straordinario se la
maggior parte di noi lavora il 50% del tempo per pagare le tasse, il 33% del
tempo dorme e solo usufruisce di un 12% del tempo per vivere come la maggioranza
ci detta?
È vero. Ci
sono tuttavia anche i lati molto positivi e piacevoli della vita che tutti
conosciamo senza che faccia il lungo elenco. Ci sono anche i lavori a misura
d’uomo. Non è detto che non riusciremo un giorno a costruirci una società
mediante la quale il lavoro possa diventare un piacere irrinunciabile e non un
obbligo fastidioso per la sopravvivenza, nel quale una persona sfrutta un’altra
persona. Per esempio, quando io scrivo posso arrivare a non mangiare poiché non
sento la fame, a non bere poiché non percepisco la sete, così tanto mi trovo a
mio agio nel mio elemento naturale e vitale nuotando nel mare immenso della
scrittura. Sta a noi costruire una società migliore per tutti e non possiamo
aspettare che un corriere espresso ce la porti a casa. Sappiamo che la
democrazia non è la perfezione della società, andiamo avanti quindi,
identifichiamo altri modelli eccellenti di società nei quali si possa vivere in
maniera pacifica, modelli senza dittature contro le quali ci abbiamo già
sbattuto molte volte il muso, una società senza le criminali stupidaggini
religiose, una società senza violenza. Sta a noi costruirci la società a misura
d’uomo. La storia ci viene in aiuto certamente dicendoci cosa non dobbiamo fare.
L’intelligenza per riuscirci ce l’abbiamo.
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Dove va il popolo arabo?
di Marco Tabellione
Che cosa sta succedendo nel Nord Africa e nei
paesi arabi? Si tratta di una svolta epocale, o le rivolte lasceranno il tempo
che trovano? E tutto ciò in che rapporto sta con l’eventuale e auspicata
evoluzione e secolarizzazione del mondo arabo? La guerra in Libia, la morte di
Bin Laden, quali prospettive aprono? Dietro le spinte ribellistiche che sembrano
dilagare a macchia d’olio, producendo in tutti illusioni e speranze, sembra
profilarsi in effetti l’immagine di un cambiamento epocale, che l’Occidente ha
conosciuto durante il processo di secolarizzazione.
Ogni civiltà ha la sua storia, è come un
organismo vivente, con i suoi stadi evolutivi. E non è difficile accorgersi che
questi popoli, nella loro disperata sete di libertà e pur nelle dovute
differenze di epoca, luogo e cultura, stanno cercando di costruire quello che i
popoli occidentali crearono a partire dal Quattrocento in poi, cioè le basi per
le democrazie parlamentari. Naturalmente questo bisogno epocale, quasi
fisiologico di libertà e democrazia dei popoli arabi, ha assunto forme diverse a
seconda delle nazioni. Quelle stesse rivolte noi le abbiamo già vissute durante
il Risorgimento, e proprio in questi giorni le stiamo rievocando. Ha visto bene
il presidente Napolitano che ha parlato di Risorgimento arabo, testimoniando di
aver compreso perfettamente il senso di queste ribellioni.
Ma la Libia ha mostrato un lato terribile di
questo Risorgimento. Su di esso, sulle insurrezione che in altri paesi ha
mantenuto un carattere “da barricata” stile 1848, si è abbattuto il demone della
guerra. Che dire? La nostra costituzione, non bisogna dimenticarlo, rifiuta
chiaramente la guerra come strumento per la risoluzione dei problemi
internazionali. Certo, quando è in gioco la difesa di cittadini innocenti è
facile dare alla guerra altri nomi, e forse è anche giusto. Purtroppo nel caso
della Libia la sollevazione popolare non è stata sufficiente, e ciò ha aperto le
possibilità alle eventuali strumentalizzazioni a cui l’intervento degli Stati
occidentali sta sicuramente dando adito.
La speranza è che le priorità epocali, a cui si
faceva riferimento precedentemente, possano elevarsi rispetto agli interessi
economici in gioco, soprattutto legati ovviamente al petrolio e allo scacchiere
del mediterraneo. Il vero problema è che la verità è come al solito nascosta.
Perché gli Stati occidentali sono intervenuti? Chiedersi se il presidente
francese fosse sincero quando ha annunciato l’inizio della guerra contro
Gheddafi per motivi umanitari, è più che mai ingenuo.
Però
molti di noi conservano un sogno, al di là delle posizioni inequivocabilmente
contrarie alla guerra, soprattutto dopo la decisione dell’Italia di partecipare
fattivamente ai bombardamenti. Il sogno è che almeno per una volta gli interessi
dei popoli prevalgano, anche se sappiamo che non sarà così, perché non è mai
stato così. Non è stato così durante la rivoluzione francese, la prima grande
rivolta di popolo vera e propria, in cui fu la borghesia a cavalcare la
ribellione popolare, e forse non lo sarà neanche questa volta. Ma, va detto, che
ogni volta che la storia si dà una scossa, si assiste comunque ad uno scatto
evolutivo in avanti. Certo, è poca cosa, ma comunque è qualcosa
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Dal tramonto di Berlusconi
all’aurora della rivolta sociale
Presentato da Notiziario Campo
Antiimperialista
Uno dei morbi che appestano la
scena politica è il politicismo. In cosa consiste il politicismo? Nell’illusione
dei politici di essere i demiurghi della realtà sociale, nell’idea che la sfera
del politico sia effettivamente autonoma da quella sociale. Questa sindrome si
manifesta in forma acutissima e lampante nelle sfide elettorali, quando i
politicanti, catapultati al centro della scena, vengono presi da un vero e
proprio delirio di onnipotenza. Vincenti e perdenti si sentono padroni,
dimenticando che la politica, in fin dei conti è una sovrastruttura, che non
sono loro da cui dipende l’evoluzione sociale ma, al contrario, che da questa
evoluzione dipendono loro. E da cosa anzitutto dipende l’evoluzione sociale in
un mondo, quello capitalistico contemporaneo, sovradeterminato dall’economia,
se non appunto dall’economia medesima?
La logomachia post-elettorale
oltre che stucchevole, è grottesca. Il declino inarrestabile del’Occidente, una
finanza predatoria onnivora che rischia di far ripiombare il mondo in una
catastrofe peggiore di quella del 2008, il lento scivolamento del paese verso il
baratro di una depressione senza uscita, la situazione drammatica di milioni di
persone senza lavoro e di altrettante famiglie sull’orlo della soglia di
povertà, la desertificazione di interi distretti industriali, un debito
pubblico crescente che imporrà una politica economica fatta di sacrifici
crescenti, il fallimento totale dei governi di porvi rimedio; in poche parole le
ferite che così profondamente affliggono il corpo sociale. Tutto questo viene
improvvisamente rimosso dal rito elettorale, seppellito da fiumi di parole sui
numeri, le percentuali, ovvero sul quasi-niente. Lo spettacolo della politica
odierna, parodia in stile burlesque della vicenda sociale, è destinato a
collassare su se stesso, prima di quanto si pensi. Questo collasso può essere
determinato da due fattori, o dalla concomitanza dei due: da un nuovo cataclisma
finanziario o da una improvvisa sollevazione popolare. Il primo fattore è quello
più probabile e presumibilmente, dati gli sconquassi che causerà, precederà il
secondo. Discutono del niente, ma galleggiano sull’abisso. Chi vivrà vedrà. In
attesa dei risultati definitivi, la cui analisi, dato il guazzabuglio in cui
consistono elezioni di tipo amministrativo, non sarà certo facile, proviamo
anche noi, dopo appunto aver scelto l’angolo visuale di cui sopra, a tirare le
prime conclusioni.
(1) Abbiamo faticato, in occasione
delle regionali dell’anno passato, a smentire la tesi dell’avanzata del
berlusconismo. Dimostravamo, analizzando il dato dei voti assoluti, che sia il
Pdl che la Lega, avevano perso consensi, malcelati solo a causa del calo del
numero dei votanti. Noi parlavamo anzi di «tramonto del berlusconismo». Questo
tramonto è il primo dato che emerge, questa volta in modo lampante, dalle urne.
Il dato di Milano è incontrovertibile, anche visto il crollo delle preferenze
personali del Presidente del consiglio. Fossimo davanti ad un “politico normale”
esso si sarebbe già recato al Colle consegnando le sue dimissioni. Ma Il
Cavaliere non è un “politico normale”, e nemmeno i suoi leccapiedi lo sono. Un
Pdl senza Berlusconi sarebbe polverizzato.
(2) Anche la Lega esce con le ossa
rotte da questa competizione. Buona parte del suo elettorato non ha seguito le
consegne, seminando il panico nella ristretta cupola dirigente leghista. Esodo
dalla Lega perché? Per la troppa vicinanza al puttaniere di Arcore? O per aver
troppo preso le distanze? Tutte e due le cose possono ben coesistere. Un dato
salta agli occhi: che l’aver incassato il tanto anelato federalismo, non ha
portato la messe di voti attesa, anzi. Sia per la debacle del Pdl che della Lega
i numeri in sé dicono poco: occorre capire il segno sociale e di classe di
questo esodo. Se, come noi pensiamo, il convitato di pietra di queste elezioni è
la crisi economica, se è la crisi economica la causa primaria dei flussi
elettorali, dovrebbe essere che sia il Pdl che la Lega hanno perso voti proprio
tra la gente di più umili condizioni, usando un aggettivo in disuso, tra il
proletariato.
(3) La palese sconfitta elettorale
del beluscon-leghismo non è tuttavia un crollo. Non c’è il disfacimento del
blocco sociale che sorregge l’alleanza. La crisi economica e sociale ha solo
scalfito questo blocco, che infatti tiene. Attenti a non scambiare il tramonto
del fenomeno politico del berlusconismo col tracollo dell’ectoplasma sociale
sottostante. Se le nostre analisi sono giuste questo blocco reazionario di massa
è più vivo che mai e l’alleanza di centro-destra ne è solo la forma politica
momentanea e larvata. La forma definitiva che potrà prendere lo decide il
decorso della crisi economica e sociale.
(4) Il fallimento del “terzopolismo”, ovvero dell’opzione moderata e
post-democristiana, più che attestare la solidità del bipolarismo, rivela la
tendenza latente, sottotraccia, alla radicalizzazione e polarizzazione sociale
e politica. Anche qui, attenti a non confondere la polarizzazione come fenomeno
sociale col bipolarismo politico. Tra i due fenomeni non c’è in realtà
necessaria corrispondenza.
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(5) Infatti nello schieramento
anti-berlusconiano non vince affatto “l’anima moderata”, il Pd. Si affermano
invece candidati e formazioni più radicali, vedi i casi di Milano, Napoli e
Cagliari. A Milano e Cagliari l’ala radicale del centro-sinistra avanza
nell’ambito dei patti di coalizione, a Napoli addirittura fuori e contro il Pd.
La qual cosa complica, e molto, l’ipotesi strategica del Pd stesso, che è quella
di incarnare politicamente il grande capitalismo e dunque di governare il paese
senza fare concessioni alle istanze sociali anticapitalistiche che l’ala
radicale bene o male, più male che bene, si porta appresso.
(6) Un dato che conferma la
tendenza alla polarizzazione-radicalizzazione è l’affermazione delle liste
Cinque Stelle. Certo, spiega questo successo la volata che gli è stata tirata
dalla coppia Santoro-Travaglio e della lobby che a loro fa capo. La ragione di
fondo tuttavia è da cercare nella nettezza con cui i grillini si sono posti come
antagonisti ai due schieramenti bipolari. Non c’è dubbio che hanno raccolto un
limpido voto di protesta, anzitutto pescando in settori giovanili precari e
figli del ceto medio impoverito dalla crisi. En passant: se non fosse per le
leggi elettorali truffaldine e bipolariste coattive, scopriremmo che senza
grilli e terzopolisti, senza le ali estreme e ammennicoli vari i due blocchi
centrali, Pd e Pdl, non arriverebbero al 50% dei voti. Il bipolarismo è tenuto
in vita solo con le flebo di marchingegni elettorali antidemocratici.
(7) Un ragionamento a parte va
svolto sulle liste a vario titolo comuniste. Il flusso antiberlusconiano non le
premia affatto. Nè recuperano davvero gli astensionisti di sinistra. Clamoroso,
quasi umiliante, il tonfo di quelle del Pcl (611 voti a Torino! 405 a Milano, lo
0,21% a Napoli). Il gruppo dirigente avrà di che riflettere sulle sue scelte
autoreferenziali, settarie e identitarie. Un arretramento pesante che è
confermato anche nelle elezioni provinciali e dal fallimento impietoso della
lista unitaria a Napoli (842 voti, lo 0,18%) tra Sinistra Critica, Sinistra
Popolare, Rete dei Comunisti (strombazzato come laboratorio nazionale). Un tonfo
che ha tuttavia ragioni storiche profonde, che non chiama in causa solo limiti
soggettivi, e ciò è confermato in maniera solare dal dato rovinoso torinese
della lista Federazione della sinistra-Sinistra critica: un deprimente 1,49%.
Torino, la città della FIAT dove nell’ultimo anno si sono giocate le due partite
decisive di Mirafiori ed ex-Bertone, dove si poteva sperare che l’aver difeso le
istanze operaie e della FIOM avrebbe fatto premio alla scelta di andare
sganciati dal Pd e contro Fassino, uomo ombra di Marchionne. Niente invece: gli
operai o hanno votato per i partiti borghesi che chiedono di schiavizzarli o si
sono (giustamente) astenuti. Le liste della Federazione riprendono ossigeno dove
e solo dove esse si presentavano avvinghiate al Pd, nel carrozzone di
centro-sinistra. La qual cosa ci dice di che sostanza è fatto l’elettorato della
Federazione, che esso è solo un’appendice del “popolo del centro-sinistra” (dove
Vendola ha la parte del leone), che essa è congenitamente incapace di
raccogliere le istanze radicali e antibipolari che pur si sono manifestate. Non
si illudano che strappare qualche scranno in Parlamento eviti la consunzione.
(8) Un ultimo ragionamento va
fatto sull’astensione, che malgrado i toni da redde rationem che i politicanti
hanno dato alla campagna, e cresciuto del 1,8% rispetto alle precedenti
comunali, col dato eclatante di Napoli: - 5,92%. Il tutto a conferma della
tendenza che va avanti in modo forte almeno dal 2008. Un’astensione che è stata
evidentemente frenata dall’affermazione, anzitutto al Nord, delle liste Cinque
stelle, e solo in pochissima parte dai vendoliani e dalle liste comuniste. Su
questo vale la pena soffermarsi sul dato torinese e il segno largamente operaio
che l’astensione ha avuto. A Torino la percentuale alle comunali è stata del
66,53%, quasi cinque punti in meno della media nazionale del 71%. Ma se sommiamo
ai 237mila che si sono astenuti, 13760 schede nulle e 6617 schede bianche,
abbiamo un tasso di astensionismo reale che veleggia al 40%. Lo stesso conteggio
si dovrebbe fare per le altri città e province.
Non è che noi si cerchi conforto, ma la conferma del ragionamento di fondo che
facciamo e che è riassumibile in questi punti: (1) la talpa della crisi
economica sta solo iniziando a rodere i pilastri su cui si reggono il sistema
politico e istituzionale e chi oggi pretende di rappresentare l’opinione
pubblica; (2) l’astensione testimonia di uno smottamento lento ma riteniamo
inesorabile di questo sistema; (3) quest’astensione è certamente polivoca ma il
suo segno di classe è prevalente; (4) è in questa area astensionista enorme che
si annidano le più consistenti energie eversive e antisistemiche e dunque la
crescita dell’astensionismo va sostenuta; (5) il gioco elettorale non si addice
alle forze che ambiscono a rappresentare politicamente queste energie, esso è
strutturato in maniera tale che i rivoluzionari a vario titolo non hanno alcuna
speranza di affermarsi; (6) il lavoro di costruzione di un nuovo movimento
rivoluzionario è affidato non tanto alla capacità di rappresentare
elettoralmente la rabbia sociale, ma a quella di costruire un soggetto politico
che la sappia intercettare quando essa si manifesterà in tutta la sua potenza;
(7) ci conforta invece che gli stessi risultati partoriti dalle urne, con la
frammentazione che cresce assieme a liste di protesta, e contestualmente alla
batosta subita da Berlusconi, al fallimento del Terzo polo e all’impasse del
Pd, lungi dal dare forza al sistema politico, lo indeboliscono. Meglio così. Ne
vedremo delle belle!
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Per un mondo senza innocenti
Presentato da Marinus Van der
Lubbe
Estratti
da Pour un monde sans innocents («La Banquise», n. 4, 1986)
Nel quadro di una società di classe quale è la
nostra, la giustizia è evidentemente una giustizia di classe. Ma se ci si limita
a ripetere questa banalità, si finisce col falsarla, al punto di farne una mezza
verità, una verità miope... insomma, un errore.
È un limite comune quello di non vedere nelle
classi sociali altro che le classi stesse, piuttosto che il movimento che le ha
prodotte e le riproduce; e di non distinguere nel capitalismo altro che il
capitalismo stesso, e non ciò che esso ha ereditato dall’intero arco della
storia umana. Anziché limitarci a denunciare il carattere «di classe» della
giustizia, o di qualsivoglia altra cosa, possiamo invece osservare come il
capitalismo riprenda (nell’interesse della classe dominante) alcune soluzioni
che le società di classe anteriori avevano applicato alla vita sociale, aiutando
così le classi dominanti dell’epoca a imporsi.
Non si può pretendere che le classi siano
apparse unicamente o principalmente perché un dato gruppo umano vi avrebbe avuto
interesse. È in questo senso verosimile che gli altri umani abbiano permesso a
questo gruppo di agire alla stregua del primo proprietario immaginato da
Rousseau, che decretò: «questo è mio»?
Allo stesso modo, non ci si può accontentare
dell’argomento del necessario «sviluppo delle forze produttive», che avrebbe
costretto l’umanità, onde accrescere la produzione e la produttività, ad
accettare l’esistenza delle classi e dello Stato. Non tutte le società hanno
conosciuto questo resistibile primato dello sviluppo economico; alcune hanno
anzi frenato, al proprio interno, il progresso concomitante della produzione
della ricchezza e della polarizzazione del potere. In breve, come ogni realtà
sociale essenziale, la giustizia ci riconduce all’idea che alcuni millenni or
sono l’umanità si sia ritrovata sulla via dello sfruttamento e dell’alienazione.
Senza questa premessa, il capitalismo non sarebbe potuto nascere, né costituire
a sua volta il prolungamento di quel percorso. La critica del capitalismo è
dunque anche la critica delle forme di alienazione passate che esso ingloba.
La «giustizia» è un’invenzione sociale
plurimillenaria che la crisi dei primi gruppi umani ha reso necessaria. Essa è
meno un modo di risolvere i conflitti, che di rendere tollerabili conflitti che
non si è riusciti a impedire. E che in virtù del suo intervento si aggravano e
si moltiplicano – fino all’assurdità attuale della prigione criminogena,
rimedio che, per ammissione degli stessi umanisti borghesi più illuminati, si
rivela peggiore del male. Come la morale al livello dei rapporti
inter-individuali, la giustizia applica a un conflitto o a una violenza, una
regola prestabilita, esteriore rispetto al fatto, per solennizzare il «trauma» e
dargli un nome, al fine di esorcizzarlo. Secondo questa logica, occorre che
esista un colpevole, e non soltanto un responsabile, poiché la colpa penetra il
colpevole e si identifica infine con il suo essere profondo. Il movimento giunge
a compimento nella misura in cui in cui la giustizia moderna pretende di
giudicare non l’atto, ma l’intero essere dell’individuo alla luce dell’atto – a
forza di analisi delle motivazioni, perizie psichiatriche e valutazioni della
personalità Le società arcaiche hanno dato vita alla giustizia allorché i loro
membri (i gruppi in esse associati, mai dei semplici individui) hanno
rinunciato effettivamente al controllo diretto sulla propria vita, e quindi
sulla violenza interna al gruppo. Questa evoluzione, beninteso, è parallela alla
nascita della divisione del lavoro, e in seguito della religione, della politica
e dell’economia.
È a
partire dall’emergere della giustizia in quanto
colpevolizzazione-esorcismo-marginalizzazione, che si è innescato il meccanismo
che avrebbe portato in seguito
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all’imprigionamento, considerato come mezzo sicuro per isolare chi è stato
escluso. Ma la prigione non fa che materializzare una separazione già all’opera
da tempo. […]
Tutte le società di classe hanno fatto il più
largo uso della giustizia, e persino le dittature più conclamate (nazismo,
stalinismo etc.), a prescindere dal ruolo ricoperto dal capriccio dei capi, non
hanno mai funzionato sulla base del puro arbitrio, né rinunciato al procedimento
giudiziario. Accanto a una polizia dai poteri esorbitanti, la giustizia ha
continuato a giocare il proprio ruolo: quello di evocare l’esistenza di una
norma. Più un regime è fragile (si pensi a una dittatura militare come quella di
Videla, in Argentina), più si spinge lontano nell’improvvisazione e nella
violazione sistematica della legge («sparizioni» etc.). Il puro arbitrio finisce
con lo scalzare l’ordine sociale (l’economia si sottrae a ogni intervento, il
dittatore vede la propria base sociale restringersi etc.). E quando il capo non
comanda più se non un esercito di carnefici, i suoi giorni sono contati.
Viceversa, lo «Stato di diritto», che traccia con precisione i confini della
zona di non-diritto dove si esercita l’arbitrio poliziesco, è la forma compiuta
dell’ordine sociale.
Non è soltanto al fine di assicurare l’ordine
necessario alla salvaguardia della proprietà privata che si punisce il ladro.
D’altronde, vengono puniti assassinii che coinvolgono unicamente individui
proletari, e che in nessun modo colpiscono la borghesia. Si può persino
riconoscere una società in crisi e uno Stato scarsamente unificato, dal fatto
che la polizia e la giustizia rinuncino a intervenire in taluni quartieri
sottoproletari incontrollabili, e lascino che i loro abitanti si droghino,
estorcano denaro o si uccidano l’un l’altro, come avviene in certi ghetti neri
americani.
Una società capitalistica «sana» interviene
anche quando si tratta di impedire ai suoi elementi marginali di massacrarsi.
Certo, occorre vi siano in gioco gli interessi della società di classe (e quelli
«egoistici» della classe dominante), ma c’è di più. Il mondo capitalistico
contemporaneo ha bisogno di esorcizzare l’omicidio: anche se in forma diversa
rispetto alla società greca del IV secolo a.C., esso prova questo bisogno, che
occorre spiegare.
La società di classe implica anche una
separazione tra individui isolati, un’alienazione di ciascun individuo rispetto
agli altri, un’incapacità di risolvere le lacerazioni e gli urti, ivi inclusi
quelli che hanno soltanto un rapporto molto indiretto con la base di classe
della società. Il gruppo ristretto all’interno del quale si svolge la vita
quotidiana (rapporti amicali, familiari, lavorativi, di vicinato) è inadatto ad
affrontare i conflitti e a favorirne la soluzione, a sopportare la violenza e il
dramma, a convivere con le pesanti contraddizioni che caratterizzano le
relazioni umane. E questo è tanto più vero quanto più l’alienazione sociale è
«spinta» (dunque in misura maggiore per i cittadini francesi contemporanei che
per quelli dell’antica Atene). La ragione è che la tendenza «naturale» è quella
a ricorrere a meccanismi che si pongono al di sopra di questi ambienti di vita,
al fine risolvere ed eliminare le contraddizioni. Dalla capacità dei
rivoluzionari a non cedere a questa tendenza, dipende la serietà della loro
critica della giustizia, e del mondo capitalistico in generale.
Va da
sé, quindi, che siamo contro la prigione tanto per i «colpevoli» quanto per gli
«innocenti», in quanto questa distinzione, storica e non naturale, riassume in
sé il fenomeno della giustizia, di cui una società umana non avrà più bisogno.
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TRE FRATELLI
di
Giuseppe Bifolchi
Sulle pagine de «Il Sale» abbiamo pubblicato, negli anni scorsi, alcune
biografie di anarchici abruzzesi.
Ci siamo occupati di Antonio Cieri e del nostro omonimo Giuseppe Bifolchi.
Questa volta dedichiamo un ricordo a tre anarchici pescaresi, i fratelli
Gialluca, riportando le brevi note
biografiche che abbiamo steso per il Dizionario Biografico degli Anarchici
Abruzzesi edito dalla BFS di Pisa.
E continuamo a pensare che l’esercizio della memoria sia un fattore
indispensabile alla comprensione
della realtà.
GIUSEPPE GIALLUCA
Nasce a Pescara il 19 marzo 1901 da Alderico e Giovina De Amicis, ferroviere.
Lavora come
fuochista nelle ferrovie venendo in contatto col movimento anarchico a seguito
dello sciopero
generale del 1920. Nel 1922, a causa della sua partecipazione allo sciopero
“legalitario” dei primi giorni dell’agosto, viene licenziato e lavora dapprima
come fabbro ferraio e poi come commesso presso una ditta di tessuti.
Nel 1928 si trasferisce in Francia a Marsiglia (dove già è espatriato un
fratello) ed il pretore di Città S. Angelo spicca il 24 aprile 1928 un mandato
di cattura con l’imputazione di “emigrazione
clandestina a scopo politico”. Nel 1930 si trasferisce a Parigi e secondo la
polizia “fa parte del
gruppo anarchico che fa capo a «Fede». Si è incaricato di continuare la
pubblicazione di tale
periodico durante il periodo di tempo che il Gozzoli è stato lontano dalla
Francia in seguito ad espulsione”. Nel 1931 raggiunge per qualche mese i
fratelli Renato e Mario in Spagna, a Barcellona. Tornato a Marsiglia è in
contatto con Volterra, Magni, Chiodini, Tinacci. Nel 1933 un appunto di polizia
riferisce di un provvedimento di espulsione “in seguito ad una lite con vie di
fatto avvenuta fra lo stesso G. e il noto Marzocchi Umberto”. Nel 1935 viene
arrestato per “infrazione al decreto di espulsione”. L’anno seguente è in Spagna
con gli anarchici della colonna Ascaso.
Rimane in Spagna fino al settembre del 1937, quando viene arrestato, al confine
franco-spagnolo, per la solita “infrazione al decreto di espulsione” e
condannato a 24 giorni di carcere. Rientra in Italia nel dopoguerra e si
stabilisce a Pescara dove muore il 21 maggio 1987.
MARIO GIALLUCA
Nasce a Pescara il 4 aprile 1911 da Alderico e Giovina De Amicis, meccanico.
Fratello minore degli
anarchici Renato e Giuseppe, nel 1930, a diciannove anni, tenta l’espatrio
clandestino in Francia dove risiedono i due fratelli, ma viene fermato a Milano
e rispedito a Pescara.
Riesce ad espatriare nel marzo dell’anno successivo, raggiungendo Renato a
Marsiglia. I due, nel maggio del 1931, si trasferiscono in Spagna, raggiunti
poco dopo dall’altro fratello Giuseppe. In Spagna il 14 aprile del 1931 è stata
proclamata la Repubblica e i mesi che seguono sono densi di fermenti
rivoluzionari. Renato e Giuseppe tornano in Francia dopo qualche mese, ma Mario
rimane a Barcellona dove è molto attivo nel sindacato metallurgici e, secondo le
informazioni della polizia, in stretto contatto con Durruti e i fratelli Ascaso.
Nell’estate del 1931 lavora per circa un mese come minatore a Roda di Vih, poi a
Manresa e Suria. Nel gennaio del 1932, mentre si reca ad una
17
riunione sindacale nell’Alto Llobregat (in pieno moto rivoluzionario), viene
arrestato e “trovato in possesso di una lettera di presentazione della
Commissione ‘Pro detenuti politici’ della regione di Manresa-Berga diretta ai
Sindacati di Suria; altra lettera del ‘Comitato pro detenuti della Catalogna’
col bollo del Sindacato unico della Metallurgia di Barcellona; una tessera
sindacale francese ed i periodici «Il Martello», «L’Adunata dei Refrattari» ed
altre stampe sovversive”. Rimane in carcere fino a marzo, quando viene espulso
dalla Spagna perché “pericolosissimo anarchico… in stretta relazione con gli
elementi terroristici di Berga e Cuenca (Alto Llobregat)”. Raggiunge prima
Parigi e poi il Belgio stabilendosi a Bruxelles dove fa il rivenditore di libri
insieme ad Ulisse Merli. Nel novembre del 1932 la polizia lo dà a Brest dove
rimane fino al settembre del 1934, quando si trasferisce a Parigi.
Secondo informatori della polizia avrebbe “intenzione di fingere di rinnegare le
sue idee libertarie, far ritorno a Castellammare Adriatico e dopo un periodo di
prova che sopporterebbe con ostentato
convincimento, farsi assumere, mediante raccomandazione di uno zio Centurione
della Milizia, nel Fascio stesso, al fine di potere avere un giorno la
possibilità di avvicinarsi a S. E. il Capo del Governo e compiere un attentato
contro la Sua Persona”. L’informazione viene ritenuta poco attendibile dalla
stessa polizia; sta di fatto, comunque, che a novembre è a Pescara, come
testimonia un verbale d’interrogatorio del 6 novembre 1934. Nel 1935 svolge il
servizio militare a Catanzaro. Da qui, nel 1936, è inviato in Africa Orientale.
Nello stesso anno, rimpatriato per una grave malattia, viene ricoverato presso
l’ospedale militare di Caserta e da qui trasferito, in gravi condizioni, a
Pescara dove muore (agosto 1936).
RENATO GIALLUCA
Nasce a Castellammare Adriatico (l’odierna Pescara) il 4 marzo 1900 da Alderico
e Giovina
De Amicis, ferroviere, fabbro, meccanico. Presta servizio militare durante la
guerra nei battaglioni d’assalto, ma congedatosi “professa idee anarchiche
avendo subito l’influenza deleteria del
continuo contatto avuto col noto anarchico Di Sciullo Camillo”. Lavora come
fuochista nelle
ferrovie, ma viene “dichiarato dimissionario per aver partecipato allo sciopero
generale ferroviario” dell’agosto 1922 “essendosi provato che fu egli a dare in
Castellammare Adriatico il segnale d’inizio dello sciopero, facendo funzionare
la sirena, che si adopera per avvertire gli operai del principio e della fine
del lavoro”. Gestisce quindi un’officina di fabbro assieme al fratello Giuseppe
e nel 1926 espatria in Francia, a Marsiglia. Ha contatti col movimento anarchico
italiano in Francia. Nel 1931 viene raggiunto dal fratello minore Mario,
anch’egli espatriato, ed insieme a questi si reca in
Spagna. I due vengono raggiunti, dopo qualche tempo dal terzo fratello Giuseppe.
Dopo qualche mese Renato e Giuseppe tornano in Francia, mentre Mario resta a
Barcellona. Nel 1936 è in Spagna dove partecipa alla guerra prima nelle
formazioni anarchiche e poi nelle brigate internazionali.
Rimane in Spagna fino alla sconfitta delle forze repubblicane e rientra a
Marsiglia agli inizi del 1939. Nel dopoguerra torna in Italia e si stabilisce a
Montesilvano (PE) dove muore il 10 ottobre 1969 in seguito ad un incidente
stradale.
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1861 – 2011
dal libro“Una Voce Fuori
dal Coro” di Giorgio Fioretti
Come è consuetudine, la data
del 17 marzo in Italia è stata sempre festa nazionale. Quest’anno però si è
rivestita di una speciale importanza giacché sono stati commemorati i 150 anni
della proclamazione dell’unità d’Italia. E’ stato il giorno in cui sono state
riesumate fotografie che mettevano in risalto uomini dalle folte barbe e vistosi
baffoni, i così detti “ Padri della Patria”, il giorno in cui le loro statue in
bronzo o in marmo, erette nelle piazze e strade d’Italia, sono state ripulite e
adornate con la scritta : “il popolo riconoscente”.
Sono trascorsi quindi 150
anni da quando gli abili artigiani del cuoio hanno consegnato al popolo “lo
Stivale” pronto per essere calzato. A dir la verità nella sua confezione sono
stati usati vari tipi di cuoio, già che non si aveva a disposizione la quantità
necessaria di un unico tipo, ed è appunto per questa ragione che i vari ritagli
furono uniti con una cucitura di filo molto grosso e robusto per dare l’idea di
unità. Però per avere l’opera completa mancavano alcuni lembi della parte
superiore. A questo fu rimediato in seguito. Malgrado la grancassa suonata dal
governo, oggi si arriva alla costatazione che il filo usato nella cucitura non
era così resistente come si credeva, poiché sono apparsi ritagli che non si
sentono più tanto uniti al corpo dello “Stivale”.
A questa non prevista
situazione, gli attuali ciabattini che hanno sostituiti gli abili artigiani di
allora, non sanno ancora come meglio controllare gli avvenimenti..
La “guerra ai cafoni”, ossia
contro il brigantaggio
Ma ora andiamo a percorrere
la via che ci porterà alla scoperta della vera storia, la storia sopravvissuta
a quella raccontata dal vincitore.
Dopo la conquista del “Regno
delle due Sicilie”, da parte di Garibaldi, per legittimare l’annessione al Regno
di Sardegna, fu indetto un”plebiscito” vergognoso (fu chiamato a votare circa il
2% della popolazione) per i brogli e le manomissioni. Nello stesso tempo si
inasprì, nelle terre “liberate”, la “sciagurata guerra del brigantaggio” come
ebbe a dire Aurelio Saffi . La politica piemontese di quell’epoca, oltre a
deludere le aspettative dei democratici e dei repubblicani meridionali
favorevoli a l’unità perché auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati
spazi politici nella gestione del paese, deluse anche i braccianti che avevano
sperato in una pur minima riforma agraria. Invece come se questa mancanza non
bastasse, i piemontesi introdussero la leva obbligatoria e una tassazione ben
più elevata della precedente ( il pagamento di 14 franchi a testa fu portata a
28) a tutto questo va aggiunto la privatizzazione delle terre demaniali e la
nuova tassa sul grano. Il malcontento, per le misere condizioni economiche e il
durissimo e superbo atteggiamento delle truppe di occupazione, produsse il
lievito che fece fermentare il fenomeno del brigantaggio. Gli occupanti vollero
trapiantare in queste province un sistema burocratico centralizzato. Sul modello
Piemontese, si appoggiavano alle classi agiate, ai latifondiari di origine
feudale, al clero e alla borghesia locale. La annessione del sud Italia fu una
vera manna per il Piemonte. I 500 milioni di riserva aurea del regno
conquistato, servirono a saldare il debito contratto con la Francia e
l’Inghilterra. Sempre in nome dell’unità molte fabbriche tessili del sud furono
smantellate e i telai portati a Valdagno (futura sede di Marzotti), come anche
le ferriere di Mongiana i cui macchinari furono portati in Lombardia. Il
fenomeno del brigantaggio rappresentò il risultato della politica di Torino che
aveva sottovalutato
una realtà storica complessa
e secolari aspirazioni di miglioramento sociale ed economico delle
19
popolazioni. Lo stesso
Garibaldi che in nome dell’unità d’Italia, aveva ceduto al Piemonte il regno
conquistato, in una lettera a Adelaide Bono Cairoli scrive: gli oltraggi subiti
dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili, però sono convinto di non
aver fatto male, ma ciò nonostante non
rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di essere preso a sassate,
essendosi colà cagionato squallore e odio…
La repressione
La reazione del governo del nuovo stato fu brutalmente repressiva.
Fu inviato un corpo di spedizione di 160 mila uomini al comando del generale
Enrico Cialdini che dei meridionali aveva uno speciale concetto espresso in una
sua dichiarazione: Questa è Africa, altro che Italia!. I beduini a riscontro
di questi cafoni sono latte e miele.
Iniziò così una vera e propria guerra civile che i piemontesi aiutati da leggi
eccezionali (legge Pica 1863) combatterono con ferocia peculiare, praticando
saccheggi, stupri, esecuzioni sommarie e incendi di piccoli paesi.
Il Cialdini nel 1863 dette ordine di radere al suolo per rappresaglia il paesino
di Pontelandolfo (Benevento) e Casalduni. Il colonnello Gaetano Negri, che
prese parte all’azione, in una lettera al padre scrisse testualmente: un
battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti,
saccheggiò tutte le case, poi mise a fuoco il villaggio intero che venne
completamente distrutto, lo stesso trattamento fu riservato a Pontelandolfo.
Ora non per polemica, ma mi chiedo: queste azioni non sono le stesse
praticate dai nazisti 80 anni più tardi? Però non bisogna pensare che i
ribelli siano stati solo vittime. Come sempre accade, questi avvenimenti
storici sono sempre segnati da atrocità raccapriccianti. Secondo alcuni
storiologi, i caduti sull’uno e sull’altro fronte furono largamente più numerosi
dei caduti in tutte le guerre del risorgimento. Inoltre dal resoconto inviato da
Cialdini al re la contabilità delle repressioni dell’esercito, solo nel
napoletano, è stato agghiacciante. 8.968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati,
10.604 feriti. 7.112 prigionieri, bruciate 918 case più 6 paesini…. Per questa
opera “benemerita” il Savoia di turno oltre a decorare il Cialdini gli diede
anche il titolo di duca, in barba alla consuetudine di non premiare mai chi si
fosse distinto in combattimenti contro connazionali. Evidentemente i “cafoni
meridionali” non erano considerati italiani. Difatti in occasione della
proclamazione del regno d’Italia Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase:
Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Prendendo come riferimento
questo proposito si diede il motivo alla ferocia della repressione. Ma come fu
possibile pensare di trasformare in pochi anni “cafoni meridionali” in italiani
degni di passaporto?. Tutto questo diede inizio alla fuga (emigrazione) dei
cafoni verso le Americhe. Però nel secolo scorso molti studiosi hanno riscritto
la realtà storica del risorgimento stendendo un velo pietoso sul brigantaggio.
Antonio Gramsci, in un articolo sul giornale “Ordine Nuovo” del 1920
scrisse: “….lo stato italiano è stato un dittatore feroce che ha messo a
ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole. Squartando, fucilando,
seppellendo contadini poveri che scrittori salariati tentarono di diffamare col
marchio di briganti….”
“Una voce fuori dal coro. Libro in vendita nelle migliori librerie di
Pescara”
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Non è
vero che i giovani sono senza futuro! Il capitalismo è senza futuro!
LA
MORALE UMANITARIA
(Terza Parte)
Con una buona emancipazione delle masse la rivoluzione sarà più semplice
e “meno sanguinosa”. Comunque senza violenza e senza morti purtroppo sarà
impossibile. Come si può vedere in tutti gli avvenimenti ultimi nei paesi arabi,
è sufficiente una semplice manifestazione di protesta, pacifica e disarmata, per
far scatenare le forze del potere che sparano ed ammazzano migliaia di
persone senza nessuna pietà.
Le prossime rivoluzioni, a mio avviso, si dovranno cercare
di fare sulla base della coscienza e non dell’economia, né per rabbia;
altrimenti, se vinceranno, rifaranno ancora altre dittature, come nel passato.
Rivoluzioni non solo per pane ma soprattutto per giustizia umanitaria. Risolta
la giustizia il pane sarà una stupidaggine. Questa è la coscienza. Né tanto meno
ci si può ribellare solo per rabbia o per vendetta, sentimenti più che
comprensibili perché le sofferenze patite sono tantissime, però se ci si
sofferma un poco a riflettere ed a ragionare ci si rende conto che una simile
reazione non ha senso. Perché arrabbiarsi se la storia dello sfruttamento
dell’uomo sull’uomo è vecchia di migliaia di
anni? Che novità è? Fa parte dell’arretratezza e dei limiti dell’uomo e
della donna, dei nostri padri ed antenati, noi compresi.
Pur
permanendo la divisione della società in classi tra sfruttati e sfruttatori,
oggi ciò che veramente crea la
differenza tra le persone non sono i soldi ma la coscienza, cioè il grado di
comprensione e di sensibilità verso il mondo disumano in cui viviamo. Questo
è il perno centrale intorno a cui ruotano tutti i problemi e le loro
soluzioni. Coloro che pensano che la classe capitalista possa risolvere i
problemi di miliardi di esseri umani, o sono degli ingenui oppure sono in
malafede; coloro che pensano di poter fare da soli, facendosi i fatti propri e
fregandosene di tutto e di tutti, saranno travolti e spazzati via dal peggiorare
della crisi; coloro che pensano di
risolvere i problemi unendosi agli altri e ribellandosi collettivamente hanno
tutto un futuro davanti a loro. Sono l’avanguardia di questo processo.
Così è per gli studenti e per i giovani italiani. Si dice
che i giovani sono senza futuro perché il 28% è disoccupato e perché la società
è in una crisi di cui non si intravede la soluzione. C’è da dire innanzitutto
che il giovane non è mai senza futuro perché ha una vita davanti. E’ un fatto
naturale che nessuno può cancellare. Inoltre il giovane di oggi è senza futuro
borghese, però ha davanti un futuro
da ribelle e da rivoluzionario. Questo deve prendere. Certo ha perso, per sua
fortuna, la possibilità di fare soldi, carriera, cioè di diventare una persona
alienata e consumista, come succedeva in genere fino ad una decina di
anni fa. In alternativa ha davanti a sé una prospettiva di vita molto più bella,
piena di umanità, di ideali, di dignità, di armonia con se stesso e con gli
altri. Si deve lanciare! Prima lo fa e meglio è, anche perché non ha
alternative, sarà obbligato a ribellarsi per poter continuare a vivere. Allora è
meglio farlo coscientemente! E’ inutile pensare ad andare all’estero perché la
crisi è globale. Avevano ragione gli studenti in lotta durante il mese di
dicembre scorso quando dicevano: La nostra lotta continuerà anche dopo
l’approvazione del decreto Gelmini.
Sentono che non si tratta di cambiare soltanto la scuola ma un’intera società.
Hanno davanti una vita che veramente val la pena vivere. Non è vero che sono
senza futuro! Il capitalismo è senza futuro!
Non sono soltanto i giovani ad avere problemi ma anche i
lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati, gli immigrati, i
professionisti, i piccoli ed i medi imprenditori travolti dalla crisi economica,
i cittadini colpiti dai disastri ambientali, i malati di tutti i tipi vittime di
questa società: praticamente quasi tutta la popolazione. Il quadro mondiale è
peggiore di quello nazionale con le guerre, le carestie, la miseria, i terremoti
ed i maremoti. Per questo motivo oggi non si può parlare più soltanto di lotta
di classe contro classe, ma dell’intera umanità contro una oligarchia che di
fatto ha dichiarato guerra all’umanità.
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Il ruolo trainante e rivoluzionario che si assegnava al
Proletariato per la funzione centrale che svolgeva nell’economia, oggi è stato
preso dall’intera umanità, non solo nell’economia, ma in tutti i campi
perché si tratta di cambiare un’intera società ed un intero sistema. Il
ruolo di classe guida del Proletariato è finito,
si è esteso ed è stato fatto proprio dall’intera umanità che non deve
guidare nessuno, ma esclusivamente se stessa, per cui non ha più
bisogno delle istituzioni borghesi, né di partiti e sindacati, né di
costruire qualsiasi organizzazione al di sopra di se stessa, né di concedere
deleghe, né eleggere capi. Può andare avanti benissimo facendo da sé, con la
propria partecipazione, autorganizzazione, autogestione in tutto e per tutto,
con i propri organismi di base, il tutto sorretto dai principi della democrazia
diretta e dal potere decisionale delle assemblee di base.
Oggi è necessario un movimento che faccia riferimento ad
un neo-umanesimo in contrapposizione al neo-liberismo, alla cui base ci
sia una morale umanitaria incentrata sull’Essere umano dal punto di vista
filosofico, ideale, spirituale e, su queste basi, materiale. Non può essere che
si centri tutto su una morale economicista-materialista basata sulla lotta
salariale, i diritti borghesi, sull’aiuto e sull’elemosina lasciando in piedi
tutti i disvalori basati sulla subalternità, i privilegi, le classi sociali,
l’arroganza del comando, la padronanza delle armi, la proprietà privata dei
mezzi di produzione, ecc. Non si può continuare ad andare avanti così! Siamo
tutti uguali nella nostra essenza. Le differenze vengono fuori nell’apparire e
nel dimostrare. Ciò avviene perché la persona si deve presentare come una merce
di alta qualità per essere comprata e scelta.
Purtroppo molti dicono: “ma il mondo è sempre stato così,
non può cambiare!”. Non è vero! C’è ignoranza! E’ così da quando si sono create
le differenziazioni tra gli uomini e quindi le classi sociali, cioè dall’epoca
dell’agricoltura in cui l’uomo e la
donna sono passati dalla vita nomade a quella stanziale. Prima non era così.
All’epoca della caccia e della pesca l’uomo e la donna dividevano in parti
uguali le proprie prede e non avevano capi. Lo stesso comportamento avevano
nell’epoca precedente a quella della caccia e della pesca, quando si nutrivano
esclusivamente del raccolto dei prodotti spontanei della natura. Per
cui l’essere umano è stato collettivo ed egualitario per centinaia di
migliaia di anni. Anche per questo motivo noi ancora oggi pensiamo al
collettivismo ed all’uguaglianza: fanno parte del nostro DNA e della nostra
Storia. Marx ed Engels lo chiamavano “il comunismo primitivo”. L’epoca
dell’agricoltura, cioè della differenziazione economica tra gli uomini, è
iniziata “da pochissimo tempo”, nemmeno diecimila anni. Per cui quando si dice
“L’uomo è sempre stato così! Non può fare a meno del capo!” non è vero. Sono
luoghi comuni profondamente sbagliati e
reazionari, stimolati dal potere con la finalità di mantenere il popolo
nell’accettazione passiva della situazione attuale.
La morale prevalente nella massa è quella della classe al
potere, logicamente. Diversamente non potrebbe governare. E’ sempre stato così,
altrimenti non si possono spiegare i governi criminali
come quelli di Stalin Hitler Mussolini ecc. ecc. Nello stesso tempo
bisogna vedere che tutti questi governi ed altri simili sono stati abbattuti e
cambiati dalle stesse masse che li hanno messi sù. Quindi si può dedurre che la
morale della gente non è sempre uguale, ma cambia. A questo proposito va
spiegato bene il concetto di Marx de “l’esistenza crea la coscienza!” perché
esso rappresenta soltanto il 50% del principio del materialismo-dialettico.
L’altro 50% è dato dal rovescio, cioè “la coscienza crea l’esistenza!”. Se ci si
ferma al primo 50% si fa una interpretazione statica di questo concetto. In base
ad essa l’uomo e la donna dovrebbero essere ancora all’epoca primitiva, non ci
sarebbe stata evoluzione, perché se “l’esistenza crea la coscienza’, dopo che
succede? L’esistenza e la coscienza non cambiano più? Rimangono sempre uguali?
Assolutamente no, cambiano, sarà la coscienza a creare una nuova esistenza.
L’evoluzione storica lo ha dimostrato, lo sta dimostrando e lo dimostrerà anche
nel futuro.
Antonio Mucci
(Continua nel prossimo numero)
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Vedi Napoli (e dintorni) e poi?
di Lucio Garofalo
Ad una prima lettura, immediata e
superficiale, le elezioni amministrative segnalano un netto spostamento “a
sinistra” dell’elettorato e del quadro politico, ben sapendo che ogni
situazione locale è sempre particolare e relativa alle dinamiche e agli umori
presenti sul territorio. Ma al di là di alcuni motivi di “sorpresa” e “novità”,
individuabili nel successo elettorale conseguito da alcuni movimenti di
protesta, il dato più significativo si riferisce all’astensionismo, che in
alcuni casi (ad esempio Napoli) rasenta ed oltrepassa la quota del 40%. Poiché
le astensioni si registrano soprattutto nelle aree periferiche dove si
concentrano sacche di povertà e di emarginazione sociale, questa percentuale
indica che i proletari non si fidano più del sistema politico ufficiale, nella
misura in cui le consultazioni elettorali sono recepite ormai come una liturgia
inutile e stanca, un rito distante dalla drammatica realtà dei problemi
quotidiani generati dalla crisi economica. In tal senso la politica è avvertita
come estranea alle sofferenze e ai disagi delle masse lavoratrici, come
un’appendice intrinseca allo sfruttamento di classe.
La grave depressione economica che
ha investito il capitalismo, vanta comunque un merito: quello di evidenziare
come non esistano differenze tra Berlusconi, Zapatero, Sarkozy, Merkel e gli
altri, e che i vari governi, di centrodestra o centrosinistra, sono accomunati
dalla volontà di scaricare i dolorosi effetti della crisi sui ceti popolari ad
esclusivo vantaggio delle banche e delle grandi imprese economiche. In Italia,
Berlusconi e Bersani, le loro coalizioni elettorali rappresentano due poli
economici contrapposti, ma sono due facce della stessa medaglia. Col pretesto di
combattere la “destra reazionaria” si cerca di mobilitare e radunare
tutti i “sinceri democratici”, in qualità di “utili idioti”, e
convincerli a recarsi alle urne per votare per una “sinistra” rinnegata.
Non ho difficoltà ad ammettere di
far parte della “turba” di “pazzi sovversivi” convinti che non
esistano divergenze sostanziali tra il PD e il PDL, entrambi idonei ad un
disegno di stabilizzazione neoconservatrice, cioè funzionali ad una strategia
neogolpista applicata in forme apparentemente indolori, i cui effetti sono
brutalmente antioperai e antidemocratici, un elemento comune e condiviso dai due
organismi politici adiacenti, che recitano il ruolo di finti ”antagonisti”
della scena politica italiana. L’unica differenza facilmente riconoscibile è la
”L” presente nella sigla del partito di plastica (e di veline) del
sultano di Arcore. Per il resto conviene stendere il classico velo pietoso.
Mentre tanti osservatori ed
opinionisti stentano, o esitano, a cogliere la reale natura delle attuali
vicende politiche, Pasolini precorreva i tempi con notevole anticipo, intuendo “profeticamente”
che “il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”.
Ebbene, il “nuovo fascismo” esiste già e si chiama Partito Democratico,
un apparato sorto attraverso un’operazione di alchimia e di metamorfosi politica
finalizzata alla conquista e alla conservazione del potere ad ogni costo, un
esperimento trasformistico compiuto da una cricca affaristica abilmente
camuffata sotto mentite spoglie “sinistre”, che svelano inquietanti
risvolti autoritari ed antioperai. Il PD si presenta ormai come il più acerrimo
e, nel contempo, morbido avversario degli interessi del proletariato italiano,
in particolare dei precari, dei marginali e dei migranti. Esso è persino più
militarista, guerrafondaio e filo-imperialista della banda di Berlusconi. Si
pensi alle forze egemoni nel PD, apertamente schierate a favore della cricca
confindustriale e del capitalismo decotto e parassitario che fa capo a banche e
finanza.
Per indurre la gente a rendersi
conto della matrice autoritaria e poliziesca che ispira la linea del PD,
suggerisco di riflettere sulle posizioni assunte da vari rappresentanti del
partito sui temi cruciali della sicurezza urbana e dell’ordine pubblico,
dell’immigrazione e della guerra, nonché su questioni concernenti l’economia, i
diritti e le tutele sindacali dei lavoratori (si pensi alle vertenze operaie
della Fiat di Pomigliano d’Arco e ad altri casi emblematici), la convivenza
democratica e via discorrendo. Si tratta di proposte indecenti che nemmeno la
Lega di Borghezio si azzarderebbe mai ad appoggiare e che suscitano un notevole
imbarazzo in numerosi elettori, simpatizzanti e militanti del PD.
Le parole “pace”
e “democrazia”, pronunciate dalla bocca degli esponenti del Partito
Democratico, suonano come una blasfemia. Mi chiedo come faccia la base del PD a
votare per gente simile, ipocrita dalla testa ai piedi. Dalla guerra in Serbia,
caldeggiata con forza da D’Alema, all’intervento in Libia sponsorizzato da
Bersani, ormai il PD si distingue sempre più per essere una banda di macellai e
criminali di guerra istituzionalizzati. E’ stupefacente osservare le
metamorfosi e le acrobazie di chi, nella propria
23
storia
politica si ostina a professarsi “democratico” o “di sinistra”,
tenti oggi di emulare le tecniche e le modalità demagogiche tipiche della
propaganda berlusconiana.
Nel complesso l’opposizione è di
fatto evanescente e inattendibile, così come viene esercitata da un personale
politico sclerotizzato ed incancrenito che fa capo al “centro-sinistra”,
che dichiara a parole di opporsi a Berlusconi riducendo tutto ad una questione
meramente personale, e non politica. Altrimenti non si potrebbe giustificare
un’ipotesi machiavellica, ossia una manovra interna al Palazzo, come quella di
sostituire Berlusconi con Tremonti alla guida di un esecutivo “tecnico”, o
Gianni Letta proposto a capo di un “governo istituzionale”. In sostanza,
i limiti denunciati dall’opposizione consistono nel ridurre la lotta politica ad
una serie di proclami esclusivamente verbali e di pura facciata, emanati dai
burocrati del “centro-sinistra”, che si professano “anti-berlusconiani”
e “di sinistra” solo a chiacchiere, ma di fatto sono complici del regime
berlusconiano. A tale proposito, ricordo che i leader dell’opposizione
anti-fascista che crearono il Comitato di Liberazione Nazionale, non
immaginavano certo di eliminare Mussolini e salvare la dittatura, ma puntavano
ad abbattere Mussolini e il fascismo.
Il nostro è un popolo che ha la
memoria corta e non si rende conto che un partito che si proclama “democratico”
nel nome e nello statuto, ma che non ha nulla da spartire con la democrazia (a
parte la farsa delle primarie, proposte in base alle convenienze), segna di
fatto il decesso della “democrazia” in Italia, se mai sia esistita. Una “democrazia”
morta e sepolta definitivamente grazie anche al PD. Tale insinuazione rispetto
al “fascismo” insito nel sistema di potere che fa capo al PD, un connubio
di paternalismo, sciovinismo ed affarismo maldestramente mistificato, ha un
proprio fondamento storico.
Le critiche verso il PD derivano
da un antico sospetto e un’antica diffidenza nutrita verso la storica vocazione
opportunistica e traffichina degli apparati che sommandosi hanno fondato quel
partito: la peggiore tradizione postcomunista e la peggiore tradizione
democristiana. Le perplessità si spiegano in virtù del finto buonismo dietro cui
si ripara un disegno antidemocratico ed antioperaio, che si intravede nelle
soluzioni avallate dal PD in materia economica e sociale, in particolare sui
temi del lavoro, della precarietà, della guerra, ecc. Si tratta di contenuti
spacciati come “riformisti”. Eppure, consultando un dizionario della
lingua italiana si legge che la voce “riformista” designa un
atteggiamento teso a migliorare ed accrescere il livello e le condizioni di vita
della gente. Invece, a furia di false riforme (in realtà, vere e proprie
controriforme) varate negli anni, i lavoratori e la società italiana hanno
assistito ad un continuo peggioramento della situazione economica e ad un
crescente imbarbarimento etico, civile e culturale.
Dunque, il PD è l’espressione di
un falso riformismo condotto alle estreme conseguenze, è la quintessenza di un
nuovo modello di autoritarismo e sovversivismo delle classi dirigenti italiane,
malcelato sotto mentite spoglie “democratiche”. Personalmente ho colto
la natura ipocrita e mistificante del PD sin dal momento della sua fondazione,
ma Pasolini, che era un geniale precursore che seppe intuire in anticipo molte
realtà del nostro tempo, ha “profetizzato” l’inganno oltre 30 anni prima
che nascesse un’entità politica come il PD. La macchina dello Stato, in ogni
forma istituzionale si delinei, è l’involucro esteriore che preserva il
capitalismo. In Italia, il PD è attualmente il principale protettore degli
interessi del capitalismo, più esattamente è il referente italiano
dell’imperialismo di Wall Street e delle multinazionali americane. Una prova
inequivocabile è la linea cinica e interventista che il PD ha assunto sulla
guerra in Libia.
Nel contempo, bisogna rimarcare la
matrice autoritaria, mafiosa e sovversiva dell’agguerrita banda piduista
insediata stabilmente al potere, che sta azzerando i residui dello stato di
diritto e le garanzie costituzionali esistenti. L’insidia rappresentata dal
berlusconismo, cioè dalle forze che governano l’Italia, oggi è più seria e
concreta rispetto al passato, specie se si analizza l’intreccio di arrivismo,
malaffare, xenofobia e populismo sfrenato che ormai distingue il blocco
politico-sociale che fa capo ad Arcore.
E’ altresì
evidente che non conviene cullarsi in facili e vuote illusioni, supponendo che
il rischio del “nuovo fascismo” si possa scongiurare contribuendo a
promuovere il fronte del “centro-sinistra”. Taluni personaggi che si
proclamano “democratici” o “di sinistra”, pretendono di spacciare
la favola del “male minore”, a cui non credono più neanche i bambini. Ma
quale sarebbe il “male minore”? Il “male minore” è una soluzione
puramente illusoria e consolatoria che equivale a stabilire quale sarebbe la “fregatura
minore”. Sono anni che la sedicente “sinistra” si è ridotta a
propagandare la tesi ingannevole e balorda secondo cui conviene scegliere il “male
minore” e, puntualmente, ci ritroviamo al potere il male peggiore. In
politica il “male” va respinto e combattuto in ogni forma e colore esso
si configuri, con intransigenza, onestà e coerenza, senza cedere a compromessi
nemmeno con chi si dichiari “amico” o “vicino” alle proprie
posizioni.
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Stati Uniti, un
impero all’angolo
Tonino D’Orazio,
maggio 2011
Ci stiamo avviando verso il
declino imperiale degli Stati Uniti, e dei suoi satelliti, con un ultimo e
pericoloso respiro nel prossimo decennio.
Non sfugge più a nessuno
che nei prossimi cinque anni la prima potenza economica mondiale, se il trend
economico continua su questa scia, sarà la Cina (Wall Street Journal).
Ovviamente è un paese che necessiterà sempre più di energia, il petrolio, e il
suo carbone non basta, è pericoloso in vite umane e rappresenta solo il 12% del
fabbisogno. Per fermare, o rallentare, il suo sviluppo la Cina non deve poter
accedere facilmente al proprio rifornimento di petrolio, oltre che di materie
prime. In questo senso, l’accordo con la Russia per un oleodotto di rifornimento
diretto è in atto e scatena un po’ di “malumori” (vedi continuità di scudo
spaziale in Romania, spostamento degli F-16 di Aviano in Polonia). Non a caso
non è stato ancora sufficiente bloccare l’Iraq e l’Afganistan, rimane in piedi
un rifornitore coriaceo, l’Iran non ancora destabilizzato, ma sicuramente a tiro
per fasi di “democratizzazione” capitalistica futura possibilmente sotto un po’
di bombe. O con implosione interna.
Anche la Russia, non
sembra, ma è “accerchiata” da paesi oggi diventati satelliti di altri. Il
petrolio africano, con il quale si rifornisce la Cina, soprattutto in Libia e in
Nigeria, (Un oleodotto, tra Nigeria e Camerun con terminale vicino a Douala,
sull’Atlantico, è quasi terminato con fondi cinesi) sta per passare di mano. La
violenza verso le tribù libiche rasenta l’occupazione e la neocolonizzazione di
un paese aderente all’ONU da parte di altri paesi. Il diritto internazionale non
serve più, né tantomeno qualche vittima civile, e l’assassinio politico è
tornato come una vecchia regola, occhio per occhio, dente per dente. (Non vedo
perché i telegiornali ci parlano sempre di bambini morti sotto i nostri
bombardamenti. Rifiuto il tentativo di una mia “corresponsabilità”).
L’accordo con la tribù libica, i cosiddetti “ribelli”, sostenuta dai
“rapinatori occidentali”, o “volenterosi”, è già stato siglato. Si esita a dar
loro le armi, potrebbero successivamente ritorcersi contro gli occupanti.
Comunque dovranno pagarle dopo a peso d’oro, cioè di petrolio. Anzi, con una
operazione decisa non a Bengasi, ma a Londra, Parigi e Washington, il Consiglio
nazionale di transizione ha già creato la «Libyan Oil Company»: un involucro
vuoto, tipo di società “chiavi in mano” per investitori e speculatori dei
paradisi fiscali. Il suo compito sarà di concedere licenze a condizioni
estremamente favorevoli per le compagnie britanniche, francesi e statunitensi.
Verrebbero penalizzate le compagnie che, prima della guerra, erano le principali
produttrici di petrolio in Libia, l'Eni, e la tedesca Wintershall. Ancora più
penalizzate sarebbero le compagnie cinesi e russe, cui Gheddafi aveva promesso,
il 14 marzo scorso, le concessioni petrolifere tolte alle compagnie europee (BP)
e Usa (Oxy). Ma guarda che tempestività di intervento francese e inglese per la
democrazia! I piani dei «volenterosi» prevedono anche la privatizzazione della
compagnia petrolifera oggi statale, che verrebbe imposta dal Fondo monetario
internazionale in cambio di «aiuti» per ricostruire le infrastrutture e le
industrie distrutte dai raid degli stessi «volenterosi» e degli stessi
“salvatori”.
Rimane il grosso problema
del Brics e dell’Unione Africana. Ci arrivo, perché la moneta, il dollaro, quasi
unica misura standard mondiale, è in pericolo.
L’Euro è nato sotto
l’autorizzazione degli americani a condizione che fosse il dollaro a farlo
alzare o scendere di valore a secondo delle loro necessità. L’euro diventa
sempre più forte e quindi perde di competitività a scapito di una libera
concorrenza internazionale pilotata. D’altra parte se si crede ideologicamente
nella necessità di una locomotiva, oltre a rifornirla di carburante, bisogna pur
rimanere carrozza e seguire. Il dollaro quindi non si tocca. Chi tocca muore.
Il primo fu Saddam, il
quale nel 2001, decise che il suo petrolio andava pagato con la nuova moneta,
l’euro. Non aveva capito, dieci anni prima, nel 1991, la lezione della prima
scarica di bombe, avendogli fatto credere, gli americani, che per il suo milione
di morti messi a disposizione per una guerra interposta contro l’Iran, gli
avrebbero
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regalato il Quwait. Pensava
di vendicarsi vendendo il suo petrolio in euro. Tutti oggi, dopo la morte di
circa un milione di civili irakeni sotto il fuoco amico, e la resistenza
“terroristica” per la democrazia, hanno capito che l’obiettivo reale era il
petrolio e il predominio del dollaro. Qualcuno ancora no.
Ecco Ghedaffi. Il suo
petrolio si intreccia con la finanza e la lotta al dollaro che impoverisce
l’Africa tramite il Fondo Monetario Internazionale e il suo braccio destro la
Banca Mondiale. A Bengasi è stata già creata la “Central Bank of Libya”, un
involucro vuoto ma con un importante futuro: gestire formalmente i fondi sovrani
libici, oltre 150 miliardi di dollari, che lo stato libico aveva investito
all'estero, una volta che saranno “scongelati” dagli Stati uniti e dalle
maggiori potenze europee. Ovviamente l’operazione viene affidata alla banca
inglese Hsbc, principale “custode”, e quindi già in possesso di esproprio
capitalistico, degli investimenti libici “congelati” nel Regno Unito (circa 25
miliardi di euro) e anche in Italia. Uno dei loro obiettivi è sicuramente quello
di affondare gli organismi finanziari dell'Unione Africana, la cui nascita è
stata resa possibile in gran parte dagli investimenti libici, dalla Banca del
Sur (sotto la spinta di Chavez) e il sostegno cinese: la Banca Africana di
Investimento, con sede a Tripoli; la Banca Centrale Africana, con sede ad Abuja
(Nigeria); il Fondo Monetario Africano, con sede a Yaoundé (Camerun).
Quest'ultimo, con un capitale di oltre 40 miliardi di dollari, potrebbe
(dovrebbe) soppiantare il Fondo Monetario Internazionale in Africa, Fondo che ha
dominato finora le economie africane, spianando la strada alle multinazionali e
alle banche d'investimento statunitensi ed europee in funzione di esproprio dei
beni comuni tramite le privatizzazioni forzate. La prevista partecipazione del
Sud Africa avrebbe creato un colosso bancario africano, che avrebbe trascinato
tutta l’Africa, come ha detto ultimamente il ministro degli esteri Maite
Nkoana-Mashbane dal podio del BRICS di Sanya, (isola cinese di Hainan) e cioè
che il suo paese “parla per l’Africa nel suo complesso“. L’Africa, abbandonata
per anni dagli americani, era ed è ormai quasi tutta cinese e Sud Africana.
L’Africa è il maggior produttore al mondo di materie prime, e potrebbe
diventarlo anche di prodotti alimentari. Anzi molti paesi, tra cui l’Arabia
saudita stanno programmando di produrre i loro alimenti con le risorse della
terra e dell'acqua di paesi africani come il Sudan e l’Etiopia. Il problema
idrico di alcune zone del mondo sta diventando drammatico, soprattutto in Medio
Oriente. La stessa Cina ha acquistato, tramite sue aziende internazionali,
milioni di ettari in vari paesi africani. La Cina ha cinquecento milioni di
cittadini “di troppo” e continua ad avere un alto trend di fertilità e di
natalità.
Attaccando la Libia, i
“volontari” occidentali affondano gli organismi che un giorno potrebbero rendere
possibile l'autonomia finanziaria e lo sviluppo dell'Africa e si riprendono in
mano il Mediterraneo. Ora rimane in piedi la Siria (A quando l’intervento
dell’Onu e poi dell’Otan?) con il porto di Tarsus dove sosta la flotta russa del
Mediterraneo, e da dove si spera di espellerli con una rivoluzione democratica
ad influenza culturale occidentale. Non intendo salvare nessun dittatore, ci
mancherebbe, ma ce ne sono parecchi in giro, noti e pericolosi assassini e
genocidi, ma non ben visibili perché protetti da quelli che accusano altri per
rendiconto.
Cosa dire del progetto di
Gheddafi di introdurre il dinaro
d’oro, un’unica valuta africana fatta d’oro? Nei mesi precedenti all’intervento
militare, ha fatto appello alle nazioni africane e musulmane affinché si
unissero per creare questa nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con l’euro e il
dollaro.
Avrebbe venduto petrolio e
altre risorse in tutto il mondo soltanto in cambio di
dinari d’oro, e la Libia, di oro, ne
possiede 144 tonnellate. La maggior parte degli stati africani ne era
interessata ed entusiasta. E anche tutti i paesi dell’Opep, sulla scia di Chavez.
La presenza di un dinaro d’oro
avrebbe serie conseguenze per il mondo finanziario internazionale, incapace da
Bretton Woods (luglio 1944) in poi di trasformare l’oro in moneta cartacea, e
viceversa, (patto affossato definitivamente nel 1971 con una decisione
unilaterale americana di non convertibilità oro-dollaro, quest’ultimo ormai
valeva solo il 25% del valore dell’altro. Un furto mondiale, ma tanto è!), e
avrebbe rafforzato anche il potere dei popoli d’Africa, situazione, per l’impero
e i loro alleati della NATO, da evitare ad ogni costo.
(continua)
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… continua dalla pagina 5
speculazione finanziaria per impedire che essa
continui a captare plusvalore sottraendolo all’economia
produttiva; (d) debbono crescere le entrate
fiscali dello Stato in misura tale da permettere non solo il rimborso del
servizio sul debito, ma pure la riduzione degli interessi passivi; (e) si deve
perseguire un’ininterrotta e implacabile linea di tagli della spesa pubblica che
riduca non solo il deficit ma porti il saldo in attivo; (f) dato l’ineluttabile
calo dei consumi interni si dovrà fare affidamento alle esportazioni sui mercati
esteri, ciò significa che la crescita ci sarà solo a condizione che detti
mercati (sia i paesi occidentali che i Brics); (g) stante l’adesione all’Euro
l’Italia si deve augurare che la Bce non alzi in maniera sensibile i tassi
d’interesse, visto che ogni loro aumento accresce automaticamente il debito e il
suo servizio; (h) non deve infine accadere un crollo di altri paesi
dell’eurozona (il rischio non riguarda solo i cosiddetti PIGS), poiché un
eventuale contagio sarebbe letale e vanificherebbe sia la crescita, che le
politiche di rigore.
Queste sono, in astratto, le otto condizioni
imprescindibili affinché il paese, considerando politiche economiche che
rispettino le compatibilità dell’attuale sistema, esca davvero dalla crisi del
debito sovrano. Per le masse popolari, non solo per i lavoratori salariati,
anche ammessa una crescita media del Pil al 2%, decenni di sacrifici e forse di
stenti, con il rischio in agguato che il tutto sia vanificato da una
perturbazione esterna, da qualche altra bolla bancaria-finanziaria.
Di qui la nona condizione supplementare ma
davvero cruciale: che la popolazione lavoratrice e meno abbiente se ne stia a
cuccia, facendo duri sacrifici e accettando, contestualmente ad una riduzione
delle capacità d’acquisto, un drastico taglio dei servizi pubblici. Quindi un
qualitativo peggioramento delle condizioni generali di vita.
Certo, non è detto che tutte e otto queste
condizioni negative vengano a maturazione. Potremmo avere uno scenario in cui
alcune si manifestano e altre no. Tuttavia a noi pare che la “sostenibilità”, se
non è una Mission impossibile, poco ci manca. L’ipotesi più probabile è che,
dopo i default dei debiti sovrani dei PIGS, anche l’Italia sarà costretta ad una
ristrutturazione del proprio debito — la procedura in base alla quale le
condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, periodo di garanzia)
vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore, ovvero un eufemismo per
dire bancarotta, o un modo per tentare di evitarla. Reggerà l’Eurozona davanti
al default probabile di Spagna e Italia? Noi riteniamo di no. (Vedi il nostro
articolo: SOPRAVVIVERA’ L’EURO FINO AL 2015?) Senza considerare che la variabile
della pace sociale potrebbe non realizzarsi, poiché potremmo avere una
sollevazione generale della povera gente che non solo si opponga al massacro
sociale, ma rivendichi una soluzione radicalmente diversa e opposta alla crisi
del debito.
Un’altra soluzione: l’annullamento del debito
Da tempo andiamo sostenendo che la sola
alternativa alla catastrofe economica e sociale è l’annullamento del fardello
del debito, la sua pura e semplice cancellazione. Una simile misura è esecrata
dalla pletora degli economisti liberali e liberisti, io quali sostengono che
sarebbe un attentato alle leggi di mercato, al cui spontaneo gioco occorrerebbe
continuare ad affidarsi. E’ fin troppo facile far notare che sono proprio
queste leggi di mercato (in un mercato dominato dalla rendita e dalla
speculazione finanziaria) che ci hanno condotto al punto in cui siamo, e che
lasciare il cosiddetto “mercato” libero di fare i fatti suoi, non significa solo
affidarsi alla finanza predatoria, ma andare dritti verso il baratro.
Altri sostengono che una tale misura è
irrealizzabile senza rompere le compatibilità del capitalismo-casinò. Ciò è
esatto, ma la questione è appunto che non si uscirà dal marasma senza
fuoriuscire dal sistema, senza tagliare i condotti con cui la rendita e i
settori parassitari e rentier della borghesia pompano ossigeno e ricchezza a
spese del paese.
L’annullamento del debito, ci rispondono,
implica fare a pezzi il sistema bancario attuale e certamente uscire dall’Euro.
Anche questo è esatto: l’annullamento del debito implica infatti tre misure
complementari, la riconquista della sovranità monetaria, la nazionalizzazione di
Bankitalia e quella del sistema bancario.
Le “persone di buon senso” ritengono che tali
misure sono rivoluzionarie, e quindi quanto proponiamo è “assurdo”. Comunque sia
le masse popolari hanno davanti l’inferno: esse debbono decidere non se fare
durissimi sacrifici o no, ma per quale finalità, se farli per cambiare sistema o
se farli per tenersi questo col rischio di ritrovarsi alle prese con altre e
peggiori catastrofi.
E’ assurdo?
«Un’assurdità”, in politica, non è per forza uno svantaggio.? Non sempre le
masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si
decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità
nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa
possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo
vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito
del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere
solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comunque sempre in ritardo».
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1) Questo “Foglio”
si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole
alle grandi cose, in base al principio dell’AUTOGESTIONE!
2) Il principio della DEMOCRAZIA DIRETTA è alla base del nostro
funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile!
L’Assemblea dei partecipanti discute tutto e decide nel rispetto delle posizioni
minoritarie fino a quelle del singolo!
3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella
pubblicazione degli articoli (2 pagine di spazio
per ognuno). Tutto ciò in nome della PARI DIGNITA’ DELLE IDEE!.
4) Il Coordinatore
nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della
ROTAZIONE DELLE CARICHE!
5) Si applica la
formula “Articolo presentato
da.....” per
permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però
da lui condivise. Questo in nome del principio della PARTECIPAZIONE!
6) Laddove
discutendo in assemblea non riusciamo con il LIBERO ACCORDO a trovare una intesa
e necessita il voto, viene richiesta la presenza
nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta.
Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta
dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere
il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!
7) Il motto “Una
penna per tutti!” è in funzione della MASSIMA APERTURA DEMOCRATICA!
8) Questo “Foglio”
NON HA FINI DI PROPAGANDA E DI LUCRO, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria
personale, a pagamento o gratuita!
9) L’ultimo
principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro
di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è
il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”.
In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi
principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali
per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e
poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere
coscienti. Questo è il principio della COSCIENZA!
“IL SALE”